Senza job evaluation il SSN continuerà a perdere valore (e professionisti)

Senza job evaluation il SSN continuerà a perdere valore (e professionisti)

Senza job evaluation il SSN continuerà a perdere valore (e professionisti)

Gentile Direttore, il dibattito sulla crisi del Servizio sanitario nazionale continua a concentrarsi su una soluzione apparentemente semplice: aumentare gli stipendi. È una risposta comprensibile, ma non sufficiente. Perché il problema non è solo quanto si guadagna, ma come è costruita la retribuzione. 

Gentile Direttore,
il dibattito sulla crisi del Servizio sanitario nazionale continua a concentrarsi su una soluzione apparentemente semplice: aumentare gli stipendi. È una risposta comprensibile, ma non sufficiente. Perché il problema non è solo quanto si guadagna, ma come è costruita la retribuzione. E soprattutto, cosa quella retribuzione misura.

Quello che oggi manca è un sistema di job evaluation, cioè un meccanismo strutturato e oggettivo in grado di valutare il reale valore del lavoro svolto all’interno delle organizzazioni sanitarie.

Oggi il sistema del comparto sanità è ancora fondato su un impianto che lega il trattamento economico principalmente al profilo formale e all’area contrattuale. All’interno della stessa area convivono però attività profondamente diverse per complessità, responsabilità e impatto sul rischio clinico.

In altri termini, lavori molto diversi continuano a essere trattati in modo sostanzialmente simile.

Questo produce un effetto evidente: il sistema non distingue e quindi non orienta. Non incentiva le funzioni più complesse, non valorizza adeguatamente le competenze avanzate e finisce per rendere meno attrattive proprio le aree più critiche.

A ciò si aggiunge un ulteriore elemento di criticità legato alla formazione avanzata. I percorsi specialistici, spesso accompagnati da un potenziale riconoscimento contrattuale, risultano nella pratica raramente applicati e, quando lo sono, in modo disomogeneo tra aziende e territori. Parallelamente, manca un collegamento strutturale tra competenze acquisite e organizzazione del lavoro: da un lato professionisti con formazione avanzata non accedono a ruoli coerenti; dall’altro tali competenze, anche quando presenti, non trovano un riconoscimento stabile sul piano economico e professionale.

In questo contesto, aumentare le risorse senza intervenire sui criteri di distribuzione rischia di avere un impatto limitato.

La vera questione è allora un’altra: passare da un modello basato sul profilo a un modello basato sul valore del lavoro.

In sistemi strutturati, come quello britannico, la retribuzione è costruita a partire dalla valutazione oggettiva delle posizioni lavorative. Ogni funzione viene analizzata secondo criteri standardizzati — competenze richieste, responsabilità, autonomia, condizioni di lavoro — e collocata in una fascia economica coerente.

Questo consente di rendere il sistema più trasparente e, soprattutto, più coerente con la realtà organizzativa.

Traslare questo approccio nel contesto italiano significa lavorare su tre direttrici.

La prima è l’introduzione di un sistema nazionale di valutazione del lavoro, capace di misurare in modo omogeneo la complessità e la responsabilità delle diverse funzioni.

La seconda è la costruzione di bande economiche all’interno delle attuali aree contrattuali, in modo da superare l’attuale appiattimento e differenziare realmente le posizioni. In questa prospettiva, la previsione negli organici di posizioni qualificate e chiaramente definite contribuirebbe a rafforzare l’assunzione di responsabilità professionale, orientando i comportamenti organizzativi e migliorando la qualità delle prestazioni erogate.

La terza è la revisione del sistema indennitario, oggi basato su importi fissi, per orientarlo verso componenti più aderenti alla reale intensità assistenziale e alle condizioni di lavoro.

A questo si deve affiancare un meccanismo di progressione economica più chiaro e strutturato.

In particolare, è necessario introdurre step retributivi predefiniti all’interno di ciascuna fascia, con avanzamenti temporali automatici ma condizionati. Il passaggio allo step successivo dovrebbe avvenire dopo un determinato periodo di permanenza nella posizione ed essere subordinato a criteri oggettivi: valutazione positiva della performance, adempimento degli obblighi formativi e assenza di criticità disciplinari rilevanti.

Un sistema di questo tipo consentirebbe di superare l’attuale modello, spesso legato a progressioni selettive e alla disponibilità dei fondi accessori, introducendo invece una dinamica ordinaria e prevedibile di crescita economica.

Il punto, in ultima analisi, è semplice: oggi il riconoscimento economico è in larga parte il risultato di equilibri negoziali locali; dovrebbe diventare l’esito di una valutazione strutturata e nazionale del lavoro.

È necessario recuperare un principio di fondo: la retribuzione deve riflettere il valore del lavoro svolto.

Un sistema che non distingue tra livelli diversi di responsabilità e complessità finisce inevitabilmente per penalizzare le aree più esposte e per indebolire la capacità del Servizio sanitario nazionale di attrarre e trattenere professionisti.

E questo, in sanità, non è solo un problema di equità interna.
È un problema di qualità dell’assistenza.

Un sistema che non è in grado di misurare il valore del lavoro, nel tempo, smette inevitabilmente anche di produrre valore.

Oriana Oliva
TSRM – ABRUZZO

Valeria Passaro
TSLB – CAMPANIA

Mattia La Rovere Petrongolo
TSRM – ABRUZZO

Gerardo Nannini
TSRM – FRIULI VENEZIA GIULIA

Nicolò Moretto
TSRM – VENETO

14 Aprile 2026

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