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Taglio cesareo: proporzione su parti primari (media esiti Italia 25,69%)


17 NOV - La proporzione di parti effettuati con taglio cesareo è uno degli indicatori di qualità più frequentemente usato a livello internazionale per verificare la qualità di un sistema sanitario. Questo perché il ricorso inferiore al cesareo risulta sempre associato a una pratica clinica più appropriata, mentre diversi studi suggeriscono che una parte dei tagli cesarei è eseguita per “ragioni non mediche”. Eppure il numero dei parti con taglio cesareo è andato progressivamente aumentando in molti Paesi. In Italia, in particolare, si è passati da circa il 10% all’inizio degli anni Ottanta al 37,5% nel 2004, la percentuale più alta d’Europa, che in media si assesta a una quota inferiore al 25%. L’indicatore viene calcolato come proporzione di parti con taglio cesareo primario (primo parto con taglio cesareo di una donna), essendo altissima la probabilità (superiore al 95%) per le donne con pregresso cesareo di partorire di nuovo con questa procedura. 
 
La proporzione di parti cesarei primari scende lievemente ma progressivamente dal 28.3% del 2010 al 25.7% del 2014, con grandi differenze tra le Regioni e all’interno delle Regioni. Il regolamento del Ministero della Salute sugli standard quantitativi e qualitativi dell’assistenza ospedaliera fissa al 25% la quota massima di cesarei primari per le maternità con più di 1000 parti (VEDI LISTA DELLE 35 STRUTTURE FUORI STANDARD) e al 15% per le maternità con meno di 1000 parti (VEDI LISTA 313 STRUTTURE FUORI STANDARD).
 
L’analisi (VEDI TABELLA). Gli esiti migliori li ha ottenuti l’Ospedale di Carate-Carate Brianza con solo il 5,2% di cesarei, seguito dall’Ospedale Civile di Palmanova (a cui però è stato richiesto un audit sui dati) con il 6,06% e dall’Ospedale di Circolo A.Manzoni di Lecco con il 7,38%.

Gli esiti più sfavorevoli si sono invece ottenuti nella Casa di cura Villa Cinzia di Napoli (95,05%), dalla Casa di cura Sanatrix di Napoli con l’87,62% e dalla Casa di cura Villa Bianca sempre di Napoli con l’87,58%. Da notare che a tutte queste strutture è stato richiesto un audit sulla qualità dei dati.

17 novembre 2015
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