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La guerra della Mammografia. Gli scienziati si dividono sulla sua utilità. Che fare?

di Laura Berardi

Un recente studio americano afferma che è utile solo in una piccola percentuale tra il 3 e 13%. Ma altri studi precedenti sostengono invece che  sia senz'altro consigliabile e che salva la vita. Tant'è che le istituzioni sanitarie continuano a confermarla nei programmi di prevenzione

07 NOV - Da decenni in Italia sono condotte campagne per la prevenzione del cancro al seno, che consigliano a tutte le donne di sottoporsi annualmente a visite di controllo, e alle donne over 40 di ricorrere alla mammografia con cadenza regolare. Ma nell’ultimo decennio l’efficacia di questo tipo di screening preventivo è stata più volte messa in discussione da alcuni ricercatori, ultimi in ordine di tempo due scienziati statunitensi del Dartmouth College in New Hampshire. In una ricerca pubblicata sulla rivista Archives of Internal Medicine (di cui ha parlato alcuni giorni fa il Corriere.it) i due medici sostengono non solo che la mammografia non salvi la vita, ma che addirittura sia causa di diagnosi “in eccesso”, ovvero che rilevi anche le neoplasie alla mammella che non sarebbero mai cresciute e non avrebbero mai dato problemi, costringendo le donne a trattamenti superflui. Ma i punti di vista su questo argomento sono molteplici, e comunità scientifica e istituzioni non sembrano essere d’accordo con questa ricerca.
Lo studio statunitense: lo screening è utile? Secondo i ricercatori, la mammografia non sarebbe utile né quando il tumore è particolarmente aggressivo, né quando lo è talmente poco da poter essere curato quando dà i primi sintomi. Potrebbe essere dunque solo una percentuale tra il 3% e il 13% delle pazienti più giovani affette da neoplasia alla mammella quella che trae realmente beneficio dallo screening. Il che rappresenta una porzione molto piccola, sempre secondo i ricercatori, di tutte le donne che si sottopongono al test ogni anno. Sono però gli scienziati stessi ad ammettere che sono le pazienti sopravvissute al tumore alla mammella a dichiarare che sia stato lo screening mammografico a salvare loro la vita.
 
Ma qual è la posizione della comunità scientifica e delle istituzioni? Tutto il contrario: non solo la mammografia è necessaria, ma fa parte di una routine medica che salva vite e fa risparmiare soldi. È sicuramente un argomento delicato, infatti, quello della prevenzione del cancro al seno. A volte trattato con superficialità dai media e dagli stessi ricercatori. “Articoli inappropriati che periodicamente catturano notizie frammentarie e incomplete hanno la responsabilità di demotivare le donne a prendersi cura di se stesse”, ha detto Adriana Bonifacino, responsabile dell’Unità Diagnostica e Terapia Senologica dell’Azienda Ospedaliera Sant’Andrea. “Dire e scrivere che diagnosticare un tumore in fase precoce sia la stessa cosa in termini di cura e prognosi rispetto a diagnosticarlo in fase già palpabile o avanzata è inaccettabile; le donne in prima persona quando colpite dalla malattia, e la società civile poi, pagano in prima persona cure impegnative e costose sotto tutti i punti di vista. Investire in prevenzione dovrebbe essere l'interesse prioritario di uno Stato che ha cuore la salute dei cittadini.”
Spesso non si considera infatti che sono molto numerosi gli studi che dimostrano una riduzione significativa della mortalità da cancro al seno a seguito di screening mammografico. Tra i quali anche una ricerca di quest’anno dell’Università Queen Mary di Londra e pubblicata su Radiology, che riporta come le mammografie salvino una vita ogni 1000/1500 test. “Non possiamo dire chi svilupperà il cancro e chi no – hanno spiegato i ricercatori che hanno condotto lo studio – ma le donne che si sottopongono al giusto regime di screening hanno maggiori chances che il cancro venga scoperto agli stadi iniziali e quindi trattato con successo”.
Questa è anche l’idea delle istituzioni. “Lo screening mammografico è un argomento dibattutto da anni, forse decenni – ha spiegato Bonifacino – con diverse scuole di pensiero che alternativamente ne dimostrano l'efficacia (abbattimento della mortalità per carcinoma della mammella del 30% nel mondo), e la non utilità a fini preventivi. Sicuramente lo screening mammografico rappresenta un investimento economico importante per tutti gli Stati membri della comunità Europea,e l'ultima risoluzione di Strasburgo del Parlamento Europeo del 2006 vede tra i punti essenziali per combattere il tumore della mammella, quello di promuovere lo screening.”
 
In Italia? La prevenzione comincia proprio dallo screening. Anche linee guida del Ministero della Salute italiano, elaborate dalla Commissione Oncologica Nazionale, raccomandano per le donne tra i 50 ed i 69 anni di effettuare il test mammografico con periodicità biennale. Come si legge sul documento infatti, “da studi condotti, si stima che un programma di screening mammografico, esteso a tutto il territorio nazionale, per la popolazione femminile di età compresa tra 50 e 69 anni, eviterebbe nell'arco di 30 anni circa 48.000 decessi per carcinoma mammario nelle donne oltre i 50 anni, raggiungendo una riduzione di mortalità intorno al 13.5% su tutte le età. Ciò si tradurrebbe in un guadagno medio di 1650 vite per anno e di circa 14.500 anni di vita salvati nello stesso periodo.”
 “E' anche cosa nota che questo dovrebbe essere ampliato per fascia d'età fino ai 74 anni; e sicuramente è necessario promuovere la prevenzione anche nelle donne al di sotto dei 50 con una modalità di osservazione più complessa (a causa della densità del seno), fatta di ecografia, mammografia e visita clinica”, ha continuato Bonifacino.
E per ribadire la centralità di questo test e quanto scienziati ed istituzioni siano convinti della sua utilità, il Ministero ha predisposto ed avviato anche quest’anno la campagna di prevenzione “Nastro Rosa”, già programmata negli anni passati, che prevede visite senologiche e controlli clinici strumentali, quasi tutti gratuiti o dietro pagamento di un piccolo contributo.
Laura Berardi

07 novembre 2011
© Riproduzione riservata

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