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Il “cambio di passo” della Fnomceo

In cosa consiste il cambio di passo che secondo me emerge con chiarezza dalla prima relazione d presidente di Filippo Anelli? Innanzi tutto nel rimuovere una grande contraddizione: la professione in questi anni ha perso di autonomia ma solo perché per prima a perdere di autonomia è stata la Fnomceo

26 MAR - Abituati in questi anni alle tante goffaggini della Fnomceo, nel leggere la relazione del presidente Anelli, fatta l’altro giorno al Consiglio nazionale si rischia l’incredulità.
 
Con questa relazione ci troviamo difronte, secondo me, ad una svolta e che svolta. Gli scettici abituati a vedere alla Fnomceo come a un porto di mare dove approdano tutti gli opportunismi del mondo sarebbero autorizzati ad essere quanto meno diffidenti e cauti nei giudizi. Ma una relazione è una relazione niente di più e poi cauti non significa negare le evidenze.
 
Una relazione di svolta (prima evidenza)
La prima evidenza che vedo è che la relazione di Anelli dice cose molto diverse da quelle che sono state dette durante tutti questi anni con la gestione Bianco/Chersevani. Per questa ragione consiglio a tutti di leggersela con molta cura. 
 
C’è, almeno sulla carta, quello che si definisce “un cambio di passo” vale a dire una importante discontinuità strategica. Forse è per questo che, un medico, a piè di pagina dell’articolo su Quotidiano Sanità che ne parla, ha commentato in modo desolato “sei fuori dalla realtà”.

 
Per me è esattamente il contrario. La Fnomceo è sempre stata nella realtà perché diversamente è impossibile ma con questa relazione finalmente essa è nella realtà ma nel modo giusto. Era ora.
 
Qual è questa realtà? Quella:
- di una professione ormai amministrata che sta perdendo le sue caratteristiche identitarie,
- di una Fnomceo imbelle che negli ultimi anni è stata ridotta al silenzio da maneggioni e da politicanti che della professione medica hanno fatto strame per favorire i  loro opportunismi.
 
Quella anche della situazione politica:
- i riferimenti politici della  Fnomceo sono saltati per aria insieme alla seconda repubblica,
- il quadro politico è totalmente cambiato,
- le prospettive di governo lasciano pensare che vi saranno altre politiche con le quali fare i conti.
 
Di fronte a tutto questo cosa avrebbe dovuto dire il nuovo presidente della Fnomceo per stare nella realtà?
 
Autonomia (seconda evidenza)
In cosa consiste il cambio di passo? Innanzi tutto nel rimuovere una grande contraddizione: la professione in questi anni ha perso di autonomia ma solo perché per prima a perdere di autonomia è stata la Fnomceo. Non si recupera l’autonomia della professione senza prima recuperare l’autonomia della sua primaria rappresentanza. L’autonomia si perde perché a partire dagli anni 90 si affacciano politiche che cominciano a considerarla un problema. Se la professione non contesta queste politiche essa è come se accettasse di essere il problema. Diventando il problema per antonomasia essa diventa suo malgrado la controparte di tutte le soluzioni più strampalate.
 
Anelli, con forza nella sua relazione, rimarca giustamente, secondo me, il valore dell’autonomia con due significati politici impliciti:
- con l’autonomia deve cambiare il rapporto  tra professione e  il mondo,
- attraverso l’autonomia passa la proposta che la professione deve  fare al mondo.
 
Autonomia per cambiare
In questo punto sull’autonomia vedo un’altra grande discontinuità: l’autonomia della professione e della Fnomceo ma non per restare la professione che si è sempre stati cioè non per conservare ma per diventare la professione che non si è ancora diventati anche se essa avrebbe dovuto diventare altro perché alla società alla medicina all’economia oggi serve un medico nuovo. Quindi autonomia per cambiare.
 
Non sono mai stato d’accordo con quei commentatori che leggevano il decadimento della professione come qualcosa che era stato rubato ai medici e che bisognava loro semplicemente restituire. Oggi l’autonomia non può essere sinonimo di invarianza ma di cambiamento. Essa serve a cambiare, cioè serve non al medico ma alla società.
 
