Il contratto della sanità e i frutti avvelenati del neocorporativismo

Il contratto della sanità e i frutti avvelenati del neocorporativismo

Il contratto della sanità e i frutti avvelenati del neocorporativismo

Gentile Direttore, le differenze retributive tra infermieri, tecnici sanitari, OSS e personale amministrativo non nascono con l’ultimo CCNL. Sono il risultato di anni di interventi legislativi disorganici e settoriali, sollecitati da pressioni corporative, che hanno progressivamente sottratto spazio alla contrattazione collettiva.

Gentile Direttore,

le differenze retributive tra infermieri, tecnici sanitari, OSS e personale amministrativo non nascono con l’ultimo CCNL. Sono il risultato di anni di interventi legislativi disorganici e settoriali, sollecitati da pressioni corporative, che hanno progressivamente sottratto spazio alla contrattazione collettiva. Una strada che oggi mette le professioni le une contro le altre e rischia di far perdere di vista il vero problema: retribuzioni ancora troppo basse e condizioni di lavoro sempre meno sostenibili.

La sottoscrizione dell’ipotesi di rinnovo del CCNL della sanità pubblica per il triennio 2025-2027 ha aperto, com’era ampiamente prevedibile e per certi aspetti auspicabile, una discussione a tratti accesa sulle differenze retributive tra le diverse figure che operano nel Servizio sanitario nazionale.

Allo stesso modo, era prevedibile il manifestarsi di alte aspettative a fronte di un pessimo contratto come quello 2022/2024, che oltre a sancire una riduzione del potere d’acquisto per il triennio di riferimento, ha lasciato una quantità di questioni irrisolte e peggiorato la parte normativa previgente.

A valle della sottoscrizione della preintesa del 29 luglio, è stata, ad esempio, contestata da alcuni la distanza tra il trattamento riconosciuto agli infermieri e quello spettante ai tecnici sanitari (in particolare di radiologia medica e di laboratorio biomedico). Ma analoghe obiezioni emergono qua e là fra le altre professioni sanitarie, gli operatori sociosanitari e il personale amministrativo e tecnico, indispensabile al funzionamento delle aziende ma troppo spesso dimenticato quando si parla di sanità.

Sono questioni reali, che non possono essere liquidate come semplici gelosie professionali. Sarebbe tuttavia sbagliato, ma prima ancora inequivocabilmente falso, attribuire al nuovo contratto l’origine di queste differenze. Il CCNL le ha ereditate da un sistema costruito negli anni attraverso ripetuti interventi legislativi che hanno stanziato risorse aggiuntive, indicandone anticipatamente i destinatari e vincolandone strettamente l’utilizzo.

L’indennità di specificità infermieristica, l’indennità di tutela del malato e di promozione della salute e quella destinata al personale dei pronto soccorso non sono nate dalla libera valutazione delle parti negoziali a fronte di stanziamenti extracontrattuali. Sono il prodotto di leggi di bilancio che, a partire dal 2020/2021 hanno stanziato fondi separati, definito le platee dei beneficiari e determinato risorse profondamente diverse tra loro.

Già la legge di bilancio per il 2021 aveva destinato 335 milioni di euro all’indennità infermieristica e 100 milioni a quella rivolta alle altre professioni sanitarie, sociosanitarie e agli OSS, creando – fra l’altro – il caso della professione ostetrica che, a parità di classe di laurea, si è vista attribuire un valore indennitario inferiore a quello degli infermieri. Le leggi successive hanno confermato e ampliato questa impostazione. Nell’ultimo rinnovo sono transitati per la contrattazione ulteriori incrementi previsti a far data dal 2026 nella misura di 445 milioni aggiuntivi per la specificità infermieristica, 193 milioni per la tutela del malato e altri 35 milioni vincolati all’incremento dell’indennità di pronto soccorso.

Il termine “transitati” non è casuale: infatti, una volta stabiliti per legge destinazione e beneficiari, il margine della contrattazione è quasi nullo. Il tavolo negoziale può disciplinare le modalità di erogazione e distribuire le risorse all’interno della platea individuata, peraltro con scarsissimi margini di manovra, ma non può spostare liberamente neppure un euro da un’indennità all’altra né utilizzare quelle risorse per fare altri tipi di operazioni. Ad esempio, per come sono scritte le norme, non è possibile differenziare la corresponsione di questa indennità per unità operative

L’origine delle sperequazioni di oggi nasce da questa immissione disordinata di risorse sostanzialmente sottratte alla contrattazione.

Le cause di questa situazione, che se non corretta – verrebbe da dire curata – è destinata a peggiorare con effetti che par di capire sono ampiamente sottovalutati da politica e datori di lavoro, non sono complicate da individuare.

Negli ultimi anni si è affermata una concezione neocorporativa della rappresentanza, alimentata da sindacati autonomi e, in qualche caso, dagli stessi ordini professionali. Ogni professione ha cercato un proprio canale diretto con il legislatore, rivendicando norme, stanziamenti e indennità riservate. Il successo non è stato misurato sull’obiettivo di migliorare complessivamente il lavoro nel Servizio sanitario nazionale, ma sulla quantità di risorse destinate alla singola categoria e quindi sottratte alla platea generale.

