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Intervista a Stefano Vella (Iss): “La salute delle persone è sempre costo-efficace”

17 OTT - “La salute delle persone è sempre ‘costo-efficace’, perché la salute va considerata un investimento, non un costo. È indubbio però che esistono problemi di sostenibilità. Ritengo che occorra fare un ragionamento lungimirante, simile a quello fatto a suo tempo per la terapia antiretrovirale per l’infezione da Hiv/Aids. Anche i trattamenti per Hcv, che hanno costi elevati nell’immediato, potrebbero far risparmiare molto al nostro Paese nel lungo termine”.
Parte da qui Stefano Vella, Direttore del Dipartimento del Farmaco dell’Istituto Superiore di Sanità per spiegare in questa intervista quali potrebbero essere gli obiettivi da raggiungere nella lunga partita contro l’Hcv.
 
 
Dottor Vella, i dati real world della Piattaforma Piter sono stati una base essenziale per l’analisi di Altems. Ci spiega esattamente qual è la valenza di questo studio?
Innanzitutto, va ricordato che lo studio Piter è un grande progetto di ricerca pensato dall’Istituto Superiore di Sanità, in collaborazione con Aisf e Simit. È il primo grande studio italiano osservazionale di coorte longitudinale sull’epatite C. Uno studio in grado di raccogliere dati prospettici - clinici, laboratoristici e di outcome - su un numero molto significativo di pazienti Hcv positivi effettivamente in care, quindi da una situazione di sola sieropositività per Hcv fino a situazioni cliniche avanzate. Coinvolge circa 100 Centri clinici italiani, ossia la stragrande di tutti quelli che si occupano di Hcv, con di più di 10mila pazienti monitorati. La sua valenza è quindi nei grandi numeri. La grande mole di dati raccolti consente, infatti, di definire il quadro epidemiologico-clinico dell’Hcv nostro Paese, e quindi i bisogni di cura effettivi della popolazione. Con il risultato di poter effettuare un’analisi sull’impatto economico potenziale dell’estensione dei criteri di rimborsabilità in maniera estremamente accurata. In sostanza Piter è uno strumento utile per i decisori, proprio perché grazie alla conoscenza dei “numeri” consente di prendere decisioni strategiche “informate”.

 
La questione sul tappeto è se trattare o meno tutti i pazienti Hcv+, a prescindere dal livello di fibrosi, quindi da F0 a F4. Bisogna però fare i conti con una “coperta” economica un po’ corta, visti i prezzi delle attuali terapie. Qual è il suo parere?
Partiamo da un principio: la salute delle persone è sempre “costo-efficace”, perché la salute va considerata un investimento, non un costo. È indubbio però che esistono problemi di sostenibilità. Ritengo che occorra fare un ragionamento lungimirante, simile a quello fatto a suo tempo per la terapia antiretrovirale per l’infezione da Hiv/Aids. Anche i trattamenti per Hcv, che hanno costi elevati nell’immediato, potrebbero far risparmiare molto al nostro Paese nel lungo termine. Consideriamo l’impatto economico, in termini di perdita di produttività e di qualità della vita per i pazienti con Epatite C, in termini di costi della malattia epatica residuale (che purtroppo evolve malgrado l’eradicazione del virus) e al costo di un potenziale trapianto di fegato. Inoltre trattando i malati tardivamente, quindi negli stati avanzati, sì, fermiamo l’infezione, ma il costo della malattia epatica in atto e delle tante patologie Hcv-correlate continueranno ad essere lì, per anni. In sostanza rimandare l’inizio del trattamento può essere attrattivo per le casse del Ssn, ma non tiene conto dell’effetto preventivo dei trattamenti sull’insorgenza delle complicanze e quindi dei futuri costi per il Ssn.
 
Cosa ci riserva il futuro?
Se riusciamo a ridurre il costo del trattamento rispetto ai 15mila euro considerati dallo studio Altems, che rappresentano comunque un investimento costo efficace, il Ssn del nostro Paese guadagnerà non solo in termini di salute ma anche in termini di risparmi futuri sulle sequele dell’infezione da Hcv. Il problema del nostro Paese è che abbiamo sempre lavorato a “silos”: da una parte la spesa farmaceutica, dall’altra, separati, i costi indiretti delle patologie e il valore anche economico della salute delle persone. Ma questi sono intimamente legati, soprattutto se la spesa farmaceutica aiuta prevenire le spese “mediche” future. Intendiamoci, il nostro Paese e l’Aifa hanno già lavorato molto bene, strappando sicuramente prezzo inferiore rispetto ad altri Paesi Europei. In Olanda e in Francia, è già previsto il trattamento universale (cioè di tutti i pazienti con infezione da Hcv), e molti altri Paesi si stanno allineando su questa linea. È vero che noi, rispetto al resto d’Europa, abbiamo un numero più elevato di persone infettate dal virus dell’epatite C. Tuttavia, al di là dei conti economici immediati, se estendessimo la platea dei pazienti da trattare, tenendo presente che i prezzi dei nuovi farmaci inevitabilmente caleranno in virtù di volumi particolarmente elevati, lo studio effettuato con i dati di Piter dimostra che nel medio termine, il Paese andrebbe a risparmiare. In altre parole, la strategia del “trattare tutti” ha un rapporto costi-benefici estremamente favorevole in una prospettiva futura, non troppo lontana.

17 ottobre 2016
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