La sanità pubblica perde ogni giorno terreno. E torna la scabbia

La sanità pubblica perde ogni giorno terreno. E torna la scabbia

La sanità pubblica perde ogni giorno terreno. E torna la scabbia
All’assistenza territoriale evanescente consegue una prevenzione della quale è difficile persino rintracciare l’ombra. Le programmazioni triennali, dei tre generi di tutela della salute, sono (alcune) ferme al palo e (altre) elaborate senza tenere conto degli insegnamenti ineludibili che il Sars-Covid 19 ha lasciato in eredità. Necessita una maggiore cultura della programmazione fondata sul fabbisogni epidemiologici

Una sanità pubblica che perde ogni giorno terreno. Punta i fari e gli impegni sulla spedalità perché è quella che ha presentato il conto migliore contro il Covid. Ne parla, la difende, la pone sul podio dell’interesse. Del territorio tanto di meno. Quasi il nulla. Si aspettano le realizzazioni delle case della comunità, gli ospedali di comunità e le centrali operative territoriali. Ciò nonostante del personale che occorre per renderle funzionanti neppure l’ombra, ma neppure nella programmazione. Insomma, tutto il Paese vive sulla brace dell’incertezza organizzativa e la Nazione su quella dell’assistenza territoriale che non c’è e che, forse, ci sarà.

All’assistenza territoriale evanescente consegue una prevenzione della quale è difficile persino rintracciare l’ombra. Che dire della profilassi contro le malattie facilmente trasmissibili e, in quanto tali, inquinanti i luoghi di comune frequenza? Poco, meglio nulla.

A fronte di tutto questo, la scabbia sembra imperare. Risulta addirittura trasmessa nei luoghi istituzionali di cura e di convivenza residenziale. Il dramma non è la malattia, in quanto perfettamente curabile. É che sono introvabili i farmaci occorrenti. Quelli a base di permetrina che le industrie non producono a sufficienza e se lo fanno li stoccano, forse in attesa di un sensibile incremento della domanda disperata, funzionale a determinare aumenti di prezzo. Fortunatamente, le farmacia rimediano con preparazioni galeniche magistrali.

A ben vedere, gli unici a non accorgersi di questo grave vulnus di incuranza nei confronti della invasione delle vecchie patologie dei nonni è il sistema della salute. Funziona, in tale senso, peggio di come avveniva con i medici condotti e gli ufficiali sanitari a fare da sentinella, tanto da essere ritenuti – nonostante le ristrettezze del tempo – i garanti della prevenzione e della cura.

La considerazione va comunque generalizzata alla caduta della guardiania posta alla tutela della salute della persona, in termini di prevenzione. Il Covid 19 ha dimostrato di tutto e di più, avendo trovati i ponti levatoi abbassati che gli hanno consentito di entrare ovunque, di fare morti dappertutto, di terrorizzare per ogni dove, di lasciare sul tappeto serie psicopatologie oltre a quelle fisiche chiaramente derivabili dalla presa in carico del virus a più varianti.

Nonostante ciò, la pandemia non ha insegnato nulla. Ma proprio nulla. Anziché dare subito corpo e anima alla assistenza territoriale ha tirato fuori il DM77, quasi come fosse un manuale teorico di come assicurare la medicina di prossimità, ove decidere la destinazione dell’utente bisognoso, se affidarlo alle cure e riabilitazioni territoriali ovvero ospedaliere, ove collocare gli utenti dimessi dalla spedalità a fare le terapie con continuità ovvero a rintracciare negli ospedali di comunità attenzioni senza degenza notturna.

Di tutto questo, una bella esposizione teorica e un buon intervento marketing delle politiche regionali, come al solito abituate a vendere salvo realizzare nel lungo periodo. In questo caso, sino all’agosto 2026.

Ma si sta facendo anche di peggio. Le programmazioni triennali, dei tre generi di tutela della salute, sono (alcune) ferme al palo e (altre) elaborate senza tenere conto degli insegnamenti ineludibili che il Sars-Covid 19 ha lasciato in eredità. Una successione dolorosa, con disastri al seguito, ma inascoltata.

Dunque, le malattie infettive e invasive, da tempo trascurate nella programmazione regionale e quindi negli atti aziendali, sono state trattate come se fossero lontane da noi, come se non ci riguardassero nonostante le doverose immigrazioni che assicureranno una tendenza alla crescita e alla frequenza.

Non solo. La reiterazione asettica delle Unità Operative, che si moltiplicano in specie e denominazioni diverse da quella complessa per allargare la platea degli altrimenti scontenti, offende l’efficienza del sistema erogativo dei Lea, soprattutto ospedaliero. Si leggono le solite cose, non si contano le corrette previsioni di salvaguardia in tema – per esempio – di pneumologia, di dermatologia, di malattie infettive, non si adeguano gli investimenti per potenziare il SSN con l’ingresso prepotente ed efficace della intelligenza artificiale, oramai da tenere in considerazione ovunque.

Il tutto a fronte di Lea percepiti: da 11 servizi sanitari in tutte le tre macroaree; da 5 regioni/province in due; da 4 in una; da una in nessuna. La solita Calabria!

Necessita una maggiore cultura della programmazione fondata sul fabbisogni epidemiologici – rilevati e temuti – sui rischi epidemici e di quelli derivanti dagli incidenti sul lavoro e sull’abbandono di quelle programmazioni utili a fare vetrina, peraltro facile ad infrangersi.

Ettore Jorio
Università della Calabria

Ettore Jorio

23 Febbraio 2023

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