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La prevenzione è una cosa seria

04 MAR - Gentile Direttore,
ancora una volta devo rilevare che il solo parlare di sanità integrativa sulle colonne del suo giornale attiva delle reazioni discutibili. Questa volta a farne le spese è addirittura la prevenzione, da sempre unanimemente riconosciuta come uno strumento fondamentale di tutela della salute dei cittadini (si vedano, tra le altre, le posizioni dell’OMS, dell’OCSE e del nostro Istituto Superiore di Sanità), tacciata di poter essere un possibile volano di consumismo sanitario innescato da compagnie assicurative che secondo l’accusa ingolosirebbero i propri assicurati incentivandoli a svolgere esami più o meno invasivi al solo scopo di assicurarsi lauti guadagni.
 
Ora premesso che la prevenzione è un investimento sulla salute dell’assicurato i cui costi sono per certo sostenuti nell’immediato dalla Compagnia Assicurativa ma i cui benefici vanno a vantaggio dell’intero sistema sanitario, attualmente, purtroppo, la prevenzione delle patologie croniche rappresenta una quota marginale nel budget del nostro Sistema Sanitario le cui politiche sono prevalentemente orientate a curare piuttosto che a prevenire, con conseguenze inevitabili anche in termini di diagnostica e di trattamento.

 
Del 4,2% di spesa sanitaria totale che il nostro Paese dichiara di destinare alla prevenzione oltre l’80% viene impiegato per il finanziamento di funzioni diverse di tutela della salute pubblica; poco meno di 1 miliardo di Euro l’anno viene destinato alla prevenzione per le persone e, in particolare, al contrasto delle Malattie Croniche Non Trasmissibili con livelli di investimento che ci vedono all’ultimo posto nella classifica dei Paesi OCSE dietro a Turchia, Messico e Corea.
 
Ora, il fatto che l’Italia non abbia risorse sufficienti da dedicare alla prevenzione non dovrebbe a nostro avviso andare a scapito del diritto alla salute dei cittadini ai quali, secondo la “Fondazione Allineare Sanità e Salute”, invece andrebbe addirittura impedito di fruire dei livelli assistenziali ai quali hanno diritto grazie ad una Sanità Integrativa che pagano con i loro soldi.
 
In Paesi con solidi sistemi di Welfare pubblico, come ad esempio la Svezia, da tempo è attiva (coordinata dal Folkhälsoinstituet, Istituto Nazionale di Sanità Pubblica) un‘attività di educazione continua che promuove il ricorso a protocolli di prevenzione ricorrenti da parte dei cittadini senza che questo ingeneri le preoccupazioni richiamate dalla predetta Fondazione. Analogo approccio, ancora, lo si vede applicato anche in Giappone dove per specifiche forme di neoplasia ad alta incidenza, come il tumore gastrico, la prevenzione è molto più diffusa che in Italia ed ha consentito di ottenere grandi risultati (tassi di guarigione superiori al 50%, superiori quindi anche a quelli degli Stati Uniti).
 
Certamente la prevenzione “secondaria” può anche scontrarsi con la voglia di “non conoscere”, ma se si può, ed oggi è possibile, garantire risultati validi in tema di guarigione o comunque di sopravvivenza, perché bisognerebbe privare i cittadini di questa possibilità? Non credo che la sola dimostrazione che il Servizio Sanitario Nazionale sia autosufficiente possa essere di per sé un contraltare valido.
 
Forse, una volta tanto, bisognerebbe mettersi nei panni dei pazienti, questi insaziabili consumatori di sanità in-appropriata di cui parlano il dottor Donzelli e il suo collaboratore.
 
In proposito la Fondazione a supporto delle proprie teorie ricorda che su alcuni degli screening assicurati dalla Sanità Integrativa il SSN ritiene sufficiente adottare finestre di erogazione più dilazionati (ad esempio nel caso del sangue occulto fecale) trascurando tuttavia di spiegare che questa impostazione se può andar bene in caso di patologie più semplici (quali emorroidi, lievi sanguinamenti gengivali, etc.), risulta più rischiosa con casistiche più importanti (seppur tutt’altro che infrequenti) come una lesione colica sanguinante. In questi casi infatti, come noto, prima viene affrontata la patologia e maggiori sono le possibilità di successo (che, peraltro, si correlano anche ad una minore traumaticità per il paziente). Un analogo ragionamento, del resto, fu fatto in passato anche per i c.d. carcinomi intercritici, ovvero per quelle patologie mammarie che insorgevano e si sviluppavano tra un esame mammografico e l’altro (magari dilazionato proprio per motivazioni economiche).
 
Appare poi piuttosto sconcertante che la presunta scientificità delle tesi espresse dal dott. Donzelli e dal suo collaboratore venga corroborata richiamando tra le fonti testi come le c.d. “Pillole della salute” che esprimono concetti quali “una Giuria di cittadini con informazioni chiare e complete ha deliberato che il SSN dovrebbe sconsigliare attivamente i PSA di screening”, piuttosto che pareri di esperti in fisica come il Prof. Austin, che collabora con strutture sanitarie solo per quanto attiene alla sua professionalità (controlli dosimetrici e radioprotezionistici) e non opera in campo sanitario.
 
Tra i vari rischi derivanti dal finanziamento da parte della Sanità Integrativa della prevenzione viene richiamato anche un possibile “scavalcamento” del medico di base. Quanti sono i cittadini che non sono stati mai incoraggiati a fare la giusta prevenzione? Inoltre il mantenimento della centralità del medico di base non passa certo per la negazione ai cittadini della possibilità di ampliare le proprie possibilità di partecipare a protocolli di diagnosi precoce grazie anche alla maggiore flessibilità organizzativa garantita dalla Sanità Integrativa, quanto piuttosto dalla possibilità che gli esiti di tali screening vengano messi in rete in modo integrato anche con la Sanità Pubblica.
 
Bisognerebbe, inoltre, chiedersi con la doverosa onestà intellettuale   se siamo davvero certi che, anche solo limitando il campo di azione dei protocolli di diagnosi alle principali patologie oncologiche, le strutture pubbliche sarebbero in grado da sole di rispondere in modo rapido e fattivo ai bisogni dei cittadini.
 
E ancora, come si può continuare a far finta di non sapere che in assenza di un sistema di Sanità Integrativa ai cittadini rimane solo la scelta per curarsi tra attingere ai propri risparmi (quando si hanno) o rinunciare alle cure? Come si può, in coscienza, continuare a minimizzare i reali rischi di una diagnosi tardiva o, ancor peggio, mancata?
 
In conclusione non posso non sottolineare come le posizioni espresse dal dott. Donzelli e dal suo collaboratore siano lesive della professionalità di tutti gli operatori sanitari che si trovano a prescrivere, ad effettuare e a refertare esami diagnostici svolti da pazienti che hanno questo grave stigma di aderire ad un Fondo Integrativo o possedere una polizza sanitaria.
 
Trovo piuttosto sorprendente che dei medici possano insinuare il dubbio che altri colleghi prescrivano o effettuino esami solo in ragione delle “pressioni” di pazienti assicurati, che si sottoporrebbero di buon grado ad esami potenzialmente inutili solo perché comunque rimborsati sottraendo tempo al proprio lavoro e alla propria vita.
 
Marco Vecchietti
Amministratore Delegato e Direttore Generale di RBM Assicurazione Salute
 

04 marzo 2019
© Riproduzione riservata


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