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Il nuovo Codice degli infermieri ha “ucciso” la deontologia

Non è in nessun modo pertinente alla realtà problematica della professione infermieristica e invece di proporsi come soluzione ai problemi storici dell’intera categoria degli infermieri, è stato usato artatamente per legittimare una strategia politica basata sulla destrutturazione del ruolo, sulla non definizione dell’identità, sulla fungibilità dei ruoli professionali, sull’antagonismo competitivo soprattutto nei confronti dei medici. Anche per questo con il nuovo codice la deontologia è morta, non c’è più

18 APR - La scorsa settimana il 13 aprile 2019, all’unanimità, il consiglio nazionale della Fnopi, ha approvato, il nuovo codice deontologico degli infermieri.
 
Come si valuta un codice deontologico?
Cinque anni fa, una cosa del genere avveniva per i medici Fnomceo.
In aperto dissenso con il codice approvato, in quella circostanza, scrivevo: ancora non è stato inventato un metodo per misurare la qualità di un codice deontologico. Potremmo ricorrere al “criterio di pertinenza” cioè valutare se il codice è pragmaticamente adeguato alla realtà di una professione.
 
Ma come fare? Mi chiedevo, e rispondevo così: si assume la realtà della professione, cioè i suoi problemi, limiti, contraddizioni, possibilità, quindi tutti i fenomeni che la riguardano (explananda), come pietra di paragone e li si confronta con gli articoli del codice. Il codice è pertinente se risponde agli explananda scelti, cioè se li spiega deontologicamente, quale realtà.

 
Ma elencare tutti i problemi di una professione rischia di frantumare la deontologia in tanti particolarismi, come fare? Come soluzione proposi di riassumere i tanti problemi di una professione, in un'unica definizione: propongo di riassumere l’insieme degli explananda con l’espressione “questione professionale” (QS, 26 maggio 2014).
 
In questo modo la “questione professionale” diventa il principio di realtà da cui deve partire la deontologia, cioè la premessa dalla quale le professioni deducono la deontologia che serve pragmaticamente loro per governare il difficile rapporto tra professione e reale.
 
Intendo valutare il nuovo codice deontologico approvato dalla Fnopi e per farlo mi atterrò, al valore della pertinenza come criterio di validità.
 
Le deontologie scadute
Le deontologie esattamente come i farmaci hanno una scadenza culturale nel senso che i loro modelli che disciplinando i comportamenti professionali in una società che cambia, possono essere usati fino a quando certe condotte professionali, sono socialmente e professionalmente accettabili cioè  pertinenti. Ne consegue che:
- se fosse ammessa l’esistenza di una “questione professionale” nella quale i comportamenti professionali, per una qualche ragione, sono in crisi, allora vorrebbe dire che le deontologie in essere sono diventate scarsamente pertinenti, in questo caso si avrebbe il problema delle “deontologie scadute” e si porrebbe la questione del ripensamento,
 
- se, al contrario, non fosse ammessa nessuna questione professionale, in questo caso il problema di una deontologia scaduta non ci sarebbe   e quindi non ci sarebbe bisogno di nessun ripensamento deontologico.
 
Sia chiaro comunque che, senza una deontologia pertinente:
- le professioni rischiano nel tempo di subire in tanti modi diversi la realtà nella quale operano,
 
- mancherebbe la condizione attraverso la quale la professione garantisce il più alto grado di adeguatezza nei confronti del malato e della società,
 
- diventa problematico regolare la qualità della relazione tra la professione e gli altri e assicurare alla relazione un accettabile grado di legittimazione sociale.
 
Senza una premessa qualsiasi deduzione è gratuita
Il codice deontologico Fnopi ci è stato proposto senza nessun tipo di introduzione, nessuna relazione che spiegasse le ragioni dei suoi orientamenti, quindi sprovvisto di una analisi sullo stato della professione infermieristica e della deontologia. Diversamente il codice del 2009 è stato preceduto da una lunga presentazione e i codici anteriori sono stati sempre aperti da delle “premesse”.
 
