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Esperti a confronto: ecco le leve sulle quali agire per implementare i Pdta

08 GIU - Un’efficiente organizzazione aziendale, una forte interazione tra ospedale e territorio, un sempre maggiore coinvolgimento dei pazienti, ma anche più “olio di gomito” da parte dei professionisti. 
È questa la “ricetta” ottimale far funzionare i Pdta, emersa nel corso della tavola rotonda organizzata nell’ambito convegno “Pdta in chirurgia: dal metodo all’implementazione” dell’Acoi Lazio, nel corso del quale si sono confrontati clinici, tecnici, manager della direzione aziendale, associazione dei pazienti e imprese. Anche con posizioni differenti.
 
È andata dritta al punto Marina Davoli, Direttore Dipartimento Epidemiologia del Ssr Regione Lazio, Centro operativo Pne, nonché direttore scientifico del Pne di Agenas: i professionisti devono essere più proattivi e non aspettare che alcune pratiche vengano calate dall’alto. “In base agli elementi di rilevazione – ha detto – abbiamo purtroppo visto che c’è una distanza abissale tra quello che i professionisti dicono ai tavoli delle linee guida e quello che fanno. La frammentazione dell’attività chirurgica nella nostra Regione è l’elemento dirimente”. Un esempio? I volumi di attività per la frattura di femore entro le prime 48, nonostante gli indicatori siano stati individuati da tempo ci sono ancora delle falle “legata sì a problemi organizzativi ma anche alla volontà dei clinici”.

Davoli ha poi suggerito che nella revisione del nuovo sistema di garanzia dei Lea debba essere prevista non solo la valutazione a silos, ma una valutazione trasversale dei Pdta, “anche perché attualmente l’unico strumento di rendicontazione dell’attività clinica che abbiamo, con tutti i limiti insiti, sono le Sdo”.  C’è poi un problema di indirizzare i pazienti ai Centri di riferimento: “Il 36% degli interventi al colon sono fuori dei Centri identificati. Mentre per quanto riguarda le Brest unit le percentuali delle persone che si rivolgono ai centri deputati sono in crescita: dal 65% siamo passati all’84%”.
 
Insomma, per Davoli, ci vuole sicuramente del tempo per raggiungere questi risultati, ma non bisogna aspettare che alcune pratiche vengano calate dall’alto: “L’Acoi si è concentrata volumi attività e la misura degli esiti contribuendo anche a modificare alcuni protocolli. Questo a dimostrazione di quanto sia forte il richiamo alla responsabilità dei professionisti. Sui Pdta – ha concluso – ritengo sia giusto che ogni ogni azienda si organizzarsi per raggiungere gli standard previsti dalle linee guida, ma per guadagnare i risultati, dettati a livello regionale e nazionale, il modello organizzativo delle Aziende può anche differire per le diverse modalità organizzative proprie di ogni struttura e per la loro localizzazione. Quindi, meglio non andare verso una standardizzazione dei Pdta eccessivamente dettagliata che non si adatta alle singole aziende”.
 
Un occhio alla sostenibilità… “Il Pdta va implementato per evitare frammentazioni che ne vanifichino il risultato. Bisogna quindi coinvolgere tutti gli attori affinché vengano realmente recepiti gli Accordi sottoscritti dalla Conferenza Stato Regioni, ma soprattutto vanno coinvolti gli utilizzatori” ne è convinto Salvo Leone, Direttore di Amici Onluschenon dimentica la necessità di rendere sostenibili i percorsi, in particolare alla luce degli esborsi che pesano sui cittadini.
 
“Si stima che i pazienti con malattie infiammatorie dell’intestino abbiano pagato di tasca propria 700 euro annue di spese che arrivano a 1.200 euro se sono coinvolti anche i caregiver – ha spiegato – servono quindi risorse. non solo, come emerso dall’indagine Impact della Efcca, circa il 36% dei pazienti con malattie infiammatorie croniche si sottopone a interventi chirurgici e il 16% si è dovuto sottoporre a due operazioni, il 14% almeno a tre. Non solo, i malati con Crohn hanno più probabilità di altri di entrare in sala operatoria (il 61%) e il 34% più di una. È quindi essenziale che i Pdta chirurgici vengano implementati. Consideriamo poi il problema della mobilità extra regionale alla quale sono costretti i pazienti: solo 3 centri in Italia avevano superato i volumi indicati. L’obiettivo è quindi creare dei centri di riferimento vicino ai pazienti”.
Ester Maragò
 
