Quando l’errore medico smuove le corde emotive di un popolo

Quando l’errore medico smuove le corde emotive di un popolo

Quando l’errore medico smuove le corde emotive di un popolo

Gentile Direttore, il 4 marzo scorso si è tenuto il funerale del piccolo Domenico, il bambino di due anni morto a Napoli per un trapianto cardiaco non riuscito in seguito ad una incredibile sequenza di verosimili errori al vaglio dell’autorità giudiziaria.

Gentile Direttore,

il 4 marzo scorso si è tenuto il funerale del piccolo Domenico, il bambino di due anni morto a Napoli per un trapianto cardiaco non riuscito in seguito ad una incredibile sequenza di verosimili errori al vaglio dell’autorità giudiziaria. Ogni anno in Italia si stima che si verificano 6.000 morti per errore medico (16 ogni giorno). Quello che ha maggiormente colpito della vicenda è stata la composta dignità della famiglia, la non irreprensibile comunicazione dei professionisti coinvolti nella vicenda e la bulimia mediatica sociale. Succede sempre così: sull’onda emotiva si scatena la caccia al colpevole e la sete di giustizia. Più che l’errore si cerca il colpevole. “Chi ha sbagliato deve pagare”, è il tormentone di giornali, televisione, social, nelle chiacchiere da bar.

Politici, giornalisti, esperti, dirigenti, avvocati, magistrati, sacerdoti, comuni cittadini, fanno a gara per dire il loro punto di vista, non solo con l’esecrazione ma con l’errore già individuato, con la condanna personale già decisa, pronti a sostituirsi al giudice. “In galera e buttare le chiavi”. Questo è il modo migliore per rendere più facile il ripetersi dell’errore, per farlo nascondere, per indurre chi lo ha commesso al rimpallo di responsabilità, a sostenere che il colpevole è sempre un altro, a tacere nei confronti di chi lo ha subito al posto di scusarsi e risarcire, addirittura a mentire. L’errore in buona fede non va nascosto ma se nell’opinione pubblica prevale più la volontà di odiare, detestare, spregiare, denigrare chi ha sbagliato rispetto al creare condizioni affinché non si ripeta nel futuro, il risultato sarà quello di intimidire dei professionisti con elevate competenze non facilmente reperibili sulla piazza e di elevare all’ennesima potenza la medicina difensiva. Anche il medico più bravo può sbagliare, anche per errori gravi, e non per questo diventa somaro. Il Prof. Larizza ci diceva che il più bravo è quello che sbaglia di meno. L’importante è prendere coscienza dell’errore e cercare di non ripeterlo.

Bisogna stare attenti: una eccessiva ondata emotiva denigratoria dei professionisti, anche se fondata su errori palesi, può travolgere un Servizio Sanitario Nazionale già fragile e renderlo ancora più insicuro per l’aumento della paura di intervenire degli operatori e l’accentuarsi della diffidenza delle persone. In qualsiasi attività umana l’errore va sempre contemplato. In Europa si stimano ogni anno 95.000 decessi a causa di questi errori. È difficile discernere tra quelli evitabili e quelli non evitabili. Gli esperti stimano che il 50% sarebbe evitabile. Il 70% è attribuibile a carenze strutturali ed organizzative, il 30% a cause umane, anche se è sempre difficile stabilire quando prevale l’una o l’altra causa. È sacrosanto che il danneggiato abbia una reazione di risentimento e rabbia verso chi ha realmente sbagliato. È giusto che ci sia una condanna e l’equo risarcimento. Gli anticorpi, però, non stanno nell’ondata emotiva popolare, nella mera spettacolarizzazione dell’evento e nel commuoversi per la propria commozione, ma nella capacità di correggere sia chi ha sbagliato, sia chi non ha impedito lo sbaglio.  La spettacolarizzazione può favorire l’audience e il bisogno di additare lo scandalo, ma avvelena un pozzo già di per sé inquinato. L’umiliazione di chi ha sbagliato se sconfina nel disprezzo sociale causa danni inimmaginabili che si ripercuotono su chi ha bisogno di cure. Sarebbe forse necessario un audit sociale dove vengano discussi i fatti che hanno portato all’errore, senza che vi siano conseguenze giuridiche. È forse una utopia perché questo richiederebbe una buona alfabetizzazione scientifica dei cittadini. Il sensazionalismo di pancia e di cuore può essere utile per evidenziare i problemi ma la soluzione non può essere che di testa. Il clamore mediatico, invece, rende l’anima spavalda e la mente pavida.

In tutte le attività, ma soprattutto in quelle dove il risultato è sempre incerto e la possibilità di errore elevata, come l’attività sanitaria, sono necessari tre capisaldi: la certezza dei mezzi, la condivisione della probabilità del risultato e della casualità dell’esito. Nessuna ondata emotiva può modificare questi assiomi che, per definizione, non sono democratici. La colpa principale dei medici e di tutti gli operatori sanitari è quello di accettare, o addirittura favorire la prassi di effettuare il proprio lavoro senza la certezza dei mezzi, accettando una pericolosa posizione di garanzia imposta dalla organizzazione, esposta ad errori indipendentemente dalla propria volontà. Non è un problema solo giuridico ma anche di etica e dignità professionale. Mentre la decisione va condivisa con il paziente che deve accettare l’incertezza, la probabilità, la casualità del risultato e la distinzione tra errore ed insuccesso, la prestazione deve avere la garanzia dei mezzi riguardo organizzazione, tecnologia, competenze e soprattutto volume di attività e collaborazione lavorativa. Questi due ultimi fattori sono probabilmente quelli fondamentali e la principale causa di errori. Senza queste garanzie la prestazione non può essere effettuata o effettuata con la cognizione della insufficienza dei mezzi di cui tutti devono condividere la responsabilità, dal politico, al dirigente, all’operatore, e comunicata a priori a chi deve essere sottoposto ad un determinato intervento. Bisogna condividere il fatto che il margine di errore in questi casi è più elevato rispetto allo standard. Bisogna diffidare del medico o altro operatore sanitario, “eroe” o “coraggioso”. Il buon medico usa il giudizio clinico, le linee guida scientifiche, la statistica, l’empatia. Il medico ottimo ricorre anche alla intuizione all’occhio clinico come valore aggiunto. Il cattivo medico utilizza solo l’intuizione e l’occhio clinico. Le considerazioni valgono anche per gli altri operatori sanitari e per i dirigenti. Operare in condizioni organizzative incerte in un contesto già intrinsecamente incerto per la natura stessa della medicina significa esporsi a possibilità di eventi tragici ed irreparabili. Certo, richiedere e pretendere la certezza dei mezzi significherebbe mettere in seria crisi un fragile Servizio Sanitario Nazionale. Basti pensare agli inadeguati volumi di attività delle singole strutture di una rete ospedaliera e territoriale male organizzata, più prona alla demagogia che alla efficienza, alla insufficiente dotazione di personale delle strutture, al difficile rapporto tra burocrazia e clinica e alle crescenti frizioni tra medici e infermieri che determinano un clima tossico che tanto male fa all’esito delle cure. Significherebbe, però, una maggiore responsabilità dei decisori e dei cittadini e sarebbe l’unica rivoluzione da fare per evitare altre ondate emotive che tanto piacciono a chi fa e a chi desidera spettacolo ma che tanto possono far male a chi ha bisogno di cure.

Franco Cosmi

Medico cardiologo Perugia

Franco Cosmi

01 Aprile 2026

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