La Fnopi, per usare una metafora a tutti familiare, con questa decisione volutamente omissiva, è come se avesse deciso, avvalendosi di un gruppo di esperti, di somministrare alla professione infermieristica una terapia, la propria, decisa ex ante, ma non sulla base delle necessità reali della professione, ma per riconfermare semplicemente la propria politica sia essa giusta o sbagliata.
 
E’ del tutto evidente e lo dimostrerò, che il codice per come è stato scritto è semplicemente funzionale alla Fnopi ma in nessun caso esso è funzionale alla deontologia quale soluzione dei problemi reali della professione.
 
Senza una analisi della condizione reale infermieristica è come sottrarre il codice ad una valutazione sulla sua pertinenza: se non c’è premessa come si fa a giudicare il grado di pertinenza di un ragionamento? Su che base hanno lavorato coloro che sono stati chiamati a riscrivere il codice? Quali sono i razionali dati dalla Fnopi alla commissione deontologica? Se i razionali fossero quelli della conferma della linea politica della Fnopi e se questa linea fosse sbagliata, inconcludente, infruttuosa come la mettiamo?
 
L’uso della deontologia come copertura politica
Omettere di fare una analisi sui problemi reali degli infermieri vale:
- come omettere l’esistenza di una “questione professionale” e quindi come Fnopi disobbligarsi nei confronti delle soluzioni giuste da ricercare,
 
- come un processo di prevaricazione nel senso che le ragioni politiche della Fnopi e di chi la dirige prevalgono su quelle strettamente professionali, cioè il codice è usato come copertura politica quindi abusato, nel senso che non è definito per i suoi propri scopi.
 
Questo è quello che definisco un processo di rimozione e di sostituzione consapevole. 
 
Per riprendere la metafora di prima: si tratta di curare la professione non secondo le sue necessità ma secondo i problemi della Fnopi che anziché adattarsi alle esigenze deontologiche della professione pretende il contrario.
 
Il codice in questo modo diventa una pura operazione politica nella quale la deontologia è abusata perché non finalizzata precipuamente a risolvere i problemi della professione.
 
Un falso ideologico
La cosa per me grave, sulla quale gli infermieri dovrebbero far sentire la loro voce, è che in questo modo la professione è deprivata proprio da chi la dovrebbe deontologicamente tutelare, del diritto di avere un codice pertinente.
 
Il codice nel ribadire la politica della Fnopi, in nessun modo fa il punto sui problemi gravi della professione. Esso è quanto meno arbitrario e opinabile e la deontologia che propone non è deontologicamente accettabile.
 
Questo codice è un falso ideologico perché:
- mente sulla deontologia che sarebbe necessaria per risolvere i problemi degli infermieri,
- mente sui problemi della professione,
- mente sulle soluzioni possibili.
 
Personalmente considero ciò una cosa molto grave: non si è mai visto che una deontologica fosse dal punto di vista deontologico deontologicamente inaccettabile.
 
Non può non essere che…
Per valutare compiutamente il codice, un analista come me avrebbe avuto bisogno di sapere dalla Fnopi se secondo lei esiste o no:
- un problema di deontologia scaduta,
- una questione professionale,
- un blocco della professione.
 
La Fnopi per non essere costretta a rivedere le sue politiche omette di rispondere ma in questo modo è come se dicesse:
- non esiste un problema di deontologia scaduta,
- non esiste una questione professionale,
- il blocco della professione non esiste.
 
La commissione, per nulla preoccupata della propria credibilità, obbedisce e si adegua esattamente come quando si lega l’asino laddove vuole il padrone.
 
Usando una sperimentata formula logica che è quella che a certe condizioni ammette la possibilità dell’esistenza plausibile delle cose, alla commissione obietto, molto semplicemente: se tutto il mondo del lavoro in sanità, medici in testa, ha a che fare da decenni con certi problemi (che non elenco perché noti a tutti, legati soprattutto a cambiamenti culturali sociali e economici) a condizioni non impedite non può non essere che non esista una questione infermieristica.
 