È una strategia che può produrre un consenso immediato, ma che nel medio periodo presenta un conto salato. Se la valorizzazione di una professione viene perseguita fuori dalla contrattazione, attraverso emendamenti e fondi vincolati, ogni risultato ottenuto da qualcuno rischia di apparire inevitabilmente come una mancanza, o una perdita, per qualcun altro.

Non si innalza l’intero edificio: si aggiunge un piano a una stanza, lasciando le altre alla stessa altezza.

Il legislatore ha assecondato questa dinamica perché politicamente conveniente. È certamente più semplice destinare risorse a questa o quella categoria, meglio se numerosa, o molto visibile, organizzata e capace di esercitare pressione, piuttosto che affrontare il problema strutturale delle retribuzioni dell’intero comparto. Il risultato è un classico “divide et impera”: mentre il finanziamento complessivo del personale resta insufficiente, lavoratrici e lavoratori vengono indotti a confrontare la propria busta paga con quella del collega.

La sofferenza espressa ad esempio dai tecnici di laboratorio è quindi comprensibile, così come lo sono ancora di più quelle di tutti coloro che nel corso di questi anni si sono visti esclusi da tutto. Infermieri e tecnici sanitari sono collocati nella stessa area contrattuale e percepiscono il medesimo stipendio tabellare, ma ricevono indennità professionali mensili differenti. Amministrativi e tecnici collocati nella medesima area di inquadramento non ne hanno nessuna. Le differenze, meglio ripeterlo una volta di più, le ha fatte la legge, non il contratto.

Ma la logica corporativa finisce per produrre divisioni a cascata: succede già all’interno della professione infermieristica, sta succedendo all’interno del Tsrm-Pstrp.

Un infermiere che lavora in pronto soccorso può percepire, a seconda degli accordi regionali e aziendali, alcune centinaia di euro mensili in più rispetto a un collega con lo stesso profilo impiegato in medicina, chirurgia, salute mentale o in un’altra unità operativa sottoposta a condizioni di lavoro diverse ma non del tutto dissimili in termini di pressione. Con il nuovo stanziamento, l’indennità di pronto soccorso cresce ulteriormente.

Sono differenze che trovano giustificazione nella particolare complessità dell’emergenza-urgenza e, sia ben chiaro, nessuno discute che fosse necessario incentivare e riconoscere il lavoro nei pronto soccorso. Ma, se non vengono inserite in un sistema coerente di valutazione delle responsabilità, dei rischi, dei carichi di lavoro e delle condizioni organizzative, diventano fonte di ulteriori tensioni. Il confine, infatti, non passa più soltanto tra infermieri e altre professioni, ma tra infermieri di pronto soccorso e infermieri degli altri servizi, tra chi sta in ospedale e chi sul territorio, tra chi lavora in una regione e chi opera in un’altra, tra chi viene ricompreso in una specifica indennità e chi ne resta escluso.

È un paradosso che dovrebbe interrogare anche, se non soprattutto, la Fnopi e i sindacati professionali infermieristici. La scelta di inseguire riconoscimenti legislativi riservati ha certamente prodotto risultati economici per una parte della professione. Ma oggi espone quella stessa professione alle rivendicazioni delle altre categorie e, contemporaneamente, alle divisioni che attraversano il mondo infermieristico.

Così come la diffusa rivendicazione di istituzione o rimodulazione di indennità da parte delle professioni che stanno dentro il Tsrm – Pstrp, in un contesto di risorse finite, rischiano di assumere maggiore o minore legittimazione a seconda del proprio vissuto professionale. A che discussione assisteremmo, in queste ore, se il contratto avesse dato risposte – dato il quadro di risorse e la necessità di alzare prioritariamente i tabellari dopo la fallimentare tornata 22/24 – solo ad una delle professioni sanitarie?

Non si tratta, sia chiaro, di negare la specificità del lavoro né di sostenere che tutti i lavori siano uguali, ma di fare i conti col fatto che la stagione della frammentazione, dei particolarismi e del neocorporativismo ha prodotto frutti avvelenati che ora è complicatissimo maneggiare, ma che è indispensabile affrontare.

Un sindacato confederale come la Fp Cgil non può rifugiarsi in un egualitarismo astratto.

Deve riconoscere e valorizzare le differenze di competenze, responsabilità, autonomia, disagio e complessità organizzativa: ed è l’investimento che abbiamo fatto a partire del contratto 2019/2021 introducendo un nuovo sistema di carriere basato su progressioni e incarichi che ancora ha bisogno di essere applicato in toto.

Ed è anche lo sforzo che la Fp Cgil ha speso nella trattativa appena conclusa, con tutti i vincoli di cui sopra: provare a riconoscere le differenze senza trasformarle in un conflitto tra lavoratori.