E’ attraverso l’autonomia che la professione tenta la strada della rilegittimazione sociale. Non più quindi sostenibilità contro il medico ma sostenibilità attraverso il medico. Non più appropriatezza contro il medico ma appropriatezza attraverso i medico. Dateci più autonomia e vi daremo più responsabilità. Immagino che i “lineaguidari” non saranno contenti perché fa loro comodo il medico da tenere sotto tutela, ma voglio vedere un qualsiasi governo difronte ad una proposta simile cosa dice.
 
Riforma (terza evidenza)
Il tema del cambiamento è il denominatore comune di tutta la relazione di Anelli. Forse, da incallito riformatore quale sono, è proprio questo che mi intriga della sua relazione. Ma credetemi non ho alcun imbarazzo ad ammetterlo. Come ho detto a Cittadinanzattiva resto fedele alla mia idea kantiana di critica quale conoscenza.
 
Oggi Anelli parla senza inibizione di riformare e di riforme ma perché ha capito benissimo la lezione: il significato di base della professione dipende dai significati dei contesti nei quali essa opera. E’ possibile l’autonomia che vuole Anelli restando dentro una azienda il cui tratto caratteristico è esattamente la negazione di ogni forma di autonomia? E’ possibile diventare medici del terzo millennio dentro un sistema di servizi a prassi invariate a organizzazione invariate a modelli invariati da più di 50 anni? La risposta è no.
 
Le grandi ingenuità a monte della riforma del 78 sono state due:
- credere che si potesse riformare la sanità a medicina invariante,
- credere che si potesse cambiare il sistema dei servizi  a prassi invarianti.
 
Anelli il “levantino”, come lo chiama affettuosamente qualcuno, da quello che leggo, ha capito così bene l’implicazione stretta che esiste tra professione e contesto che arriva, proditoriamente, non solo a proporre il superamento dell’azienda ma a riformare giuridicamente il ruolo del medico, proprio al fine di farne quello che, in altre occasioni, ho definito l’autore o lo shareholder.
 
Cioè una professione che è imprenditorialmente l’oggetto e il soggetto della propria implementazione.
 
Ma io, considerando lo stato delle cose, farei esattamente la stessa cosa. Il medico che possibilità ha di fare il medico se la sua prassi è condizionata da un sistema che oltre tutto punta solo ad amministrare le sue scelte?
 
Il codice deontologico (quarta evidenza)
Il cambiamento del ruolo in meglio oggi si rende quanto mai necessario in primo luogo perché il ruolo del medico è cambiato in peggio. Oggi il ruolo del medico è oggettivamente regrediente. Per cui serve, e Anelli nella sua relazione lo dice chiaramente, una svolta deontologica.
 
La deontologia è la norma di autogoverno della professione. E’ ovvio che se il medico deve cambiare non può che iniziare dall’auto cambiamento Questa scelta rende molto più credibile la proposta riformatrice più generale. E più o meno suona così: io medico non mi limito a chiedere allo Stato di cambiare le sue politiche, comincio da me e il mio auto-cambiamento allo Stato glielo tiro addosso con la fionda e poi vediamo che succede.
 
Ma a parte questo Anelli eredita da Bianco-Chersevani un codice deontologico fortemente regressivo (2014) che a sua volta è da considerarsi come una concausa della crisi della professione. Ricordo la lettera aperta, da me scritta a Bianco, alla quale neanche per educazione egli ha voluto rispondere: ho deciso di scriverti perché se penso ai nostri medici, mi spaventa l’idea che essi possano tirare a campare per un altro pugno di anni con un codice inservibile” (QS 3 giugno 2014).E il codice si è dimostrato inservibile. Ormai non si tratta più di “aggiornare” il codice ma di “riformare” l’idea di deontologia. Per la Fnomceo non sarà una impresa facile. Ma non può fare diversamente.
 