Se non esistesse una questione infermieristica allora dovremmo ammettere che la professione è ontologicamente una variabile indipendente dal mondo in cui opera. E questo è onestamente difficile da sostenere.
 
Siccome non è plausibile che, nel contesto dato, non esista una questione infermieristica, per quale motivo la Fnopi non la dichiara apertamente come hanno fatto i medici? Perché nascondere ciò che è evidente? A che pro?
 
Se la crisi viene negata il problema di risolverla per la Fnopi non si pone per cui gli infermieri restano a mollo dei loro problemi e la Fnopi può andare avanti senza cambiare niente.
 
La regola logica del contraddittorio
Ma sempre avvalendomi della logica, sapendo io bene che nel negare qualcosa automaticamente si ammette il proprio contraddittorio, dico che, la negazione della “questione infermieristica”, per la Fnopi, e quindi per la commissione, automaticamente significa:
- riconfermare alla faccia degli infermieri un modello di deontologia evidentemente e innegabilmente regressivo, che grosso modo ha quasi 60 anni,
 
- fare quello che si chiama “aggiornamento della deontologia a modello invariante” cioè negare la possibilità di una deontologia scaduta quando essa è innegabilmente scaduta da un pezzo e necessita di un profondo ripensamento,
 
- aggiungere semplicemente degli articoli in più (da 11 del 1960 siamo arrivati a 51 articoli nel 1999 e a 53 articoli nel 2019) come se la deontologia fosse un rosario e come se la questione infermieristica si potesse affrontare solo con qualche “preghiera” in più,  
 
- respingere elaborazioni importanti sulla deontologia penso al lavoro dell’ex Ipasvi di Pisa al grande contributo corale fatto da Trento, alle mie stesse pubblicazioni di questi anni, alle 100 tesi messe in discussione dalla Fnomceo,
 
- chiudere con grande cura le porte al pensiero degli altri, alla cultura, all’intelligenza creativa, ammettere solo intellettuali servili, conformi funzionali ai propri scopi, dando l’impressione di una Fnopi  preoccupata solo per autoperpetuarsi di mantenere gli infermieri nell’ignoranza, nella arretratezza, nella obbedienza, perfino nel terrore (se penso a tutti quelli che sui social sono disgustosamente  prostrati  a chi comanda o a quelli che  non parlano per non essere puniti in qualche modo),
 
- confinare la professione in un limbo, dove per la stragrande maggioranza degli infermieri da tanto ormai, da troppo, legge 42 o non legge 42, laurea o non laurea, non cambia mai un tubo.
 
Il grande peccato originale
E tutto questo perché? Per negare, distogliere lo sguardo, per autoassolversi come professione, dal grande peccato originale che resta quello della propria incolmabile incapacità culturale, cioè di aver conquistato sulla carta:
- una autonomia professionale importante, ma senza riuscire a organizzarla come tale, in modo co-evolutivo con le altre professioni, ripensando oltre la formazione anche le prassi e le relazioni,
 
- di aver raggirato più di 400.000 infermieri facendo prendere loro una laurea per superare il mansionario per poi lasciarli prigionieri di un mansionario mai abolito,
 
- di aver dato luogo al più colossale de-mansionamento professionale della storia della sanità, che non è tanto il famoso “infermieri tappabuchi” definito nel codice passato con l’art 49, oggi finalmente cancellato, ma è un infermiere costretto ad essere quello che non è e che dovrebbe essere, e da me battezzato “infermiere post ausiliario”,
 
- di aver trascinato la professione a seguire una strategia inconcludente, pericolosa, fasulla che è quella delle competenze avanzate, della fungibilità del ruolo, del medico visto come controparte, del regionalismo avanzato visto come opportunità corporativa, correndo dietro con grande dispregio, per la massa di infermieri in trincea ogni santo giorno, ad un obiettivo prettamente elitario, cioè dare la possibilità ad una piccola minoranza della professione di essere come dicono gli americani  dei veri paramedics o dei “quasi medici” fregandosene degli insegnamenti della povera  “signora con la lanterna”, cioè della fondatrice dell’assistenza infermieristica moderna. Sarei davvero curioso di sapere cosa pensa Florence Nightingale sulla questione della fungibilità dei ruoli e su alcuni articoli di questo codice.
 
