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Carenza infermieri. Contro (Opi Veneto): “Ma limitarsi ad abolire il numero chiuso all’università sarebbe un clamoroso errore”

Secondo il presidente del Coordinamento Regionale degli Ordini delle Professioni Infermieristiche del Veneto e presidente dell’Opi di Rovigo, per abolire il numero programmato bisognerebbe “realizzare un importante investimento in termini di risorse, umane, organizzative ed economiche”, altrimenti si rischia solo di “congestionare l’attività degli atenei e delle strutture del sistema sanitario in cui si svolgono le attività di tirocinio”.

30 OTT - A scarseggiare nei nostri ospedali non sono solo i medici, ma anche gli infermieri, figura insostituibile sia nei processi curativi che di aiuto al medico. A sollevare il problema sull’attuale carenza di infermieri sono l’Ocse e l’Oms in un recente rapporto infermieri/abitanti. Incontriamo quindi il dott. Marco Contro (Opi), Presidente del Coordinamento Regionale degli Ordini delle Professioni Infermieristiche del Veneto e Presidente dell’Ordine delle Professioni Infermieristiche della Provincia di Rovigo, che è più che convinto: la chiave giusta per la soluzione del problema sulla carenza degli infermieri, non è togliere il numero chiuso nelle Università, ma effettuare una analisi del contesto ed una riorganizzazione a monte in termini di risorse umane, strutturali ed organizzative.

L’Ocse e l’Oms affermano che negli ultimi 20 anni il numero degli infermieri, anche se ancora basso, è più che quadruplicato, grazie a un migliore iter formativo e ad un cambiamento nei requisiti d’ingresso per incentivare l’iscrizione. Sull’idea di abolizione del numero chiuso di medicina e per le professioni sanitarie, l'Opi prende posizione?

L’intenzione di abolire il numero programmato all’ingresso del corso di laurea non è nuova e nel nostro Paese ha acceso un fervente dibattito al quale la rappresentanza istituzionale delle Professioni Infermieristiche, per rispetto del proprio mandato, non poteva restare indifferente. Infatti, dopo l’approvazione della Legge n. 3/2018, la Fnopi è divenuta l’ente ordinistico con il maggior numero di iscritti, circa 440.000, per cui una presa di posizione su questo tema di estrema attualità e pregnanza oltre che, del tutto lecita, ha rappresentato una doverosa necessità. Ma soprattutto, la doppia finalità alla base dell’esistenza dell’ordinistica, di perseguire una doppia tutela, della professione e della collettività, ha reso indifferibile un intervento nel merito della vexata quaestio.

Che condizioni ci vorrebbero per abolire il numero chiuso?
Questo è il nocciolo del problema. Parlare di abolizione tout court, senza un’accurata analisi dell’attuale contesto e delle relative variabili sarebbe un clamoroso errore di metodo, rivelandosi unicamente una dichiarazione propagandistica, volta a creare false illusioni e prospettive nei giovani che decidono di intraprendere la professione. Abolire il numero chiuso per accedere a Medicina e alle professioni sanitarie, collimerebbe sia con quanto più volte auspicato dalle stesse professioni di ampliare il numero dei laureati, sia alle indicazioni Ocse e Oms, anche perché, per quanto concerne la professione infermieristica, come sottolineato da questi due ultimi organismi, il numero di infermieri laureati nel nostro paese rimane il quinto più basso (20,6 per 100.000 persone rispetto alla media Ocse di 46).

Per abolire il numero programmato, bisognerebbe realizzare un importante investimento in termini di risorse, umane, organizzative ed economiche. Occorre agire a monte, presso gli istituti superiori, implementando le strategie di orientamento dei giovani per rendere le loro scelte il più possibile informate e consapevoli. Ma bisogna anche operare a valle, riorganizzando il sistema per continuare a garantire l’alto livello formativo degli studenti, senza congestionare l’attività degli atenei e delle strutture del sistema sanitario in cui si svolgono le attività di tirocinio.

I “professori infermieri” sono troppo pochi: solo 4 ordinari, 23 associati e un numero basso di ricercatori per un totale di circa 41 docenti. Con un rapporto docente/studenti di circa 1 a 1.350. Non pensa che è da qui che si dovrebbe partire?
Sicuramente si, anche perché le cifre irrisorie che Lei ha citato devono garantire il percorso formativo di un elevato numero di studenti, che rappresentano, attualmente, oltre 40% degli studenti universitari italiani. Per non parlare di tutor che seguono gli studenti nei tirocini e nelle attività formative, il cui numero è al pari esiguo. E che dire dei referenti di tirocinio, infermieri che svolgono con impegno e sacrificio questa attività contestualmente con l’esercizio della propria attività professionale, spesso in carenza di personale, ai quali sarebbe quantomeno corretto e doveroso un giusto riconoscimento.

Quindi, prima di intervenire sul numero chiuso, bisognerebbe intervenire sul numero dei docenti, sulle università ecc.?
Appare inutile ed assolutamente utopistico parlare di significativi ampliamenti nel numero programmato (e tantomeno di abolizione), senza investire nelle risorse umane, strutturali ed organizzative necessarie e adeguate allo scopo.

Altro aspetto, assolutamente fondamentale da tener presente, senza il quale tutto il nostro ragionamento perderebbe di significato, è l’analisi del nostro contesto. Dobbiamo innanzi tutto considerare che le risorse economiche sono sempre più esigue ed allocarle per soddisfare questa finalità impone scelte coraggiose ed accuratamente ponderate.

Se a questo, aggiungiamo il blocco del turn over, unitamente a politiche di dotazioni organiche basate sui minuti minimi di assistenza per paziente, direi che, senza affrontare prima queste questioni, abolire il numero chiuso è quantomeno prematuro.

Questi sono tutti aspetti su cui intervenire prima di agire sull’ampliamento del numero degli studenti, altrimenti si rischia di creare unicamente una fucina di disoccupati, ingenerando ulteriori motivi di frustrazione nei professionisti che, a fronte di un ingente investimento in termini di risorse economiche ed anni di studio, si trovano poi ad affrontare un mercato del lavoro divenuto all’improvviso asfittico ed incapace di assorbirli.
 
Endrius Salvalaggio

30 ottobre 2018
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