Quando una professione ha come regola di autogoverno un colabrodo essa non ha nessuna difesa. Tutto quello che è avvenuto in questi anni è avvenuto a deontologia assente. Per questo lo dico ad Anelli, mi sarebbe piaciuto che nella sua bella relazione ci fosse stato un esplicito riferimento alle coraggiose battaglie in difesa della deontologia fatte da alcuni ordini che non hanno esitato a sfidare regioni potenti come l’Emilia Romagna e a mettersi persino contro l’establishment della stessa Fnomceo.
 
Gli stati generali (/quinta evidenza)
Probabilmente della svolta di Anelli che più mi convince è la proposta di organizzare entro l’anno gli stati generali della professione da preparare non da improvvisare come fu fatto nell’ottobre del 2015 mettendo su un incontro improvvisato tra quattro gatti e che finì come se fossimo ad una asta dove tutti rilanciavano su tutto.
 
Da quello che capisco lo scopo di Anelli è questa volta:
- mettere al centro  degli stati generali la “questione medica”,
- definire una strategia politica  ad ogni livello,
- ricavarne una piattaforma per la professione da presentare materialmente al futuro governo.
 
Quando egli dice, basta con le “kermesse”, allude a ben tre conferenze nazionali per la professione che non hanno neanche partorito il proverbiale topolino proprio perché in questi anni la Fnomceo faceva scena  solo per tenere i medici a cuccia.
Conclusioni
Il mio amico Panti dice che io sono hegeliano (per me è un grande complimento e oltretutto credo che lui me lo dica con affetto) ma nello stesso tempo ogni tanto mi ricorda realisticamente che i medici sono tutt’altro. Antonio i medici li conosce bene e la sua perplessità mi ricorda quella di Marx quando proprio a Hegel faceva osservare che ragione e realtà non coincidevano perché la realtà era piena di contraddizioni.
 
Più o meno Antonio in questi anni mi ha detto la stessa cosa: ragione e medici non coincidono perché i medici sono medici quindi “irragionevoli”.
 
Dopo aver letto la relazione di Anelli mi sono fatto una domanda: con i medici che dice Panti possiamo definire una “ragione” dei medici tale da risolvere la “questione medica”?
 
La mia risposta da supposto hegeliano è interamente marxiana:
- sì per la semplice ragione che non abbiamo altro. Il significato politico filosofico dei medici oggi è equivalente a quello della contraddizione da rimuovere,
- sì perché la rimozione delle contraddizioni implica  sempre  un pensiero riformatore. Se non cambi ciò che crea le contraddizioni non rimuovi niente,
- sì perché è la “forza delle contraddizioni” che alla fine cambia il mondo come dimostra la storia del 900, le recenti elezioni politiche e  speriamo gli stati generali sulla professione della Fnomceo.
 
Oggi la contraddizione principale alla base della “questione medica” e che emerge dalla analisi puntuale di Anelli è semplice: medico/non medico. Delle due una. Quale?
 
A quali condizioni, si chiede il presidente della Fnomceo, oggi nei contesti dati è possibile essere dei medici che siano effettivamente medici? La sua risposta, che condivido, è inequivocabile: cambiando il medico e mediando con i contesti.
 
Giriamo la frittata: e se non cambiassimo niente cosa succederebbe sapendo come ha scritto Panti che il medico è morto? (QS 5 gennaio 2018)
 
Personalmente lo dico agli scettici disincantati  come Antonio non penso che sia facile. Magari lo fosse. Mi chiedo anche cosa sia facile oggi in sanità? So anche io che esistono i medici. Ma mi dite per favore quali altre alternative sono possibili?
 
Il “levantino” non sarà un filosofo ma, a me pare, sia molto attento a dove mette i piedi ed ha capito con pragmatismo che di strade oltre il cambiamento della professione non ce ne sono. E non ce ne sono, ha ragione lui.
 
Allora io, il criticone della sanità, e dopo aver letto nella sua relazione il passaggio sul valore della cultura e degli intellettuali, dico senza esitare: diamogli una mano.
 
Forza facciamoci avanti e la ragione se è tale avrà ragione.
 
Ivan Cavicchi
 

26 marzo 2018
© Riproduzione riservata


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