Gli articoli ignoranti
I 53 articoli del codice confermano integralmente l’analisi fin qui fatta.
 
La stragrande maggioranza di essi è roba vecchia, molti sono culturalmente inguardabili, cioè veri e propri rottami concettuali del passato, e in ragione di ciò tante sono le aporie, le contraddizioni, le lacune. Nessun sforzo dico nessun sforzo di rinnovamento come se l’ordine fosse di volare il più basso possibile. Devo dire che la commissione, di cui non conosco la composizione, ha volato veramente basso.
 
Qualche esempio:
- si definisce l’infermiere in modo del tutto burocratico (iscritto all’ordine…) senza chiarire chi è (identità) cosa fa (ruolo) (art. 1) e la sua esclusività ontologica...dimenticando la grande regola “operari sequitur esse” le sue azioni il suo agire non sono mai garantiti da una definizione dell’essere infermiere (art. 2). Eppure i più grandi problemi di questa professione derivano proprio dalla negazione in un modo o nell’altro della sua identità.
 
- La “relazioni di cura” è scopiazzata dal codice dei medici ma senza risolverne le aporie. Cosa vuol dire che “il tempo di relazione è tempo di cura”? Significa un modo diverso di essere infermiere, cioè una modalità assistenziale diversa nei confronti della cura, o semplicemente una revisione delle piante organiche? (art. 5).
 
- Sulla cooperazione e collaborazione (art. 12) siamo al puro imbarazzo, bastava leggere il titolo 17 del lavoro di Trento per avere chiare le definizioni di “complementarietà reciproca”, e le distinzioni tra di “cooperazione” “collaborazione” ,”coordinazione”, ma anche per avere a disposizione nuove letture dei rapporti tra professioni come la definizione di “interazione cooperativa”, “complementarietà reciproca vicariante”, perfino le “eccezioni al ruolo” che alla Fnopi piacciono tanto,  e per non parlare della “coevoluzione interprofessionale”. E’ del tutto evidente che per la Fnopi, che propone la professione come un macrofago istigato a mangiare le competenze degli altri, non è interessante sviluppare dei rapporti cooperativi.
 
- Su tutti gli articoli sulla comunicazione e sull’informazione è meglio stendere un velo pietoso: chi ha scritto il codice ignora la cibernetica, la svolta linguistica del 900, confonde il senso con il significato, riduce la comunicazione ad un messaggio, e altre amenità di questo genere, per cui è la solita storia trita e ritrita.
 
- Stessa cosa a proposito di “relazione con il malato”: si riconferma, in questa società post in tutto, il più vieto paternalismo assistenziale, ma a parte questo ancora non si è capito che relazione vale come conoscenza e non può essere banalizzata a giustapposizione. Per la Fnopi il malato “archè” è solo una utopia. Eppure è proprio questo archè che oggi da a tutti del filo da torcere.
 
- Una menzione particolare merita l’art. 37 (linee guida e buone pratiche assistenziali) con il quale si definisce, alla faccia della professione intellettuale, l’infermiere come una trivial machine cioè, un operatore banale, che, per agire si limita ad attenersi alle linee guida, mostrando in questo modo di non conoscere né il dibattito sulle linee guida, né le problematiche delle evidenze, né le grandi contraddizioni dell’uso delle procedure, né la tragedia della medicina amministrata.
 
Gli articoli politici
Sono gli articoli che non fanno deontologia ma politica.
Il primo articolo” responsabilità nell’organizzazione” (art. 30) quello che i giornali hanno tradotto come “l’infermiere manager” fa sorridere per la sua ingenuità come se fosse possibile istituire nuovi ruoli professionali attraverso il codice deontologico. Fa sorridere meno la velleità che si nasconde sotto questo articolo che dietro il verbo “partecipare” ad una funzione, nasconde il verbo, mai ammesso, che è “competere” con la funzione per la funzione cioè comandare.
 
