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Burn out. Per gli infermieri dipende anche dalla mancata considerazione del loro contributo professionale

Per il segretario Uil Fpl del Friuli Venezia Giulia “ciò è dovuto al fatto che le persone che dovrebbero collaborare, per diverse ragioni, tendono a mantenersi ‘statiche’ sui loro saperi e senza condividerli. Inoltre, la categoria degli infermieri sfruttano ancora troppo poco le possibilità di autonomia date dalla legge 42/99, provvedimento che mette le radici affinché l’infermiere possa produrre interventi autonomi il cui risultato è di loro specifica competenza”.

05 LUG - Dopo decenni di studio sono state sviscerate le cause che nell’ambiente di lavoro possono portare una persona a condizioni di crisi psicofisica e di isolamento, con effetti negativi anche nella vita privata. Stiamo parlando della sindrome burnout, recentemente inserita dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) nella lista dell’International Classification of Diseases (Icd) e ritenuta ufficialmente una “sindrome” e non una «condizione medica in quanto “fenomeno legato prettamente al mondo del lavoro che non può essere esteso ad altre aree della vita”, evidenziano dall’Oms.

Fonti da stress che mette quotidianamente a dura prova il settore sanitario sono, in particolare, la carenza di personale e l’organizzazione del lavoro fatta con le poche risorse disponibili. “Un esempio come tanti altri – esordisce il segretario generale regionale UIL FPL FVG, Luciano Bressan- è dato dalle innumerevoli segnalazione verbali e formali che sono state inviate all’Ospedale di Palmanova, sulla carenza di organico e di organizzazione che ormai sta cronicizzando lo stesso nosocomio, in particolare l’area dell’Emergenza, alle quali sino ad oggi nessuno ci ha dato risposta”.


Se una causa di stress all’interno degli ospedali è la costante situazione di sotto-organico, è anche vero, secondo la UIL FPL, che un’altra causa di fonte di stress è la sottovalutazione o la mancata considerazione del contributo infermieristico. “Una dotazione organica adeguata - spiega Bressan - permetterebbe di “personalizzare” l’assistenza misurandone gli outcomes, oltre che alla qualità del servizio e non come siamo abituati al numero delle prestazioni. Se, come si è detto, ci sono casi come l’ospedale di Palmanova dove gli infermieri non riescono nemmeno a turnarsi per le ferie, è purtroppo altrettanto vero che altra fonte di stress è quando non si riesce a lavorare in un clima di pratica collaborativa tra professionisti. Ciò è dovuto dal fatto che le persone che dovrebbero collaborare, per diverse ragioni, tendono a mantenersi “statiche” sui loro saperi e senza condividerli. Inoltre, la categoria degli infermieri sfruttano ancora troppo poco le possibilità di autonomia date dalla legge 42/99, provvedimento che mette le radici affinché l’infermiere possa produrre interventi autonomi il cui risultato è di loro specifica competenza”.

In conclusione affinché un infermiere possa dirsi realmente efficace sulla gestione degli stressors, secondo la UIL FPL, è necessaria una solida competenza acquisita coniugando doti personali ed un opportuno percorso di formazione: tutto ciò è poco supportata dalle organizzazioni sanitarie le quali spesso applicano interventi standard a tutti i contesti sanitari senza prendere in considerazione una preventiva analisi dei fattori stressanti peculiari di ogni area operativa.

Per concludere, in base ad un approfondimento fatto dalla Federazione Nazionale Ordini Professionali Infermieristiche, risulta che i reparti più colpiti dalla sindrome di burnout sono le strutture che si occupano prevalentemente di patologie croniche, nello specifico oncologia, psichiatria e malattie infettive. Il coinvolgimento emotivo che si viene a creare con il paziente ha ricadute sugli operatori, che tendono a percepire il fallimento della cura come un fallimento personale (Perry B. 2008; Sherman A.C. et al. 2006; Simon et al, 2005). La patologia neoplastica, la complessità dei trattamenti, la morte, le questioni etiche correlate, risultano tutti fattori stressogeni che influenzano l’operatività quotidiana (Najjar et al., 2009). In generale, il livello di insoddisfazione degli infermieri dei reparti per patologie acute risulta due volte superiore, presumibilmente per un maggior carico di lavoro, insieme a una riduzione dei tempi relazionali (Violante et al., 2009). Uno studio italiano riporta che sugli elementi del burnout, esaurimento emotivo, realizzazione personale e depersonalizzazione, non emergono differenze statistiche tra i reparti di cronicità e acuzie. Per quanto riguarda l’esaurimento emotivo, risulta nettamente superiore negli infermieri del dipartimento emergenza-urgenza; la spersonalizzazione, invece, risulta assente in tale area, ma elevata nei reparti per patologie croniche (Burla F. et al, 2013).

Endrius Salvalaggio

05 luglio 2019
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