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Italia inquinata. Un italiano su 3 vive in luoghi sopra i limiti di legge. L’aria che respiriamo ha troppo particolato e uccide 30mila persone l’anno. Sotto accusa biomasse e veicoli diesel

Il rispetto dei limiti di legge, da solo, eviterebbe 11mila morti ogni anno. Questi alcuni numeri del progetto Viias presentato oggi al Ministero della Salute con la prima mappa dettagliata dell’impatto sanitario dell’inquinamento in Italia. Al Nord il 65% della mortalità. Tra le proposte, oltre a limitare biomasse e diesel, anche quella della forestazione urbana utile ad assorbire l'inquinamento dell'aria. LO STUDIO

04 GIU - Il 29% della popolazione italiana vive in luoghi dove la concentrazione degli inquinanti è in media sopra la soglia di legge. Inoltre, l’inquinamento atmosferico è responsabile ogni anno in Italia di circa 30mila decessi solo per il particolato fine (pm2.5), pari al 7% di tutte le morti (esclusi gli incidenti). In termini di mesi di vita persi, questo significa che l’inquinamento accorcia mediamente la vita di ciascun italiano di 10 mesi, 14 per chi vive al nord, 6,6 per gli abitanti del centro e 5,7 al sud e isole. Gli effetti sono maggiori al nord rispetto al sud e il solo rispetto dei limiti di legge salverebbe 11mila vite l’anno. 
 
Questi alcuni numeri del progetto Viias (Valutazione integrata dell’impatto  dell’inquinamento atmosferico sull’ambiente e la salute) presentato oggi a Roma e finanziato dal Centro Controllo Malattie (CCM) del Ministero della Salute e coordinato dal Dipartimento di epidemiologia della Regione Lazio con la collaborazione di università e centri di ricerca: Enea, Ispra, Arpa Piemonte, Emilia Romagna e Lazio, Università di Firenze, Università di Urbino e La Sapienza di Roma.


Applicando sofisticati modelli previsionali della concentrazioni degli inquinanti su tutto il territorio nazionale, il progetto VIIAS ha stimato sia l’esposizione della popolazione italiana, sia la mortalità totale che quella per malattie respiratorie, cardiocircolatorie e tumore del polmone in tutta Italia fino al dettaglio regionale. Lo studio fornisce una mappa dettagliata degli impatti ambientali e sanitari dell’inquinamento dell’aria e propone l’adozione di politiche adeguate per guadagnare salute, in termini di riduzione di malattie e mortalità, riduzione delle disuguaglianze sul territorio e risparmio di risorse pubbliche. 
 
Inoltre, l’analisi di Viias consente di mettere a fuoco come è cambiata la natura dell’inquinamento atmosferico negli ultimi dieci anni, individuando nella combustione di biomasse per il riscaldamento (utili per contrastare il cambiamento climatico ma assai dannose in termini di inquinamento da particolato) e negli scarichi dei veicoli diesel (responsabili per il 91% delle emissioni di biossido di azoto e di una quota importante di particolato nei trasporti) i due principali bersagli verso cui indirizzare nuove misure preventive. Anche le emissioni del comparto agricolo (ammoniaca) vanno monitorate e contrastate. Appropriati interventi di forestazione urbana possono mitigare gli effetti dell’inquinamento atmosferico.
 
Qualità dell'aria e mortalità nelle province italiane
Nel 2005 il numero di decessi attribuibili all’inquinamento è stato, rispettivamente, 34.552 per il PM 2.5, 23.387 per l’NO2 e 1.707 per l’O3, nel 2010 si è osservata una forte diminuzione per il PM 2.5 (21.524) e per il biossido di azoto NO2 (11.993), soprattutto per le ridotte emissioni dovute alla recessione economica, mentre nel 2020 cle, nonostante i miglioramenti tecnologici e le politiche adottate, si ha uno scenario tutt’altro che migliorato rispetto a dieci anni prima (28.595 morti per PM 2.5, 10.117 per NO2). Dai dati risulta che il 29% della popolazione italiana vive in luoghi dove la concentrazione degli inquinanti è in media sopra la soglia di legge. Ma sono molte le differenze a livello regionale. L’inquinamento colpisce maggiormente il nord (per il 65% del totale), in generale le aree urbane congestionate dal traffico e le aree industriali.
 
Gli scenari alternativi al 2020. Possibile evitare migliaia di morti
- il primo (2020 t1) ipotizza la completa adesione in tutta Italia ai limiti di legge previsti dalla normativa europea e nazionale;
- il secondo (2020 t2) prevede una riduzione uniforme del 20% delle concentrazioni di inquinanti sul territorio. 
Nell’uno come nell’altro scenario si otterrebbe un risparmio di vite, rispetto al 2005, di 11.000 per il PM 2.5 e 14.000 per l’NO2 nel primo e di 16.000 per il PM 2.5 e 18.000 per l’NO2 nel secondo.
 
