Fecondazione in vitro. Migliori risultati se si congelano tutti gli embrioni

Fecondazione in vitro. Migliori risultati se si congelano tutti gli embrioni

Fecondazione in vitro. Migliori risultati se si congelano tutti gli embrioni
Il segreto potrebbe essere l’attesa: non provare a impiantare subito gli embrioni creati con i cicli di procreazione medicalmente assistita, ma aspettare che i livelli ormonali tornino normali. In questo modo i risultati migliorerebbero del 30%. I dati presentati al meeting Eshre.

Finora la pratica standard dei cicli di procreazione medicalmente assistita prevede che si scelga di volta in volta il numero di embrioni da impiantare nell’utero della donna, e che il resto venga crioconservato in caso possa servire in futuro. Ma da qualche tempo a questa parte sta crescendo tra i medici l’abitudine di crioconservare subito tutti gli embrioni prodotti, per provare l’impianto solo più tardi, quando gli ormoni tornano a livelli normali e le donne non sono più sotto l’effetto dei farmaci usati per la stimolazione della produzione di ovociti. La nuova tecnica – detta frozen embryo transfer (Fet) – eviterebbe tutti i possibili effetti negativi che si hanno sull’endometrio, e rischi come l’insorgenza della pericolosa sindrome da iperstimolazione ovarica. Secondo dati resi pubblici dai ricercatori della Universitari del Mar di Barcelona durante l’ultimo meeting annuale della European Society of Human Reproduction and Embryology (ESHRE), che si è concluso ieri a Istanbul, la percentuale di successo con la Fet salirebbe addirittura del 30%.
 
Secondo gli esperti, congelare gli embrioni in attesa del ritorno del ciclo ormonale naturale potrebbe migliorare sia le probabilità di impianto che quelle di successo della gravidanza, nonché migliorare la sicurezza della fertilizzazione in vitro. Tanto è vero, spiegano gli esperti, che ad oggi i risultati migliori si vedono con madri surrogato o con l’eterologa praticata con ovuli donati (entrambe pratiche non legali in Italia, ma largamente utilizzate all’estero, sia in Europa che negli Stati Uniti). In questi casi, infatti, le future mamme non sono state sottoposte a stimolazione ovarica, e il loro tessuto endometriale non è mai stato esposto ad alti livelli di ormoni. “Quando congeliamo tutti gli embrioni eliminiamo del tutto il rischio di iperstimolazione”, ha spiegato Miguel Angel Checa, ricercatore che ha dato l’annuncio al meeting. “Il che vuol dire che con la Fet evitiamo in assoluto la più grande delle complicazioni che si presentano in campo di procreazione medicalmente assistita”.
Tuttavia, sebbene la pratica del congelamento di tutti gli embrioni sia utilizzata normalmente già oggi in caso di complicazioni e sia considerata del tutto sicura, non erano mai stati condotti studi sistematici che ne dimostrassero la migliore percentuale di successo. Fino ad oggi.
I dati spagnoli – la prima meta-analisi dei dati in letteratura – parlano infatti molto chiaro: la probabilità che al primo esame ultrasonografico dopo l’impianto risulti una gravidanza clinica sono più alti del 30% nel caso che tutti gli embrioni siano stati congelati e impiantanti in un secondo momento. Lo studio è consistito in una review sistematica dell’intera letteratura, comprensiva di 64 studi rilevanti di cui tre trial randomizzati, effettuati prima del dicembre 2011. Si trattava di 633 cicli di fecondazione in vitro con embryo transfer (Fivet) o di Intracytoplasmatic Sperm Injection (Icsi), di cui 316 riguardavano trasferimento di embrioni mai congelati, mentre 317 erano studi in cui veniva effettuata Fet. Dai dati – aggiustati tenendo conto del rischio relativo – emergeva infatti un tasso di gravidanze portate avanti senza problemi del 38% nei cicli normali, e del 50% nei cicli Fet, un miglioramento relativo del 30%, mentre non affioravano differenze rispetto alla possibilità di aborto spontaneo.
I ricercatori hanno notato che una volta ritornate al loro ciclo ormonale normale le ovaie delle donne sottoposte a stimolazione producevano livelli più alti di estradiolo, la sostanza che migliora la recettività del tessuto dell’endometrio, spiegando dunque anche a livello biologico i migliori risultati.
 
Dei risultati che i ricercatori spagnoli definiscono ancora preliminari, ma che hanno una solida base statistica. Ora si attendono i dati di altri gruppi che stanno conducendo studi proprio in questo ambito. “Siamo abbastanza sicuri dei nostri risultati”, ha commentato Checa. “Ma prima di dare indicazione di cambiare le linee guida dei vari paesi bisogna avere ulteriori conferme”.
 
Laura Berardi

06 Luglio 2012

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