Malattie rare. Scoperta a firma italiana possibile cura per forme gravi di alfa-sarcoglicanopatia

Malattie rare. Scoperta a firma italiana possibile cura per forme gravi di alfa-sarcoglicanopatia

Malattie rare. Scoperta a firma italiana possibile cura per forme gravi di alfa-sarcoglicanopatia

È il primo e più ampio studio multicentrico al mondo, svolto su 16 pazienti, a concentrarsi su questa rara forma di distrofia muscolare caratterizzata da insorgenza precoce, in età infantile, e rapida progressione. Lo studio pubblicato su Brain ha permesso inoltre di identificare i pazienti che meglio potrebbero rispondere ai trattamenti

Individuata una potenziale strategia terapeutica per le forme gravi di alfa-sarcoglicanopatia, una rara malattia genetica caratterizzata da perdita precoce della deambulazione, debolezza, problemi respiratori che compromettono la speranza e la qualità di vita di chi ne è colpito. Si tratta di una patologia ereditaria e neurodegenerativa che se non trattata tempestivamente progredisce rapidamente, ma che fino ad oggi è rimasta orfana di un trattamento adeguato.

A portare ora nuove prospettive, uno studio multicentrico guidato dagli Irccs Ospedale Policlinico San Martino di Genova e Istituto Giannina Gaslini i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista Brain. La ricerca ha coinvolto ricercatori e clinici di 9 centri italiani, 1 francese e 1 tedesco e ha permesso di raccogliere i dati di 16 pazienti con alfa-sarcoglicanopatia. Il lavoro si è concentrato sul ruolo dell’infiammazione nella progressione di malattia e su come questa potrebbe essere spenta grazie a una terapia con corticosteroidi, similmente a quanto già avviene per la distrofia muscolare di Duchenne. Attualmente, ulteriori ricerche sono in corso per valutare la possibilità di tradurre tali risultati in ambito clinico, con la possibilità di aprire la strada a strategie terapeutiche in grado di offrire soluzioni concrete.

“L’alfa-sarcoglicanopatia è una distrofia muscolare rara, a trasmissione genetica recessiva, che appartiene a un gruppo molto eterogeneo di distrofie muscolari che coinvolgono i muscoli dei cingoli pelvico e scapolare. Queste distrofie possono però intaccare anche muscoli differenti, andando a colpire la muscolatura respiratoria – spiega Claudio Bruno responsabile del Centro Traslazionale di Miologia e Patologie Neurodegenerative dell’Istituto Giannina Gaslini -. Nello specifico, l’alfa-sarcoglicanopatia è causata dal difetto della  proteina sarcoglicano di tipo alfa, che si trova nella membrana della cellula muscolare e il cui ruolo è quello di conferirle stabilità e protezione dai danni che si sviluppano durante la contrazione muscolare. Quando questa proteina viene a mancare, la membrana diventa fragile e basta poco per romperla e attivare il sistema immunitario, scatenando l’infiammazione”, prosegue.

“Questo studio rappresenta la prima caratterizzazione dal punto di vista molecolare di quelli che sono i processi infiammatori dell’alfa-sarcoglicanopatia, su 16 pazienti, provenienti da 9 centri – sottolinea Lizzia Raffaghello, ricercatrice e responsabile del Laboratorio di Oncologia Molecolare e Angiogenesi Irccs San Martino e coordinatrice della ricerca -. Nelle distrofie, l’infiammazione è una causa importante alla base della progressione della patologia. Nonostante ciò, fino ad oggi non è stata oggetto di studio in relazione alle sarcoglicanopatie, come è stato fatto invece per la distrofia muscolare di Duchenne. Il nostro lavoro ha cercato di colmare questa mancanza realizzando il più grande studio multicentrico sul ruolo dell’infiammazione nell’alfa-sarcoglicanopatia”, evidenzia.  

“Per prima cosa i 16 pazienti, precedentemente classificati in forme gravi o lievi della patologia in base all’espressione della proteina alfa-sarcoglicano, sono stati sottoposti al sequenziamento ed analisi delle biopsie muscolari. Da questa analisi è emerso che le forme gravi della malattia presentano un’espressione genica diversa dai casi lievi. Nei casi gravi c’è una maggiore attivazione di geni associati a processi infiammatori e, nello specifico, una maggiore presenza di linfociti e monociti pro-infiammatori legati alla quasi assenza di alfa-sarcoglicano – riferisce Raffaghello -. Questa caratterizzazione ha quindi reso possibile il confronto con altre distrofie muscolari per capire se casi gravi e lievi potessero avere una attivazione genica simile a quella di pazienti con altre patologie neuromuscolari – aggiunge -. Sorprendentemente, è emerso che i pazienti con forma lieve di alfa-sarcoglicanopatia mostrano una firma genetica equiparabile a quella di pazienti senza la malattia, mentre le manifestazioni gravi sono molto simili alla distrofia muscolare di Duchenne. Ciò permette di suggerire la possibilità di considerare una terapia antiinfiammatoria per forme gravi di alfa-sarcoglicanopatia simile a quella di riferimento per la Duchenne, basata su corticosteroidi, che potrebbe aiutare a rallentare la progressione della malattia. Inoltre, aver identificato dei biomarcatori che distinguano le forme gravi da quelle lievi permette anche di personalizzare meglio le terapie e suggerire il trattamento solo ai pazienti con forma grave ed escludere invece quelli con manifestazioni moderate, che non ne trarrebbero beneficio”.

“È una distrofia su cui sono stati svolti pochi studi e che ad oggi non ha un protocollo terapeutico specifico. Esistono solamente trattamenti riabilitativi volti a evitare i danni più gravi associati alla malattia, ma che non curano la malattia. Sono stati condotti tre trial clinici, ad oggi tutti terminati, che hanno studiato come limitare la progressione della malattia inserendo il gene dell’alfa-sarcoglicano in vettori adenovirali per reintrodurre il gene mancante e ripristinarlo, ma mancano ancora i dati completi sull’efficacia e sulla sicurezza – afferma Bruno -. Il nostro lavoro rappresenta dunque il primo passo per un possibile trattamento farmacologico dell’alfa-sarcoglicanopatia, che potrebbe rallentare la progressione di malattia dei pazienti, molto spesso bambini. Per raggiungere questo importante risultato è stato determinante la stretta collaborazione tra clinici, biologi cellulari e molecolari e bioinformatici nonché la disponibilità di tutti i centri collaboranti di fornire prezioso materiale bioptico”, conclude Raffaghello.

Luciano Fassari

13 Gennaio 2026

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