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Riforma cure primarie. L’ultimo treno parte ora o mai più

di Ettore Jorio

L’assenza dell’assistenza distrettuale è da colmare con velocità assoluta, tanto da impiegare fondi e risorse che vadano ben oltre quelle che sono toccate al tema con il riparto del Pnrr. A tutte le istituzioni, lo sforzo di renderle disponibili per vincere la sfida che sino ad oggi è costata di più alla nazione, sia in temine di vite che di sconfitte economiche.

07 DIC - Mai una tale coincidenza: una sonora sconfitta dell’assistenza territoriale da parte del Covid-19 e l’occasione offerta per la sua ricostruzione resa possibile dal PNRR.
 
Sono passati due anni dall’invasione violenta e inaspettata (!) del coronavirus, costata alla collettività nazionale ben oltre 134 mila morti, con sofferenze atroci anche dei familiari persino impossibilitati a porgere ai loro cari l’estremo saluto. Siamo usciti da quel nucleo temporale più distruttivo, grazie alla resistenza praticata dal sistema ospedaliero. La tragedia è divenuta meno disastrosa di quanto sarebbe stata grazie all’impegno eroico dei medici e degli altri sanitari che hanno spesso dato la vita per tutelare quella degli altri lottando contro la violenta occupazione epidemica, lasciata per qualche mese libera di circolare.
 
È passato un anno da quando è venuto fuori il vaccino che, nelle sue diverse connotazioni scientifiche abilitate al rango dagli organi regolatori europei e domestici, avrebbe meritato da subito la promozione a trattamento sanitario obbligatorio da parte di un legislatore che ha dimostrato nell’occasione di privilegiare la politica su una maggiore tutela della salute. La Costituzione lo avrebbe consentito, così come già avvenuto in altre occasioni impositive di esperimenti vaccinali.

 
Oggi. Un Covid che riprende vigore nelle sue diverse e più aggressive varianti destinate a generare una nuova difficile competizione infettiva. Proprio per questo mette paura, minaccia peggioramenti statistici, impedisce alla economia di misurarsi con le proprie regole mercantili.
 
A fronte di questo, il sistema sanitario territoriale è rimasto tale e quale a quello che ha lasciato agli inizi del 2020 circolare il virus nel territorio a suo piacimento, come se fosse un turista in libera uscita. Quello ospedaliero si è trasformato in pejus, non garantendo le necessarie tempestive diagnosi, spesso vitali, e le prestazioni chirurgiche e mediche solite, impostando in loro vece l’incremento dei reparti Covid e quello delle terapie intensive.
 
Un tempo, questo, che chi lo ha vissuto non lo dimenticherà mai, perché occupato da più o meno virologi che si sono esplicitamente contraddetti passando dal paragonare l’infezione da Covid ad una semplice influenza salvo poi urlare al pericolo man mano che i fatti dimostravano l’esatto contrario. Per non parlare delle mascherine che hanno generato una stagione degli approvvigionamenti dal tenore carnevalesco, con bidoni rifilati da chiunque che hanno messo in serio pericolo la credibilità delle istituzioni.
 
Al riguardo della qualità dell’assistenza garante dei Lea, chi vuoi che si interessi di che fine avessero fatto, all’epoca del triste e macabro avvento pandemico, i distretti sanitari, le sinergie istituzionali tra l’esercito dei convenzionati e la profilassi internazionale, per i quali la Corte costituzionale ha riconosciuto alla Stato la competenza legislativa esclusiva a gestire la lotta senza confini regionali al Covid-19?
 
Oggi, è questa la partita da giocare, nonostante le bocce siano ancora impegnate ad inseguire un novellato Covid tra la popolazione discriminata nell’assistenza. È doverosamente obbligatorio: da una parte, assicurare ciò che occorre nell’estemporaneo per arginare i pericoli ancora imminenti determinati da un virus rinnovato, che ha fiato da vendere nell’inseguire una umanità piena zeppa di discrimini, spesso omicidiari; dall’altra, ricostruire il sistema dell’assistenza territoriale e rivedere sensibilmente quello ospedaliero, tendendo anche conto dei danni che deriveranno agli individui dal cosiddetto post Covid, che si presumono non affatto trascurabili.
 
Meno male che c’è il PNRR! Quantomeno come spinta motivazionale per fare ciò che occorre. Meno per quanto stanziato nella Missione 6 (M6C1) per le reti di prossimità e le sue strutture, assistite dalla telemedicina. Pochi i 7 miliardi e non adeguate alla necessità e l’urgenza di provvedere, in un Paese totalmente sguarnito di una efficiente assistenza territoriale, le metodologie optate. Sempre le stesse che falliscono da decenni, tanto da aver generato un impianto distrettuale non affatto consono a soddisfare le esigenze comuni della popolazione. Ciò sino a rendere difficile in alcune zone geografiche del Mezzogiorno la sua esistenza operativa.
 
Ebbene a fronte di questo, i pochi miliardi messi a disposizione delle Regioni - attraverso un riparto non propriamente adeguato ai fabbisogni epidemiologici locali, mai rilevati - serviranno solo per cominciare. Magari da utilizzare in conto esercizio, a partire dal 2022. Ciò allo scopo di evitare di disperdersi in deleghe accentrative e improprie (così come pare stia avvenendo per la telemedicina), in progettazioni eccessive e in determinazione di organici inidonei.
 
L’assenza dell’assistenza distrettuale, così come sottolineato su QS, da ultimo, lo scorso 6 dicembre, è da colmare con velocità assoluta, tanto da impiegare fondi e risorse che vadano ben oltre quelle che sono toccate al tema con il riparto del PNRR. A tutte le istituzioni, lo sforzo di renderle disponibili per vincere la sfida che sino ad oggi è costata di più alla nazione, sia in temine di vite che di sconfitte economiche.
 
Ettore Jorio
Università della Calabria
 


07 dicembre 2021
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