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Lo studio dell’Unical sui centri per la terapia del dolore non convince

08 MAR - Gentile Direttore,
oggi ho avuto la possibilità di leggere alcuni articoli relativi alla presentazione dei dati raccolti dallo “Studio conoscitivo delle reti di terapia del dolore" tenutasi il 5 marzo, presso il Ministero della Salute - Auditorium Ribotta. Dall’analisi di tali dati, sorgono spontanee alcune considerazioni e perplessità. In primo luogo ritengo doveroso evidenziare come quasi la metà dei centri di terapia del dolore contattati abbiano deciso di non partecipare allo studio (365 centri contattati – 192 partecipanti).
 
Essendo direttore di uno dei centri che ha deciso di non partecipare, vorrei sottolineare come questa decisione (e immagino anche quella degli altri centri) sia dipesa dalle modalità utilizzate per condurre lo studio: invio di una e-mail priva del nome del referente nonchè della descrizione sulla modalità di gestione dei dati (N.B. si parla di dati sensibili). Peraltro, tali informazioni sono state richieste, più di una volta, a fronte dei solleciti ricevuti per partecipare allo studio, e non sono mai state fornite.


Fatta questa premessa, la statistica ci insegna che con un campione di raccolta dei dati di poco superiore al 50%, la rappresentatività degli stessi sia discutibile.

Inoltre, le analisi relative alle prestazioni erogate sono derivate da soli 31 centri su 192 e, senza che venga illustrato il metodo di elaborazione, i dati di questi centri sono stati estrapolati fino a rappresentare l’intera regione di appartenenza. Infine, sorvolando sul metodo “statistico”, anche un’osservazione superficiale metterebbe in evidenza l’incongruenza e, probabilmente, l’erroneità, del dato attribuito alla regione Umbria alla quale sono attribuite 166.000 visite su 578.000 totali, a fronte delle sole 68.000 della Lombardia.

In assenza di una indicizzazione relativa alla popolazione delle regioni di riferimento, quale valore si può attribuire a questi dati?

Altro argomento su cui focalizzare l’attenzione è il riferimento ad un non meglio precisato “protocollo regionale per la gestione del paziente con dolore cronico”. Viene riportato che, in Piemonte, il 30,8% (delle strutture? degli intervistati?) ha dichiarato di disporre di un protocollo regionale condiviso di questo tipo. Il dato diventa del 20% per il Trentino Alto Adige, 7,7% Lazio, 4,2% Lombardia, nessun protocollo “dichiarato” in Veneto, Puglia, Campania, Emilia Romagna.

Essendo stata direttamente coinvolta nella stesura dei 2 PDTA (percorso diagnostico terapeutico assistenziale) elaborati, redatti, deliberati e pubblicati dalla regione Piemonte, cui probabilmente fanno riferimento i risultati di cui sopra, è indispensabile sottolineare che questi PDTA sono specificamente dedicati alla gestione di due problematiche di elevato impatto sociale ed economico, il Low Back Pain e il Dolore Oncologico ma, sicuramente, non esauriscono la problematica della “gestione del paziente con dolore cronico” ambito clinico amplissimo, impossibile da incanalare in un unico protocollo.
 
Volendo mantenere la linea di pensiero del protocollo unico, ecco un breve elenco (assolutamente non esaustivo) di chi dovrebbe rientrare in questo percorso : i pazienti affetti da cefalea cronica di ogni tipo, i portatori di patologie neurologiche degenerative dolorose, tutti i cittadini che presentino quadri di dolore cronico osteoarticolare degenerativo, autoimmune e infiammatorio, le persone affette da neuropatie periferiche di ogni origine (metaboliche, infettive, iatrogene). Anche una persona che non sia “addetta ai lavori” può ben comprendere l’enorme difficoltà di uniformare i percorsi all’interno di una realtà tanto complessa e variegata. Parlare di protocollo di “gestione del dolore cronico” è quindi semplicistico e riduttivo.

La considerazione conclusiva riguarda i dati di monitoraggio. Recentemente è stato pubblicato il documento di “Rapporto al Parlamento sullo stato di attuazione della Legge n° 38 del 15 Marzo 2010” relativo agli anni 2015-2017.

All’interno di tale documento gli unici indicatori presi in considerazione per monitorare l’attività svolta dai centri di terapia del dolore sono stati quelli relativi al consumo dei farmaci oppioidi. In realtà l’attività dei centri di terapia del dolore, in particolar modo dei centri Hub, si basa sull’impiego di tecniche con livelli progressivi di invasività, ad alto contenuto tecnologico. Tali procedure avrebbero dovuto avere un percorso di registrazione attraverso uno strumento denominato “cruscotto” di cui apparentemente si sono perse le tracce.

Mi restano due domande: a quanto ammonta il finanziamento per questo studio? Quali saranno le reali ricadute dello stesso?
 
La speranza è che il codice di disciplina, recentemente firmato dal Ministro, si dimostri uno strumento utile proprio per portare ordine in questa eterogeneità nazionale consentendo di individuare i centri che svolgono unicamente l’attività di Terapia del Dolore e di supervisionare il modo in cui la svolgono, potendo realmente ottimizzare l’allocazione delle risorse come auspicato dal dott. Urbani.
 
Dott.ssa Rossella Marzi
Direttore S.C.D.O. TERAPIA del DOLORE
AOU Novara 


08 marzo 2019
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