Particolato fine (PM2.5) e impatto sanitario, presente e futuro
Il progetto ha permesso di definire, attraverso l’uso di modelli, le concentrazioni di particolato fine (Pm2,5) all’anno di riferimento 2005, al 2010 e al 2020 (con tre scenari diversi) insieme ai relativi impatti sulla salute a lungo termine.

Effetti sulla salute
Nel 2005, anno di riferimento, sono stati attribuibili al Pm2,5 34.552 decessi su 527.193 complessivi in tutta Italia, su una popolazione al di sopra dei 30 anni costituita da 40.077.488 individui. Dal punto di vista geografico, al Nord si muore di più a causa del particolato fine (22.485) rispetto al Sud e alle Isole (6.554) e al Centro (5.513), mentre prendendo in considerazione gli ambienti di vita si nota una maggiore mortalità nelle aree urbane rispetto a quelle non urbane.

Le proiezioni relative al 2020 danno un quadro di quella che potrà essere la situazione in tre scenari diversi:
- il primo, definito CLE (Current LEgislation), è basato sulle normative europee e nazionali vigenti o che entreranno progressivamente in vigore negli anni di scenario e presuppone che il trend rimanga sostanzialmente quello attuale. Ci saranno dei miglioramenti nella qualità dell’aria, in gran parte dovuti alle innovazioni tecnologiche per l’abbattimento delle emissioni;
- lo scenario 2020 CLE Target 1 ipotizza che i limiti alle concentrazioni di inquinanti, imposti dalla legislazione europea e nazionale, vengano rigorosamente rispettati e che quindi in nessuna cella, venga oltrepassata la soglia di legge (per elaborare il Target 1, alle zone in cui all’anno di riferimento erano state rilevate medie annue superiori al valore soglia sono state attribuite medie pari al massimo raccomandato. Per esempio, per lo scenario 2020 Target 1 del Pm2,5, il cui limite è di 25 µg/m3, è stato attribuito questo massimo anche alle zone che nel 2005 avevano registrato medie annuali superiori);
- nello scenario 2020 CLE Target 2 viene ipotizzato che le concentrazioni medie annue subiscano una riduzione uniforme sul territorio nazionale pari al 20%.

Esposizione della popolazione
All’anno di riferimento (2005), le concentrazioni medie annue al suolo sono state di 11,4 µg/m3 in Italia, 14,6 al Nord, 10,5 al Centro e 8,6 nel Sud e nelle Isole. Macroscopico il divario tra aree urbane e non urbane: nelle prime si è registrata una media di 23,9 µg/m3, nelle seconde di 11,1.
La concentrazione di Pm2,5 è sempre superiore al Nord, ma all’interno di questa macroarea è la Pianura Padana a detenere il record negativo. Quasi ovunque le concentrazioni medie annue, al baseline, si sono attestate tra i 20 e i 23 µg/m3, con il picco raggiunto nella zona di Milano e della Brianza, dove la media ha superato i 38 µg/m3.

Il “caso” 2010
Tutti i dati relativi al 2010, dalle concentrazioni ai decessi attribuibili al Pm2,5, mostrano un calo sensibile. La ragione di questo andamento va ricercata negli effetti della crisi economica iniziata nel 2007 e in una riduzione delle emissioni derivante dal calo della produzione e dei trasporti. Una condizione che suggerisce la possibilità di ampi margini di miglioramento della qualità dell’aria a fronte di investimenti in tecnologie pulite e in politiche di contrasto all’inquinamento.
 
Ozono (O3) e impatto sanitario, presente e futuro
Il Progetto ha stimato l’impatto dell’ozono per fornire scenari chiari nella definizione di mortalità e morbosità. Diversamente dal Pm2,5 e dall’NO2, per l’inquinamento da ozono non sono stati definiti degli scenari target (2020 Target 1 e 2020 Target 2) perché la soglia di allarme è riferita ai massimi giornalieri. Sono state invece prese in considerazione due ulteriori macroaree: insieme a urbano e non urbano sono state introdotte le aree “suburbano ad alta densità” e “non urbano a media densità”.

I mesi più caldi (aprile-settembre) sono il periodo più critico per l’inquinamento da ozono. Nel 2005, in Italia, la concentrazione media estiva, calcolata sui massimi giornalieri nelle otto ore, è stata di 100,4 μg/m3 (prendendo in considerazione l’intero arco dell’anno, la media nazionale si abbassa invece a 86.4 μg/m3). Diversamente da particolato fine e biossido di azoto, per l’ozono non ci sono forbici particolarmente ampie tra i valori registrati al Nord (101,9 μg/m3), al Centro (101 μg/m3)  e al Sude Isole (98,6 μg/m3).

L’ozono si concentra soprattutto nelle aree non urbane. Per quanto riguarda la Population Weighted Exposure, cioè la concentrazione dell’inquinante “pesata” sulla popolazione residente, la media italiana è di 105,1 µg/m3 (108 al Nord, 104.4 al Centro, 101.5 al Sud e Isole, 106.4 in contesti urbani, 101.1 in aree rurali).

Lo scenario “naturale” previsto per il 2020 mostra una riduzione rispetto al 2005, sia delle concentrazioni di ozono (annuale e periodo caldo) sia della esposizione media della popolazione.

