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La dirigenza infermieristica vive in un mondo immaginario

13 MAR - Gentile Direttore,
premesso che questo non vuol essere un intervento a difesa degli scritti di Ivan Cavicchi che evidentemente sa difendersi molto meglio da solo, volevo fare alcune considerazioni su quanto espresso dal presidente del CID. L’intervento di Barbato sulle analisi di Ivan Cavicchi, dà la misura di quanto i dirigenti infermieristici, ormai da anni “gestori” anche di molti collegi nonché della federazione IPASVI, siano lontani anni luce da quel mondo infermieristico che sono chiamati a condurre come dirigenti nelle strutture sanitarie o nelle istituzioni che gestiscono la politica professionale.
 
Non sfugge credo a nessuno, infatti, che ormai da molti anni i vertici dell’IPASVI sia a livello locale che nazionale siano stati e in larga parte continuino ad essere gestiti da infermieri con la qualifica di dirigenti, e che quindi essi siano i veri responsabili del percorso politico-istituzionale e gestionale della professione infermieristica.
 
Detto questo, che il responsabile dei Dirigenti infermieristici affermi di non riuscire a capire le metafore o le favole di Cavicchi è probabilmente il segnale di una distanza siderale della dirigenza infermieristica da quello che è il mondo reale della professione.

E’ il segnale chiaro ed inequivocabile del fatto che questa dirigenza infermieristica vive in un mondo immaginario e che evita di voler vedere e capire quale sia il mondo reale della professione.
A me pare che le favole o le metafore di Cavicchi siano quanto di più lontano ci sia dal politichese e che quindi siano comprensibilissime da chi vive quotidianamente la condizione di “base” degli infermieri italiani.
 
Probabilmente la condizione per capire quanto dice Cavicchi è essere un infermiere che vive sulla propria pelle le contraddizioni che il sistema ha creato grazie anche alla complicità di quella dirigenza alla quale adesso sfugge persino l’evidenza.
L’evidenza di una teoria che non si traduce mai in pratica.
La dirigenza infermieristica, a tutti i livelli, vive di “teorie” che la stragrande maggioranza degli infermieri, fatti salvi appunto proprio i dirigenti (ma sono ancora infermieri?) e forse qualche fortunato collega che vive in realtà speciali, non vedono mai realizzate negli ambiti lavorativi.
Come si può non capire che, tanto per fare un esempio, la teoria del progetto di “riforma” (l’ennesimo…) del percorso formativo dell’infermiere, abbia una qualche possibilità di modificare la condizione professionale degli infermieri?
 
Come non capire che nell’attuale organizzazione del lavoro infermieristico, impegnare risorse in quel progetto non sia assolutamente una priorità per gli infermieri italiani che già hanno un percorso formativo adeguato che tuttavia non è assolutamente valorizzato. Perché insistere ancora in un percorso di ulteriore specializzazione quanto non si è in grado di garantire l’applicazione nemmeno delle competenze di base.
Come non capire che gli infermieri sono oggi “schiavi” persino del proprio codice deontologico che è diventato la spada di Damocle per ogni tentativo di riprendersi la dignità del professionista, e che è sfruttato proprio dagli stessi dirigenti infermieristici per risolvere le deficienze organizzative.
 
Proprio quel codice deontologico dell’infermiere che evidentemente non piace ai dirigenti infermieristici tanto che hanno proposto di averne uno diverso come se ormai ai dirigenti infermieristici non piaccia più essere “infermieri” ma che nonostante questo si sentano in diritto di dettare le linee di sviluppo della professione.
 
Certo, le analisi di Cavicchi non possono piacere a quella dirigenza che utilizza proprio l’art. 49 del codice deontologico dell’infermiere per gestire la risorsa infermieristica, carente nella totalità delle strutture sanitarie, in barba proprio a quel percorso formativo di eccellenza che teorizzano.
In altra sede, Barbato difende a spada tratta l’art 49 del Codice deontologico dell’Infermiere. Immagino che nel suo progetto di un codice deontologico del Dirigente Infermieristico lo abbia riproposto in modo che anche un dirigente possa, nel momento del bisogno, compensare le carenze e magari non dico fare l’ausiliario ma magari tornare un po’ in corsia ad esercitare quantomeno un po’ di pratica infermieristica.
 
E’ evidente che le analisi di Cavicchi possano non piacere ad una dirigenza (infermieristica) impotente con le direzioni aziendali e anzi talmente organica alle direzioni aziendali da non riuscire più a capire se le scelte organizzative, spesso deleterie, siano frutto di imposizioni aziendali o “teorie” della dirigenza infermieristica. Altro che, per dirla con Barbato, di “importanti risultati che si sono espressi nelle esperienze di direzione sviluppatesi in tante e diverse realtà sanitarie".

E’ singolare che un Dirigente infermieristico percepisca che quanto afferma Cavicchi nei suoi interventi “tenda a ridicolizzare una professione”.
 
Evidentemente Barbato non ha presente che invece, purtroppo, la professione è ridicolizzata dai propri vertici dirigenziali incapaci di avere un ruolo istituzionale forte che difenda la professione da quell’avvitamento su se stessa in cui è caduta.
I dirigenti infermieristici ritengono le prese di posizione di Cavicchi peggiori dell’inesistente azione politico-istituzionale della federazione Ipasvi che ha fra i propri obiettivi strategici per la tutela degli infermieri la trasformazione del Collegio in Ordine o la difesa ad oltranza di uno strumento ormai morto come il comma 566?
 
Meglio, per Barbato, la teoria di Mangiacavalli e Silvestro che evidentemente pensano che, portati a casa questi obiettivi, per gli infermieri italiani si aprano spazi immensi di soddisfazioni professionali e emancipazione dalla condizione di sfruttamento e logoramento che vivono quotidianamente in barba ai percorsi formativi ultraspecialistici e ai tanto decantati meta paradigmi della professione?
 
A me pare che gli interventi di Cavicchi più che ridicolizzare la professione abbiano aperto gli occhi agli infermieri e che la maggioranza silenziosa degli infermieri italiani vedano riflessi in quegli scritti la loro quotidiana condizione lavorativa fatta di svilimento professionale di cui anche i dirigenti infermieristici sono responsabili.
Forse è questo di cui hanno paura i dirigenti infermieristici.
 
Daniele Carbocci 
Segretario Amm.vo Nazionale NurSind

13 marzo 2016
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