Si tratta comunque di un articolo del tutto privo di fondamento deontologico
 
Il secondo riguarda la partecipazione al governo clinico (art. 32) se prima non si definisce cosa debba essere il governo clinico è difficile capire cosa voglia dire per un infermiere parteciparvi. Ma nel codice non c’è nessuna definizione. Se il governo clinico è inteso come si leggenel documento “A First Class Service: Quality in the new NHS” come “il sistema attraverso il quale le organizzazioni sanitarie si rendono responsabili per il miglioramento continuo dei loro servizi (omissis …)” è un conto, se al contrario si intende per governo clinico una esclusiva competenza medica, l’infermiere ad una competenza esclusiva di un'altra professione non può partecipare, al massimo può coadiuvare. La stessa cosa vale anche per lui, alle sue competenze esclusive, nessuna altra professione può partecipare.
 
Ma nel caso in cui si definisse la partecipazione al governo clinico come un concetto largo, non ha alcun senso per gli infermieri dargli un rilievo deontologico, perché l’intero sistema in ogni sua componente parteciperà alla sua definizione. Quindi anche l’Oss partecipa al governo clinico, e perfino il malato. L’ambiguità dell’art. 32 mi sembra del tutto funzionale al discorso delle competenze avanzate. Un codice serio dovrebbe evitare operazioni simili
 
Il terzo, a partire da una vera e propria “marchetta” che la deontologia Fnopi fa alla politica (art .52) al fine di rafforzare le proprie alleanze con le regioni a proposito di regionalismo differenziato contro gli ordini dei medici e le loro iniziative di difesa della deontologia (in particolare l’ordine di Bologna), in realtà, è un combinato disposto tra articoli, non pieno ma strapieno di contraddizioni:
- mi chiedo come è possibile abusando della deontologia fare una marchetta alla regione Emilia Romagna (art. 52) e nello stesso tempo sancire con l’art. 42 la libertà dell’infermiere da condizionamenti specificando, anche in modo molto autolesionista che, i condizionamenti da evitare riguardano “indebite pressioni di soggetti terzi tra cui persone di riferimento, altri operatori, imprese e associazioni”,
 
- mi chiedo ancora come si fa a stabilire con gli articoli 47 e 49, rispettivamente “l’obbligo del rispetto delle norme deontologiche” e la loro “natura vincolante”, e nello stesso tempo, permettere agli infermieri “impegnati in incarichi politico istituzionali nell’esercizio delle proprie funzioni” di essere liberi da vincoli anche nel caso in cui quello che fanno è platealmente contro la loro deontologia. (art. 52).
 
Sarebbe troppo facile infierire su queste clamorose stupidaggini, mi limito a prendere atto che nel codice commissionato dalla Fnopi ad una commissione di esperti, approvato da ben 102 presidenti la deontologia è morta, non c’è più.
 
Conclusioni
Dopo la mia analisi sul nuovo codice deontologico degli infermieri condotta al fine di definirne la validità attraverso la valutazione del suo grado di pertinenza risulta a me che il codice esaminato:
- non è in nessun modo pertinente alla realtà problematica della professione infermieristica,
 
- invece di proporsi come soluzione ai problemi storici dell’intera categoria degli infermieri, è stato usato artatamente per legittimare una strategia politica basata sulla destrutturazione del ruolo, sulla non definizione dell’identità, sulla fungibilità dei ruoli professionali, sull’antagonismo competitivo soprattutto nei confronti dei medici.
 
Posso solo dire pensando a tutta la categoria, che mi dispiace, questo codice non ve lo meritate. Il dispiacere è accresciuto dal sapere che la maggior parte di voi, anche questa volta, per tutte le ragioni che sappiamo e che tra di noi ci siamo detti tante volte, farà pippa, continuando a mandare giù. Se così non fosse alla Fnopi la libertà di ignominia non sarebbe permessa.
 
Ivan Cavicchi

18 aprile 2019
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