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Quale futuro per i medici del DEA?

08 NOV - Gentile Direttore,
oggi la figura del Medico d’emergenza urgenza presenta straordinarie analogie a quella del samurai (incorruttibile, sempre pronto a morire per la propria causa) per la profonda attitudine al sacrificio. Una figura quella del medico DEA alla quale si richiede di prendere decisioni gravi sulla salute e sulla vita di altri esseri umani ;di farlo con una frequenza nell’unità di tempo del tutto priva di criterio-soglia; di trarre spunto validativo per le proprie scelte da una congerie di dati praticamente illimitata; di assumersi in prima persona non solo la responsabilità ma anche il peso morale di tutto ciò che avviene entro e spesso oltre i confini spazio-temporali del proprio ambito lavorativo.

Se per i Samurai, di fronte al fallimento della propria missione esisteva solo l’opzione del suicidio rituale, l’harakiri, per espiare il disonore, da oltre 10 anni, i medici del DEA, per soddisfare la crescente richiesta di prestazioni sanitarie, stanno sacrificando sull’altare della medicina d’urgenza il proprio tempo libero, il giusto riposo, le ferie annichilendo quel concetto di vita affettiva tranquilla e soddisfacente così determinante nel consentire l’attuazione, nel minor tempo possibile, di quelle scelte difficili che consentono di salvare la vita dei pazienti.


Per combattere il fenomeno dell’overcrowding i medici del dea hanno scelto quello che appariva “il male minore”: potenziare la presenze nei periodi settimanali di maggior disagio (la notte e i festivi) e ridurre i tempo libero. Così da una specie di “patto di sangue”stipulato tra i medici , basato sullo svolgimento di turni prolungati ed usuranti, ai confini della legalità, si sono diffusi nuovi modelli autarchici di DEA fondati sulla produttività aggiuntiva e le “nottine”.

A tutto questo va aggiunto la quotidianità delle aggressioni verbali e fisiche, la rinuncia di fatto ad esercitare il diritto allo sciopero (i contingenti minimi equivalgono all’organico pieno), il mancato riconoscimento di lavoro usurante con tutti benefit conseguenti , compreso un periodo di “riposo biologico” (al pari degli anestesisti e del personale esposto a Radiazioni).

Ritengo che oggi quello spirito di sacrificio che ha sostenuto finora la fragile impalcatura dei DEA si sia irreversibilmente esaurito. Il Dea è una nave che affonda e chi può cerca di abbandonarla! Tale comportamento è ispirato dalla legge biologica della sopravvivenza dove ogni organismo cerca di spostarsi in ambienti più salubri e consoni al benessere fisico e mentale! Finora le uniche 2 soluzioni proposte per i DEA sono state l’ aggiunta di risorse umane nuove non specialistiche ( non dotate di completa autonomia e sotto tutoraggio) e ad una variazione del modello organizzativo del DEA (l’aggiornamento delle linee di indirizzo nazionali sul triage intraospedaliero con la transizione dai 4 codici colore ai 5 codici numerici e il nuovo modello del PS per percorsi omogenei) per velocizzare la presa in carico e migliorare la qualità dell’offerta sanitaria e delle cure ai pazienti.

Al di là di tutte le valutazioni e considerazioni, il nuovo concetto del triage per codice numerico associato a una durata max di apertura caso anche per il codice 5 che ,di fatto, costituisce un accesso improprio in Dea, istituzionalizza di fatto la visione, cara ai politici, del PS aperto ad ogni esigenza sanitaria e sociale (unico luogo sempre aperto della città in cui il cittadino può accedere per avere una risposta).

Una visione di "discarica indifferenziata dei problemi sanitari" che tende progressivamente a distruggere la vera mission del PS ossia la medicina d'emergenza-urgenza. La funzione e i doveri della medicina territoriale tendono ad annichilirsi e le attività che una volta erano marginali nel PS costituiscono il maggior impegno e assorbono le maggiori risorse, progressivamente sempre più inadeguate per far fronte alla mole di richieste. Ma un medico del DEA non può passare le giornate nell’affanno di diagnosticare ( seguendo un timer del sistema informatico) distorsioni di caviglie, tendiniti, febbricole o piccoli problemi. Paradossalmente emerge da statistiche recenti del nuovo “first aid” che le patologie meno gravi hanno avuto una maggior riduzione dei tempi di attesa e ciò incentiva gli utenti ad accedere al Pronto Soccorso in tali circostanze.

Da decenni si sa che i problemi di sovraffollamento del PS possono essere risolti solo modificando l'organizzazione dell'ospedale e del territorio. Altrimenti si crea solo un ambiente insalubre sia per i pazienti che per gli operatori sanitari. Calzante direi l'espressione sul nuovo PS che non basta avere la scritta Ferrari per viaggiare a 270kmh... Servono più risorse per farlo funzionare meglio, ritornare al ruolo per cui era stato creato, non diversi codici di urgenza. Occorrono incentivi economici rilevanti e salvaguardia del riposo….

Sergio Gallori
Medico d’emergenza urgenza, rappresentante DEA sindacato CIMO


08 novembre 2019
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