Nel 2005, su 36.000 decessi per patologie a carico dell’apparato respiratorio, 1.707 sono risultati attribuibili all’esposizione a ozono nel periodo caldo (aprile-settembre); di questi, il 52% (882 decessi) si sono osservati tra i residenti al Nord. Nello scenario 2020 è previsto un calo della mortalità in Italia del 22,7% (1.320 decessi).
 
Biossido di azoto (NO2) e impatto sanitario, presente e futuro
Il progetto ha permesso di definire, attraverso l’uso di modelli, le concentrazioni di biossido di azoto (NO2) all’anno di riferimento 2005, al 2010 e al 2020 (con tre scenari diversi) insieme ai relativi impatti sulla salute a lungo termine. L’NO2 è il principale responsabile dell’inquinamento urbano, e il Progetto VIIAS ha studiato con particolare attenzione i microambienti in prossimità delle strade.

Impatto sulla salute
Nel 2005, anno definito come baseline, sono stati attribuibili al biossido di azoto 23.387 decessi su 527.193 complessivi in tutta Italia, su una popolazione al di sopra dei 30 anni costituita da 40.077.488 individui. Dal punto di vista geografico, al Nord si muore di più a causa del NO2 (14.008) rispetto al Sud e alle Isole (4.403) e al Centro (4.977), mentre prendendo in considerazione gli ambienti di vita si nota una maggiore mortalità nelle aree urbane (16.736) rispetto a quelle non urbane (6.651).

Le proiezioni relative al 2020 danno un quadro di quella che potrà essere la situazione in tre scenari diversi:
- il primo, definito CLE (Current LEgislation), è basato sulle normative europee e nazionali vigenti o che entreranno progressivamente in vigore negli anni di scenario e presuppone che il trend rimanga sostanzialmente quello attuale. Ci saranno dei miglioramenti nella qualità dell’aria, in gran parte dovuti alle innovazioni tecnologiche per l’abbattimento delle emissioni;
- lo scenario 2020 CLE Target 1 ipotizza che i limiti alle concentrazioni di inquinanti, imposti dalla legislazione europea e nazionale, vengano rigorosamente rispettati e che quindi in nessuna cella, venga oltrepassata la soglia di legge (per elaborare il Target 1, alle zone in cui all’anno di riferimento erano state rilevate medie annue superiori al valore soglia sono state attribuite medie pari al massimo raccomandato. Per esempio, per lo scenario 2020 Target 1 del Pm2,5, il cui limite è di 25 µg/m3, è stato attribuito questo massimo anche alle zone che nel 2005 avevano registrato medie annuali superiori);
- nello scenario 2020 CLE Target 2 viene ipotizzato che le concentrazioni medie annue subiscano una riduzione uniforme sul territorio nazionale pari al 20%.

Esposizione della popolazione
Al baseline (2005), le concentrazioni medie annue di biossido di azoto sono state di 9,4 µg/m3 in Italia, 13 al Nord, 9,2 al Centro e 5,7 nel Sud e nelle Isole. Macroscopico il divario tra aree urbane e non urbane: nelle prime si è registrata una media di 32,4 µg/m3, nelle seconde di 8,8. Più elevati i dati che illustrano l’effettiva esposizione della popolazione agli inquinanti (PWE, Population Weighted Exposure): in questo caso, la media italiana è di 24,7 µg/m3, che sale a 29,5 al Nord e scende a 24,3 al Centro e a 18,4 nel Sud e nelle Isole. Molto ampio, ancora una volta, il divario che separa le realtà urbane (38 µg/m3) da quelle non urbane (17,4 µg/m3).

La concentrazione di NO2 è sempre superiore al Nord, ma all’interno di questa macroarea è la Pianura Padana a detenere il record negativo. Quasi ovunque le concentrazioni medie annue, all’anno di riferimento 2005, si sono attestate tra i 34 e i 39 µg/m3, con il picco raggiunto nella zona di Milano, dove la media ha superato i 69 µg/m3.
 
Nel 2005, il 19,8% degli italiani viveva in zone con concentrazioni di biossido di azoto superiori a una media annua di 40 µg/m3 che, ricordiamo, è il limite di sicurezza per la salute fissato dall’Unione europea. Al Nord e al Centro la media saliva rispettivamente al 23,9% e al 21%, mentre al Sud e nelle Isole scende al 13,2%.

Ma i più a rischio sono i residenti nelle città, dove si raggiunge il 44,1% di popolazione esposta a concentrazioni superiori al livello di allarme.
Per l’elaborazione degli scenari relativi al 2020 si è tenuto conto del limite fissato dall’Ue (40 µg/m3). Nella proiezione del Target 2, che contempla una riduzione uniforme del biossido di azoto pari al 20%, la percentuale di persone residenti in zone a elevata concentrazione di NO2 arriverebbe ad appena l’1,1%. Se il limite imposto dall’Ue fosse rispettato ovunque (Target 1), non ci sarebbe ovviamente esposizione oltre la soglia.
 
L.F.

04 giugno 2015
© Riproduzione riservata

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