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Coronavirus. La tempesta sanitaria che non ci aspettavamo

di Carla Collicelli

La tempesta che non ci aspettavamo riguarda innanzitutto i rischi che derivano da quello che nei paesi sviluppati è nei fatti un carico di malattia triplo o quadruplo (per riprendere quella formula) rispetto al recente passato, e non solo doppio ma ci pone anche di fronte alla necessità di prendere coscienza finalmente delle interrelazioni tra settore della salute ed altri settori

28 MAR - Che la sanità italiana abbia da affrontare seriamente alcuni problemi di fondo, nonostante i buoni risultati raggiunti in termini di allungamento della vita (10 anni di vita in più in 40 anni), e che la salute degli italiani sia sì migliore di quella di altri contesti geografici, ma comunque in difficoltà in particolare per quanto riguarda l’aumento delle patologie croniche, è chiaro da tempo.
 
Per citare solo alcuni dei contributi più recenti, La Tempesta Perfetta, testo pubblicato nel 2015 da un gruppo di ricercatori guidato da Walter Ricciardi, è estremamente incisivo nell’indicare una serie di sfide urgenti: invecchiamento, cronicità, disabilità, risorse scarse, disuguaglianze, mancanza di coordinamento e di visione strategica nazionale, inefficienza gestionale, stili di vita inadeguati.
 
E lo fa richiamando contributi precedenti importanti, come quelli di Censis, Ceis e Cergas-Bocconi. Il lavoro promosso negli ultimi anni dal Ministero della Salute sulle disuguaglianze, insieme ad Agenas, Aifa, ISS e Inmp, per contro, ha mostrato con dati inequivocabili la mancanza di equità nelle condizioni di vita e nell’accesso alle cure in Italia (circa 10 anni di speranza di vita in meno nelle aree più povere del sud rispetto alle aree più ricche del nord).

 
CREA-Sanità e Fondazione Gimbe, poi, ci lanciano ogni anno ormai da tempo messaggi chiari sui rischi del de finanziamento del Servizio Sanitario (3.391 dollari di spesa pubblica annua pro-capite contro una media di 3.978 nei paesi Ocse).
 
Su tutti questi aspetti il dibattito tra esperti ed istituzioni è aperto da tempo nel paese, e da almeno due anni a questa parte si sono notati anche alcuni segnali positivi provenienti da parte della politica, ancora deboli ma significativi, nella direzione di una inversione di tendenza nel senso dell’aumento delle risorse finanziarie e di personale e di una attenzione crescente nei confronti delle patologie croniche e delle disabilità.
 
Ancora del tutto insufficiente, se non del tutto assente, è invece la consapevolezza rispetto ad alcuni altri importanti elementi di rischio per la salute, che vengono ora a galla in maniera drammatica di fronte alla pandemia del virus Covid-19. E come spesso capita in questi frangenti, la sottovalutazione è culturale, prima ancora che scientifica e politica.
 
La tempesta sanitaria che non ci aspettavamo ci pone di fronte al fatto che le patologie infettive e trasmissibili non costituiscono un rischio solo per i paesi meno sviluppati, con condizioni critiche in termini di igiene e sanità pubblica, in quanto questo virus sta attaccando in maniera velocissima e grave zone e popolazioni ad altissimo livello di sviluppo, economico, sociale e sanitario.
 
Da cui la conseguenza che il fattore che negli studi internazionali più recenti di epidemiologia e sanità va sotto il nome di “doppio carico di malattia” (double burden of desaese), e che segnala la crescita rapida e densa di criticità delle patologie croniche accanto a quelle acute, non è più sufficiente a descrivere le sfide che abbiamo di fronte in tema di salute.
 
La tempesta che non ci aspettavamo riguarda cioè innanzitutto i rischi che derivano da quello che nei paesi sviluppati è nei fatti un carico di malattia triplo o quadruplo (per riprendere quella formula) rispetto al recente passato, e non solo doppio. Un terzo drammatico livello di rischio sanitario è infatti quello della recrudescenza delle patologie da virus, di cui Covid-19 è l’esempio vivo e attuale. Ed un quarto livello è quello delle sfide che si verificano nella sovrapposizione tra patologie infettive, vecchie e nuove, ma soprattutto nuove, e patologie croniche.
 
Sfide che si presentano in tutta la loro gravità nei decessi da coronavirus delle ultime settimane, ma anche in alcuni intrecci patologici relativi a individui appartenenti a fasce di età più giovani.
 
In secondo luogo la tempesta perfetta che non ci aspettavamo ci pone di fronte alla necessità di prendere coscienza finalmente delle interrelazioni tra settore della salute ed altri settori. Come gli scienziati dell’area biologica ed evoluzionistica stanno cercando di spiegarci da tempo, non può esserci salute umana se il resto del pianeta e delle specie viventi non è tutelato in termini di salute. E dunque i richiami ormai frequenti, ma per ora inascoltati, alla necessità di curare l’integrità dell’ambiente fisico ed animale, rispettare gli equilibri naturali, ridurre le forme di inquinamento e sfruttamento intensivo del globo, rispondere adeguatamente alla crisi climatica (sotto il nome di One Health, Una salute), vanno ora presi sul serio.
 
La circolarità della vita sul pianeta in tutte le sue forme non può continuare ad essere considerata un elegante modello di riflessione, ma deve dar vita a strategie ed interventi che siano davvero circolari in un’ottica di salvaguardia del capitale umano, di quello sociale e di quello materiale insieme, evitando gli sprechi e producendo equilibri virtuosi tra i fattori. La sostenibilità della salute e della sanità sarà data solo se si metterà al primo posto nelle agende dei governi il rispetto degli equilibri generazionali e di quelli naturali.
 
In terzo luogo la tempesta che non ci aspettavamo ci sta facendo capire che i confini tra paesi e tra contesti geografici e culturali differenti sono estremamente labili e che ogni sforzo sarà vano se non verrà concordato tra tutti nel mondo. Gli egoismi e le chiusure sono deleteri da questo punto di vista e vanno rimossi.
 
Lo scambio e la collaborazione su tutti i terreni, quello della ricerca scientifica, quello della prevenzione e dell’azione terapeutica, quello sociale ed economico, diventano essenziali per la sopravvivenza, e si richiede una strategia politica globale di fronte a sfide sanitarie, climatiche, ambientali e sociali che sono ormai globali a tutti gli effetti (Salute in tutte le politiche).
 
Carla Collicelli
CNR-ITB Roma

 

28 marzo 2020
© Riproduzione riservata


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