In questa direzione va, ad esempio, la modifica della platea relativa all’indennità giornaliera per chi opera nelle unità e nei servizi maggiormente disagiati: gruppi operatori, terapie intensive e sub-intensive, emergenza-urgenza, sanità penitenziaria e Rems, malattie infettive, nefrologia e dialisi, assistenza domiciliare e dipendenze. Una misura non limitata a una singola professione, ma collegata al luogo e alle effettive condizioni di lavoro.

Lo stesso criterio ha consentito di riconoscere per la prima volta anche particolari condizioni del personale amministrativo impiegato nei servizi delle risorse umane, del bilancio e del provveditorato. Non è ancora sufficiente, ma indica un metodo diverso: valorizzare il lavoro concretamente svolto, anziché la capacità di pressione della categoria di appartenenza.

Questo dovrebbe essere il terreno dei prossimi rinnovi: criteri trasparenti di valutazione del lavoro; risorse non preventivamente frammentate dal legislatore; valorizzazione delle competenze e delle responsabilità attraverso la contrattazione; superamento dei tetti che comprimono il salario accessorio; riconoscimento delle condizioni di disagio in tutti i servizi nei quali esse si manifestano.

Agli Ordini professionali spetta un compito diverso.

Gli Ordini hanno una funzione importante di tutela degli interessi pubblici connessi all’esercizio professionale, vigilanza sulla qualità e sulla sicurezza delle prestazioni, promozione della formazione, contrasto all’abusivismo e garanzia del rispetto delle regole deontologiche. Devono rappresentare alle istituzioni i problemi delle professioni e contribuire alla programmazione del sistema sanitario, magari interrogandosi sull’efficacia delle ricette seguite fino ad ora in termini di attrattività delle professioni. Siamo convinti possano svolgere un ruolo più incisivo nel dibattito pubblico sulle vicende che riguardano la messa in sicurezza del nostro Ssn pubblico, non piegandosi a chi li vorrebbe subalterni al malcelato processo di smantellamento in essere, e su questo troveranno sempre in noi un interlocutore attento, disponibile al confronto e a iniziative comuni.

Non sono utili, invece, e ci pare che i fatti lo dimostrino, iniziative che finiscono per invadere il campo della contrattazione attraverso operazioni di lobby inevitabilmente circoscritte alla professione rappresentata. Tutti, chi più chi meno, hanno più volte ricordato di non essere, per legge, un sindacato. Mantenere sempre una coerenza rigorosa con queste dichiarazioni sarebbe certamente di aiuto al sistema. Così com’è indispensabile sottrarre il contratto da dispute interne ad alcuni ordini che abbiamo incrociato in questi giorni e che col contratto, ci par di capire, hanno assai poco a che fare.

La sanità non può e non deve essere ridotta a una somma di corporazioni in concorrenza. È un’organizzazione complessa, fondata sull’integrazione tra professioni, competenze e funzioni diverse. Nessun pronto soccorso funziona senza infermieri, ma neppure senza OSS, tecnici sanitari, amministrativi, autisti, operatori tecnici e tutte le altre figure che concorrono quotidianamente alla presa in carico dei cittadini.

Il vero conflitto non è e non deve essere tra infermieri e tecnici di radiologia, tra professionisti sanitari e OSS o tra personale sanitario e amministrativo. È tra un Servizio sanitario nazionale che pretende sempre di più e lavoratrici e lavoratori ai quali le istituzioni continuano a offrire retribuzioni troppo basse, organici insufficienti e carichi di lavoro spesso insopportabili. E’ tra chi difende sul serio il Servizio sanitario pubblico e universale e chi lo sottofinanzia. E’ tra chi pur difendendo il SSN a parole, nei fatti lavora per alimentare soluzioni organizzative libero professionali come se il lavoro oltre l’orario istituzionale o le partite iva fossero l’orizzonte a cui guardare per risolvere i problemi, e chi come noi chiede da tempo che si istituisca per legge un’indennità di esclusività per il comparto così come esiste per la dirigenza, per chiarire così, una volta per tutte, quanto della richiesta di poter fare libera professione nel comparto risponde a desiderio di affermazione professionale e quanto a bisogno materiale.

A noi pare sia davanti agli occhi di chiunque voglia vedere che continuare a frammentare le risposte significa indebolire tutti. Ricondurre la valorizzazione professionale dentro una contrattazione universale e adeguatamente finanziata, anche a livello decentrato, è l’unica strada per riconoscere le differenze senza trasformarle in diseguaglianze e per impedire che la legittima aspirazione di ciascuno diventi motivo di contrapposizione con il collega.

Noi abbiamo lavorato e continueremo a lavorare per questo, forse in controtendenza, nella convinzione che nessuno avanza (o si salva) da solo e che la vertenza per dare il giusto riconoscimento a chi lavora in sanità (pubblica e privata) si vince tutti assieme, anche attraverso i contenuti della proposta di legge di iniziativa popolare che assieme a decine di altre associazioni la Cgil ha prodotto e sulla quale sta raccogliendo le firme in tutta Italia e online.

Michele Vannini

Segretario nazionale Fp Cgil

06 Agosto 2026

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