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Infezioni respiratorie, in Italia 1 persona si ammala almeno 2 volte all’anno. I vaccini sono risolutivi, ma urge aggiornare il Piano Nazionale
L’Italia supera la media europea di infezioni respiratorie rilevate, ma le proposte per la vaccinazione preventiva migliorano di anno in anno. Oltre all’influenza, Covid-19, pneumococco e virus respiratorio sinciziale mettono a rischio bambini, anziani e adulti fragili. Il Piano nazionale vaccinale è scaduto nel 2025, per gli esperti urge una revisione che limiti le disuguaglianze.
In Italia ogni anno vengono registrati 189 mila casi di infezioni respiratorie su 100 mila abitanti, ovvero quasi due episodi di malattia per persona, anche se l’incidenza si impenna per bambini e over 50, rispettivamente 323 mila casi e 140 mila casi su 100 mila abitanti. Un dato che da solo supera la media europea, posizionando il nostro Paese tra quelli più a rischio.
Di conseguenza, anche i numeri della mortalità da infezioni respiratorie sono aumentati: in sette anni (dal 2012 al 2019) il tasso di mortalità è cresciuto del 57,8%. Una cifra che andando a considerare la pandemia arriva poi a toccare il +560%.
Non solo influenza, ma anche pneumococco, virus respiratorio sinciziale e ovviamente Covid-19. Nel 2025 le sindromi simil-influenzali hanno interessato oltre il 27% della popolazione italiana, mostrando ancora una volta un aumento rispetto alla stagione precedente. Di fronte a questi dati, è importante riconoscere come le patologie respiratorie rappresentino a tutti gli effetti un vulnus per la sanità pubblica.
Infezioni respiratorie e mortalità: i rischi della destagionalizzazione
“Le infezioni respiratorie sono la prima causa di morte nella popolazione per causa infettiva, ma hanno un peso anche in termini di ospedalizzazione, dunque assumono grande rilevanza anche in termini di costi. Il grande problema è che le infezioni respiratorie possono essere dovute a moltissimi agenti infettivi, non solo batterici, ma anche virali e che coprono tutta la stagione dell’anno” spiega a Quotidiano SanitàMassimo Andreoni, Professore Ordinario di Malattie Infettive e Direttore della Scuola di Specializzazione in Malattie Infettive dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata.
Il professore descrive un processo di destagionalizzazione che da anni interessa la diffusione delle infezioni respiratorie, di fatto modificando anche radicalmente lo scenario epidemiologico e la percezione del rischio per le popolazioni più fragili. La stagione invernale resta quella con la maggiore circolazione dei virus, ma l’allerta resta alta per il resto dell’anno. Come conseguenza e per contrastare infezioni respiratorie considerate “fuori stagione” viene fatto un uso improprio degli antibiotici, a partire dalle prescrizioni.
Antibiotici spesso abusati, la vaccinazione è vera risorsa
“Spesso nelle infezioni respiratorie dovute ad agenti virali vengono utilizzati degli antibiotici che non sono solo inutili – conferma Andreoni –, ma sono addirittura dannosi, perché accelerano il fenomeno dell’antibiotico-resistenza che forse al momento è uno dei problemi di più grande rilevanza in termini di sanità pubblica mondiale”.
Prima di agire con la prescrizione di terapie inadatte e dannose, la strada più sicura contro i patogeni respiratori è la vaccinazione preventiva. Non solo per i soggetti più fragili, come bambini, anziani e pazienti con comorbidità, ma anche per gli adulti sani. In Italia, ci spiega ancora Andreoni, “c’è una grande differenza tra le Regioni sugli interventi nel campo vaccinale”. “Abbiamo degli esempi molto virtuosi – prosegue –, come possono essere la Lombardia e la Puglia, in cui si cerca di adeguare le nuove armi vaccinali che abbiamo a disposizione, come il vaccino per il virus respiratorio sinciziale (RSV) che non è entrato ancora nel Piano vaccinale nazionale e che in queste Regioni invece ha già trovato un avvio, e purtroppo delle Regioni che invece non hanno ancora applicato alcune misure di prevenzione che risultano essere indispensabili”.
Disuguaglianze che impattano maggiormente sui fragili e che necessiterebbero di “essere affrontate a livello centrale, dal Ministero della Salute”, in modo da diffondere un’omogeneità negli interventi vaccinali di cui beneficerebbe tutta la popolazione italiana.
La necessaria riorganizzazione del Piano Nazionale Vaccinale
È dello stesso avviso Enrico Di Rosa, presidente della Società Italiana d’Igiene, Medicina Preventiva e Sanità Pubblica (SItI): “Il Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale è scaduto nel 2025 – chiarisce – siamo in questo momento in un anno di proroga. Il Ministero sta lavorando con le Regioni per riformulare le indicazioni del Piano, cercando di aggiornare l’offerta alle novità che ci sono, sia per quanto riguarda le indicazioni che i prodotti”.
Al momento, la vaccinazione anti-pneumococcica e quella antinfluenzale sono raccomandate per anziani, fragili e target pediatrico, obbligatoria invece la vaccinazione contro la pertosse per i più piccoli. Resta fuori al momento il vaccino contro il Virus respiratorio sinciziale, da somministrare alla madre in caso di target pediatrico, gestito da ogni Regione secondo le proprie capacità.
