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Spesa privata a 40 miliardi? Dato semplicistico, se non fuorviante

07 GIU - Gentile Direttore, 
ho letto stamattina l’ampio resoconto del suo giornale sul WelfareDay, convegno che si è tenuto ieri nello splendido palazzo Colonna, con ampia partecipazione e la presentazione di molteplici relazioni e interventi. Il messaggio che ne emerge, dalla relazione introduttiva e in particolare dalla “ricerca” presentata dal dottor Francesco Maletta, quello ripreso diffusamente dai mezzi di informazione, è che la spesa sanitaria privata arriverà a 40 miliardi di euro, che incide di più sui redditi più bassi e che monta la percezione di una sanità ingiusta, addirittura un rancore verso il Servizio sanitario.

Il  rimedio suggerito è – come noto – quello di affidare questa fetta di mercato alle attenzioni eque e sobrie del sistema Assicurativo e dei Fondi. Se poi quella residua parte di attività che sarà ancora svolta dal Ssn, ma in larga percentuale già attraverso i privati e i privati convenzionati (per il 40% in Italia, a cui aggiungere le molte esternalizzazione di servizi interni), desterà ancora “rancori”, penso che nei prossimi Rapporti vi saranno ulteriori proposte di trasferimento al privato e di opting out.


Non entro in merito – per ragioni di spazio dovute al fatto che trattasi di una “lettera al Direttore” - sulle questioni generali, ma per porre alcuni quesiti, considerato che il convegno di un’intera giornata prevedeva molti affabili “attori”, ma non un dibattito e neanche una semplice “Question Time”.

La spesa sanitaria, nel suo complesso, cresce in tutti i Paesi del mondo, come è - o dovrebbe essere noto - ai ricercatori, salvo rari casi di un crollo sostanziale del Pil. Si chiama “elasticità” rispetto sia al Pil sia la reddito familiare e ai consumi generali. Ne ha parlato un certo William Baumol (The cost disease), fin dagli anni sessanta, oltre a tutti gli economisti che si occupano della materia. Cresce poco – quella totale – in Italia, dato il cronico sottofinanziamento della componente pubblica.

La spesa sanitaria privata sostenuta direttamente dalla famiglie (out of pocket) ha avuto un tasso di crescita, nel periodo pre crisi (2000 – 2008) del 18,4%.

Nel periodo successivo (2009 – 2015) tale tasso di crescita risulta esattamente uguale: 18,4% (Rapporto Gimbe, 5/6/2018). Il suo tasso di crescita pertanto non è in termini assoluti, ma in proporzione alla spesa sanitaria complessiva, poiché è la componente pubblica che si è progressivamente contratta.

Ciò non vuol dire che il fenomeno della crescita, nei due periodi, abbia identiche motivazioni: nel primo può essere attribuito (è solo una ipotesi) al crescente benessere della popolazione; nel secondo in parte alla riduzione delle coperture offerte – di fatto e di diritto – ai bisogni della popolazione.

Chi ne ha risentito di più è la fascia di popolazione con redditi più bassi, perché le diseguaglianze e la povertà si sono, nell’ultimo decennio, particolarmente in Italia, molto ampliate. Siamo 21esimi su 28 Paesi dell’Europa per reddito disponibile equivalente e 26esimi per giustizia (o elasticità) intergenerazionale. 

Il “messaggio” di 40 miliardi di spesa privata è semplicistico, se non fuorviante. Si tratta di tutte le attività che il “risentito” cittadino deve procurarsi di tasca propria perché il Ssn è inadempiente? 

All’interno di tale quota vi è la “tassa sulla malattia”, definita ticket, che lo stato preleva su accertamenti e visite ambulatoriali (1,3 miliardi).
Sui farmaci  vi sono ulteriori 1,5 miliardi, di cui una parte sostanziale per libera scelta (o cattivo orientamento?) del cittadino verso farmaci brand al posto degli equivalenti.
Vi è poi la spesa su prodotti quali gli omeopatici, i prodotti di erboristeria e gli integratori e farmaci rimborsabili (classe A) acquisiti direttamente, per un complesso di oltre 4 miliardi.

Ciò non vuol dire, ovviamente, che il problema non esista, ma che in realtà si concentra su una serie di settori, e in particolare nell’assistenza odontoiatrica, esclusa dai Lea, per oltre 8 miliardi e nel Long-term care.

Vengo al secondo elemento, che è il messaggio forte della “ricerca” Censis Rbm: Ci si indebita per pagare. La sanità è ingiusta. Ognuno si curi a casa propria.

Si descrive in dettaglio, quale risultato della ‘ricerca’ un risentimento, che sarebbe diffuso e diversificato: più accentuato negli elettori dei due partiti che costituiscono l’attuale Governo (41,1% nel M5S; 39,2% in quelli della Lega).  

Si intende veicolare così un messaggio forte al Governo e alla neo ministra Giulia Grillo.

Il 'ricercatore' che ha presentata la 'ricerca' ci ha offerto un’ulteriore informazione, e cioè che è stata condotta recentemente: in Aprile. 
Bene! Anzi, direi: molto male. 
Per presentarla come ricerca a nome di un prestigioso Istituto di Ricerca socio-economica, che opera dal oltre cinquant’anni, all’interno dell’annuale giornata di convegno (non eravamo nel consueto settimanale talk show!) sono necessarie – se ben ricordo – alcune ulteriori informazioni, contenibili in una slide fra le centinaia che sono state presentate, quali, ad esempio: Di che campione si tratta?; Che dimensione ha?; Che limiti di confidenza hanno i dati, per valutare se tali percentuali, riportate con i decimali, siano statisticamente diverse fra i vari componenti del corpo elettorale?; Si tratta dei risultati di un questionario, di una intervista diretta, di un’inchiesta telefonica?; Chi rispondeva aveva avuto esperienza e contatto con un servizio sanitario nel periodo di poco precedente all’indagine, elemento che porta generalmente a opinioni assai diversificate?

Lo scorso anno, se ben ricordo, fu presentato un dato; anche questo un ”forte messaggio”, che – in tempo di fake news – continua inevitabilmente a circolare: 12 milioni di italiani rinunciano alle cure.

Vi fu anche una smentita, con comunicato stampa, del Ministero della Salute (comunicato n. 75 del 31 Luglio 2017 su base di dati Istat – EuSilk). 

Quest’anno smentite non ve ne saranno perché non mi risultano indagini analoghe. Ma ho qualche dubbio che la serietà scientifica sia migliorata o, quanto meno, la carenza di informazioni non mi rassicura.

Marco Geddes da Filicaia
 

07 giugno 2018
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