Un passo a ritroso: dalla nascita della psichiatria al ritorno alla giustizia della cura dei folli

Un passo a ritroso: dalla nascita della psichiatria al ritorno alla giustizia della cura dei folli

Un passo a ritroso: dalla nascita della psichiatria al ritorno alla giustizia della cura dei folli

Gentile Direttore,
siamo a metà del Seicento quando, a Firenze, un cappellano, un medico e un giudice attivi nell’allora carcere cittadino, Isola delle Stinche, disegnano un nuovo percorso per quei reclusi che a loro parevano sofferenti e inadatti alle patrie galere. Traducono quindi un piccolo drappello di questi poveretti nel Santa Dorotea de’ Pazzerelli, piccolo hospitale nell’area del grande hospitale di Santa Maria Nuova, attraversato da gens sans aveu, gente senza padrone, proveniente da tutta Europa in cerca di assistenza.

Il luogo sarà orientato alla cura più che alla punizione degli ospiti -non dimentichiamo che all’epoca vigevano pena di morte e tortura oltre le sbarre. Fu quello il primo germe della rivoluzione silenziosa che, alla fine del Settecento in Europa, avrebbe sottratto alla Giustizia una piccola fetta di utenti, per consegnarli nelle mani di un medico nuovo, attento alla mente delle persone: lo psichiatra. La nascita della Psichiatria, dalla fusione di Giustizia e Medicina, rappresentò una svolta secca nell’approccio a certi rei che di lì in avanti sarebbero stati definiti folli.

Di passi avanti ne sono stati fatti, a proposito di cura della sofferenza psichica, negli oltre due secoli che ci separano dalla nascita della Psichiatria: dalla costruzione ottocentesca degli ospedali Psichiatrici alla nascita dell’Antropologia Criminale, frutto della curiosità positivistica di Cesare Lombroso per l’uomo criminale in quanto tale, alla indagine neurobiologica, alla introduzione della Psicoanalisi, alla rivoluzione basagliana con la scoperta che, a un problema complesso quale la malattia mentale è, non si può rispondere in maniera semplificata e sterile (Ospedale Psichiatrico), bensì composita e interdisciplinare, coraggiosa e incoraggiante, responsabile e aperta.

Eppure, proprio oggi che in Italia tutto sembrerebbe maturo per aprire la porta della Salute Mentale anche a chi ne rimase chiuso fuori con la Legge 180 -vale a dire i rei folli, i tossicodipendenti, gli oligofrenici e i dementi- proprio oggi assistiamo esterrefatti a una mussitazione della Psichiatria, spaventata dal suo ruolo, e al concomitante sopravanzare di assalti al mondo sanitario in nome dei cosiddetti diritti civili, a fantasie di desiderio di un ritorno del malato di mente nelle mani di avvocati e giudici pronti a stabilire con lui contratti convincenti al punto da rimuovere le sue resistenze alla risoluzione della sofferenza psichica che lo riguarda, poco importa che le dichiari o che restino sommerse nel suo inconscio.

Solo una supponenza scomposta potrebbe indurre a ritenere che l’arrivo dell’“operatore giuridico”, novello deus ex machina, possa risolvere à la six-quatre-deux i problemi del malato di mente, gettando via, con l’acqua sporca della cura imperfetta, anche il bambino nato da uno sforzo terapeutico secolare. Una supponenza che si coniughi con la perfetta ignoranza della storia. Sia della storia per punti qui compendiata che della silenziosa cronaca del lavoro quotidiano svolto dagli addetti alla cura del folle, in una tensione continua tra comprendere e agire terapeutico, la tensione che solo un ottimo training rende efficace al punto da trasformare una attività di aiuto in un problem solving mai stanco, mai sfiduciato, mai accidioso.

Sursum corda dunque, operatori della Salute Mentale, svegliatevi da un torpore atterrito e paralizzante e ricominciate a chiedere, in nome dei diritti civili dei vostri assistiti, risorse debite tornando al contempo ad assumere le responsabilità che troppi tra voi hanno preteso di tenere lontane da sé. Sono quelle responsabilità la vostra forza. Siete voi che potrete far comprendere come la ricaduta del malato di mente nella rete della Giustizia risponda a una illusione insensata e al rischio per questo di finire in carcere con una frequenza ancora maggiore di quanto già oggi non accada.

Anche perché le galere, nonostante il passaggio dall’idea di punizione a quella di pena, che si deve in larga misura a Cesare Beccaria, sono rimaste galere, luoghi inadatti per definizione alla cura del malato di mente, ancorché autore di reato. Dimenticare questo significa aprirsi alla jokerizzazione del mondo, con tutte le conseguenze che la prodigiosa pellicola di Todd Plillips ha provato a metterci sotto gli occhi, non senza un irraggiungibile Joaquin Phoenix.

Gemma Brandi
Psichiatra psicoanalista
Esperta di Salute Mentale applicata al Diritto

05 Dicembre 2022

© Riproduzione riservata

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