Di Rosa auspica la costruzione, accanto a quello già previsto per l’infanzia, di un “calendario strutturato per gli adulti e gli anziani” che affianchi alla vaccinazione antinfluenzale e pneumococcica, quella per RSV che ogni anno provoca 50 mila ospedalizzazioni negli anziani. Quest’ultima, insiste Di Rosa, “ha già dato anche in Italia importanti risultati con l’immunizzazione dell’infanzia, dovrebbe essere assolutamente garantita anche ai soggetti con patologie a rischio e che abbiano cominciato a riferire segnali di immunosenescenza (over 75)”, ovvero di un declino fisiologico e progressivo del sistema immunitario legato all’età.
“La sfida – afferma il presidente SItI – è quella di riuscire a creare una rete di erogazione ampia, coerente e solidale, in modo che tutti possano avere la giusta vaccinazione al momento giusto, nella maniera più agevole possibile”.
La vaccinazione dell’infanzia
In età pediatrica, le infezioni respiratorie possono comportare anche gravi complicanze e causare, in alcuni casi, l’ospedalizzazione dei bambini. In questo contesto, in cui le patologie respiratorie rappresentano ancora una sfida, la vaccinazione resta uno degli strumenti più potenti per proteggere i bambini e tutelare la salute individuale e collettiva.
“Lo pneumococco è un agente importante di malattia in età pediatrica sia per forme non invasive come otiti, polmoniti, ma in particolare per le forme invasive sotto forma di sepsi e di meningite, per cui le strategie che ci possono consentire di limitare i rischi di questa patologia sono strategie preventive” delinea Rino Agostiniani, Direttore Pediatria e Neonatologia, Azienda Unità Sanitaria Locale – AUSL Toscana Centro e Presidente SIP (Società Italiana di Pediatria). Non essendo obbligatoria, la vaccinazione anti-pneumococco non raggiunge mai una copertura completa in Italia: nel 2023 i casi di pneumococco hanno toccato il record di 1.783, di cui 727 bambini.
“Non è sempre facile riuscire a far comprendere ai genitori e alle famiglie l’importanza di adottare strategie di prevenzione per malattie importanti, come quelle da pneumococco – prosegue – spesso arrivano messaggi contrastanti che tendono a banalizzare il rischio di determinate patologie”. Informazioni poco chiare che spesso possono confluire nell’esitazione vaccinale, che danneggia il singolo bambino e la comunità intera.
Determinante, in questo senso “il ruolo del pediatra nel riuscire a costruire, essendo colui che accompagna i bambini e le famiglie nel loro percorso di crescita, un rapporto di fiducia che consenta di indirizzare verso quella cultura della salute che fa comprendere come le strategie di prevenzione siano l’arma migliore per difendersi dalle malattie”.
La vaccinazione in gravidanza
Non solo pediatri, ma anche ginecologi e ostetriche possono svolgere un ruolo centrale quando la vaccinazione è indirizzata verso la madre in gravidanza. “La vaccinazione preventiva per la mamma può avere un peso molto forte se consideriamo che nella natura della gravidanza umana è previsto che il passaggio di anticorpi dalla madre al feto sia un meccanismo naturale, che quindi può proteggerli fin dal primo momento in cui nascono” illustra Irene Cetin, professoressa ordinaria di Ostetricia e Ginecologia all’Università degli Studi di Milano e direttrice UOC Ostetricia Mangiagalli della Fondazione IRCCS CA’ GRANDA, Ospedale Maggiore Policlinico.
Vaccinare qualche settimana prima del parto può portare ad aumentare molto la produzione di questi anticorpi e quindi proteggere da malattie per le quali il neonato non è protetto all’inizio della vita. Al momento la vaccinazione materna è prevista per la pertosse, tra le 28 e le 36 settimane, ormai entrata nelle linee guida internazionali e in grado di prevenire la patologia nel neonato nei primi mesi di vita.
Ancora da integrare stabilmente, sebbene arrivi a proteggere all’80% dallo sviluppo di bronchioliti e conseguenze gravi, è la vaccinazione materna contro il Virus respiratorio sinciziale (RSV). “È molto importante conoscerla e arrivare a diffonderla tra tutti gli stakeholders, cioè le pazienti, i medici, le ostetriche e anche i decisori delle politiche sanitarie”.
Dai primi dati, di cui ci riferisce la professoressa Cetin, le neomamme di fronte alla proposta di un vaccino contro RSV protettivo per il nascituro hanno aderito in altissima percentuale (tra l’85 e il 90%), spesso svolgendo anche un ruolo attivo di richiesta al medico di famiglia o al ginecologo.
Sui vaccini comunicazione istituzionale, non guidata dalla paura
La chiave è quindi una comunicazione chiara “istituzionale, sobria e pacata che porti le persone veramente a fare le scelte giuste per la propria salute” suggerisce Di Rosa. “Poi abbiamo dei momenti come questi, con il focolaio di meningite in Inghilterra, in cui si apre una corsa alla vaccinazione in maniera assolutamente irrazionale noi dobbiamo invece rafforzare la comunicazione nei momenti di tranquillità e routine, per fare in modo che tutti possano avere accesso alle vaccinazioni in maniera agevole e consapevole. Offrendo appunto l’opportunità alla più ampia fascia di popolazione” conclude il presidente SItI.
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