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Recovery Fund. I progetti di Speranza non affrontano i problemi storici della sanità

di Ivan Cavicchi

Pur avendo, grazie alla pandemia, inedite possibilità finanziarie, ci si muove, non si sa perché, in una continuità politica impressionante dove al massimo come dimostrano le sue proposte sul recovery fund si riordina qualcosa ma senza cambiare mai niente di importante, ci si limita a raddoppiare la spesa aggiungendo strutture a strutture ma sempre a criticità invarianti, senza mai rimuovere una sola contraddizione in essere, senza mai risolvere un solo dei gravi problemi storici del sistema quindi senza mai garantire nessuna vera contropartita di rinnovamento

09 SET - Roberto Speranza, a partire dal nome, mi fa venire in mente Bob Hope, cioè un bravissimo attore comico che molto seriamente, soprattutto quando è in tv, recita la parte del ministro di sinistra, serio e responsabile, ideologicamente integro e rigoroso, sensibile ad ogni problema, amico di tutti, dei lavoratori e dei cittadini, difensore integerrimo dei diritti e della costituzione, ma che, se sinistra coincide con progetto, riforma, strategia, pensiero, idee, critica, cambiamento, giustizia, sogno, stringi stringi di sinistra, ha ben poco.
 
Il genere di politiche che Bob ci propone e che con spirito collaborativo e costruttivo, su questo giornale ho analizzato cercando di essere il più obiettivo possibile, fin dall’inizio del suo mandato, sul piano dell’approccio, non è molto diverso da quello dei ministri dell’ordinario che l’hanno preceduto, quindi Lorenzin e Grillo, per restare al passato recente.
 
Infatti pur avendo, grazie alla pandemia, inedite possibilità finanziarie, Bob si muove, non si sa perché, in una continuità politica impressionante dove al massimo come dimostrano le sue proposte sul recovery fund si riordina qualcosa ma senza cambiare mai niente di importante, ci si limita a raddoppiare la spesa aggiungendo strutture a strutture ma sempre a criticità invarianti, senza mai rimuovere una sola contraddizione in essere, senza mai risolvere un solo dei gravi problemi storici del sistema quindi senza mai garantire nessuna vera contropartita di rinnovamento.

 
Bob recita la parte del riformatore ma al di la delle chiacchiere egli è almeno sul piano ontologico soprattutto nei confronti del recovery fund un campione di invarianza.
 
A proposito di recovery fund, qualche giorno fa sul mio blog (Il Fatto Quotidiano 7 settembre 2020), con una lettera aperta ho espresso, sulle proposte di Bob, lealmente le mie perplessità. Leggo ora che la Cimo Fesmed ne ha di analoghe fino ad accusare il ministro di non avere un progetto e di voler condurre la sanità pubblica in un vicolo cieco. (QS 8 settembre 2020) Ed è purtroppo così. Ma in giro, chi sento sento, tutti dicono la stessa cosa.
 
Quando la spesa sanitaria grazie al recovery fund o al mes (ancora non si è deciso) avrà una incidenza della spesa sanitaria sul pil raddoppiata a criticità di sistema invarianti compresa quella della sostenibilità e della sfiducia sociale, come sanità pubblica, che fine pensate che faremo?
 
Non ripeterò qui le mie critiche sulle proposte di Bob, (vi rimando al mio blog), mi soffermerò invece su una domanda alla quale vorrei tentare di rispondere: ma perché mai Bob, così giovane, tanto di sinistra, così disponibile, così intelligente, non riesce ad avere uno straccio di progetto?
Bob suo malgrado rappresenta fedelmente una classe dirigente e una sinistra, sindacato compreso, che, nel suo complesso si rivela cronicamente cioè almeno da alcuni decenni affetta dalla sindrome di Charcot-Wilbrand (CWS) cioè non è capace di sognare.
 
Non è capace di sognare una sanità più giusta, più adeguata, più efficace, più umana, più efficace, più onesta, più pubblica, più credibile, più scientifica, più riformata, meglio retribuita, con ben altre prassi, della quale fidarsi e alla quale affidarsi.
 
Senza sogno, come dimostra proprio la sanità, si resta inchiodati alla realtà dei problemi e alla fine l’unica cosa possibile è “amministrarla” nel senso che se difronte alle difficoltà che si incontrano ci precludiamo il “plus” cioè il cambiamento, la soluzione riformatrice, il salto in avanti, la svolta innovativa, non ci resta altro che ripiegare sul “minus” cioè sui compromessi pasticciati per lo più contro riformatori, quindi sul meno giusto, meno pubblico, meno adeguato, meno costoso, meno retribuito ecc.
 
Ed è quello che sulla sanità ha fatto l’attuale PD in questi anni egemonizzato da sempre dall’Emilia Romagna, cioè dal pensiero debole degli amministratori rossi, con tanti voti ma poche idee, per nulla contrari in barba a tutto, compreso l’art 32, a trovare, nel caso servissero, soluzioni neoliberali fino a ricorrere come dimostra la questione del regionalismo differenziato anche alla deregulation.
 
Questo partito/regione alla fine nell’ansia di amministrare la sanità ad ogni costo ha: manomesso la Costituzione (titolo V), subordinato i diritti all’economia (azienda), ha distrutto qualsiasi parvenza di territorialità accorpando le usl in mega apparati sempre più centralizzati (riordini regionali), ha aperto la porta al privato (incentivi a welfare aziendale, mutue e fondi), sfruttato il sud attraverso una allocazione di risorse iniqua (quota capitaria ponderata e mobilità sanitaria), inchiodato il sistema tutto ad una forte regressività culturale (università regressiva, formazione inadeguata, medicina invariante), causato guerre tra professioni (contendibilità dei ruoli), esasperato inedite “crisi professionali” (questione medica, contenzioso legale), de-capitalizzato il lavoro degli operatori tenendoli prigionieri, in statuti giuridici sbagliati e indecorose gabbie salariali.
 
Bob propone tante cose alcune buone alcune no, ma chissà perché chiude tutte e due gli occhi sui danni causati alla sanità pubblica dal suo precedente partito. Alla fine, il suo tentativo, è quello di assolvere il PD (quindi sé stesso e la propria storia ma anche tutti i suoi attuali illustri compagni di partito che sulla sanità hanno avuto un gran peso e guarda caso tutti emiliani) dalle sue e dalle loro pesanti responsabilità, usando i soldi del recovery fund per distogliere l’attenzione del Paese dalle principali criticità del sistema sanitario.
 
Se le criticità restano, caro Bob, soldi o non soldi, per la sanità non c’è futuro. Il problema politico è tutto qui. Ecco perché la Cimo Fesmed parla di “vicolo cieco”.
 
Oggi, Bob, a me pare, è ostaggio di fatto del vecchio e del nuovo PD contro riformatore quindi ostaggio di un pensiero debole e conservatore, che prova ad amministrare il mondo come può senza riuscire mai a sognare un mondo diverso e migliore, e, da attore consumato quale è, egli come dimostrano le sue proposte, sembra ormai rassegnato a fare da badante ad una sanità invecchiata, contraddittoria e decadente, spinta propria verso la privatizzazione, cercando di spremere dalla pandemia più soldi possibile per tirare avanti.
 
Caro Bob che tristezza.
 
Ivan Cavicchi

09 settembre 2020
© Riproduzione riservata


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