… ma soprattutto una forte motivazione dei professionisti. Per Lorenzo Sommella, Direttore sanitario del Policlinico universitario Campus biomedico di Roma, invece, per fare funzionare i Pdta bisogna puntare i riflettori non tanto sugli aspetti economici, ma su quelli motivazionali dei professionisti, scommettendo anche sulla figura di un “facilitatore”. “I Pdta sono una modalità operativa – ha spiegato – una logica che deve legare più professionisti e discipline con un approccio multisettoriale. Il nodo è questo. Ci sono state anche esperienze che non hanno raggiunto i risultati sperati, come ad esempio i Creg in Lombardia, per questo dobbiamo concentrarci ancora di più su come implementare i Pdta. Bisogna creare una motivazione forte tra i professionisti e nel contempo, da un punto di vista organizzativo, individuare la figura un facilitatore che prenda su di sé l’iniziativa per sviluppare i Pdta. Il tema però – ha aggiunto – è capire a chi compete il coordinamento. Spesso è affidato a un clinico. Ma in alcuni casi, come ad esempio nel Pdta alla mammella dove vengono chiamate in causa più di 10 diverse professionalità, chiedere che il coordinamento vada affidato ad un clinico diventa critico. Meglio allora pensare ad un commitment della direzione. Il care manager, ad esempio è un collante forte anche perché mantiene il rapporto con il paziente, come il case manager. Bisogna quindi lavorare sulla formazione dei professionisti motivandoli”.
 
Anche per Fabrizio D’Alba, Direttore generale Ao San Camillo Forlanini, l’implementazione dei Pdta non deve essere associata solo a problemi di finanziamento: “Così facendo sposteremo il problema da un tavolo professionale a quello istituzionale ed economico”. Il taglio da dare è quello “professionale”. “Il commitment è importante: bisogna credere in queste logiche – ha sottolineato – non esistono modelli alternativi: dobbiamo mettere i professionisti al centro dei processi. Nella nostra Azienda abbiamo puntato sul risk management affinché possano mettersi in gioco in sicurezza. Ma servono competenze e sicuramente anche risorse. Di certo è finita la fase pionieristica. La regione Lazio – ha concluso – ha operato una profonda attività di revisione di se stessa e dell’offerta assistenziale. Ma è necessario che si agisca di più in una logica di rete. Il rischio della frammentazione dell’assistenza tra le varie strutture è ancora alto.
 
Alberto Chiriatti vice segretario vicario Fimmg Lazio e Cesare Moro, case manager di salute mentale, hanno posto l’accento sull’importanza strategica di garantire un raccordo dal territorio all’ospedale e viceversa. “Dal 2014 abbiamo aperto dei tavoli con la regione – ha detto Chiriatti – abbiamo cercato di implementare percorsi di avvicinamento all’ospedale. È necessario conoscere i percorsi dal territorio, il medico sul territorio deve sapere dove inviare il caso sospetto, non affidandosi alle conoscenze personali e avere un feedback di ritorno. Serve quindi un modello organizzativo definito, per questo stiamo lavorando sul fascicolo sanitario e sul patient summary”.
Ma per Moro, è essenziale la comprensibilità del linguaggio utilizzato nei Pdta, soprattutto sul fronte del consenso informato.
 
Nel dibattito non poteva infine mancare la voce delle imprese, anche perché come ha rilevato Paolo Cirmi, Vice Presidente di Assobiomedica con delega alle relazioni esterne: “Il mondo dei dispositivi medici è molto cambiato, con una nuova collaborazione sempre più costruttiva tra imprese e clinici”. “L’impresa dei dispositivi medici – ha spiegato – sul fronte organizzativo sta dando importanti contributi su singole iniziative per l’ottimizzazione dei processi produttivi. Ma anche su come trarre informazioni cliniche da flussi informativi per prendere decisioni realmente incisive. Insomma – ha aggiunto –le imprese di Assobiomedica ci sono. E sono in prima linea sul tema della medicina del futuro quella della 4 P, Preventiva, Predittiva, Partecipativa e Personalizzata. Una medicina che è quindi strettamente con l’implementazione dei Pdta, materia viva”.

08 giugno 2018
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