Bambini, già a 5 anni sono guidati da un codice morale interiore. I risultati dello studio Italia-Giappone-Uk      

Bambini, già a 5 anni sono guidati da un codice morale interiore. I risultati dello studio Italia-Giappone-Uk      

Bambini, già a 5 anni sono guidati da un codice morale interiore. I risultati dello studio Italia-Giappone-Uk      
Per un bimbo un’azione se è sbagliata lo è comunque, anche se a commetterla è un robot. Lo studio dell’Università Cattolica, campus di Milano, che ha coinvolto bambine e bambini italiani e giapponesi ed è frutto di una collaborazione internazionale Italia-Giappone-UK, coglie nel vivo questa capacità. E le differenze culturali tra Italia e Giappone emergono con forza rispetto a giudizi ed emozioni. LO STUDIO

Già a cinque anni i bambini giudicano le azioni in base a una sorta di “codice morale interno” che li guida e che non dipende dalla natura del colpevole. Infatti, per un bimbo della scuola dell’infanzia rubare o non condividere è sempre sbagliato, sia che a farlo sia un coetaneo, sia un robot. Questa tendenza vale anche sul piano emotivo: i bambini di questa età attribuiscono emozioni negative – dispiacere, colpa – anche ai robot, come se fossero capaci di sentire. È quanto scoperto in uno studio pubblicato sulla rivista Behaviour & Information Technology, coordinato da Antonella Marchetti, Direttrice del Dipartimento di Psicologia dell’Università Cattolica, Campus di Milano e del CERITOM (Centro di Ricerca sulla Teoria della Mente e le competenze sociali nel ciclo di vita) in collaborazione con studiosi di Kyoto, Osaka, Warwick e con i colleghi Davide Massaro, Cinzia Di Dio, Federico Manzi e Giulia Peretti dell’Università Cattolica di Milano.

“L’idea che i bambini “umanizzino” i robot non è nuova, ma qui appare ancora più evidente: la forma, i movimenti, l’intenzione percepita rendono il robot un agente morale ai loro occhi. Inoltre, si osservano interessanti differenze culturali a livello di giudizi ed emozioni”, spiega il Gemelli in una nota che sintetizza i risultati dello studio.

La ricerca ha coinvolto bambine e bambini italiani e giapponesi per esplorare come si formano i primi giudizi morali e quanto conti il fatto che il protagonista della trasgressione sia un umano o un robot.

La prova consisteva nel far vedere ai bimbi un personaggio — a volte un bambino, a volte un robot — che prende qualcosa che non è suo o si rifiuta di condividere qualcosa di cui dispone. Poi arriva la domanda: “È giusto o sbagliato?” E ancora: “Secondo te, come si sente chi ha fatto questa cosa? E tu, se fossi stato tu al suo posto, come ti sentiresti?”

“Il primo risultato è sorprendente”, sottolinea la professoressa Antonella Marchetti: “I bambini non fanno quasi alcuna differenza tra esseri umani e robot quando si tratta di giudicare un’azione morale. Per loro, rubare è sbagliato, non condividere è sempre sbagliato. Il giudizio non cambia se a farlo è una persona o un robot”.

Ma se la distinzione tra umano e robot sembra sfumare a livello generale, le differenze culturali tra Italia e Giappone emergono con forza rispetto a giudizi ed emozioni.

I bambini italiani formulano giudizi morali più severi, soprattutto sul piano cognitivo: per loro, rubare o non condividere è “sbagliato” e basta. Il giudizio è netto, spesso orientato al risultato finale dell’azione; e sul piano emotivo, rispetto ai coetanei giapponesi, attribuiscono meno emozioni negative al trasgressore, quasi come se la colpa fosse qualcosa di esterno, legato più alla regola infranta che al sentire interno.

Al contrario, i bambini giapponesi tendono ad attribuire più emozioni negative ai trasgressori, soprattutto nei casi in cui non si condivide. Ciò è probabilmente connesso a una diversa impostazione educativa: “In Giappone, il valore della condivisione e dell’armonia sociale è insegnato molto presto e le emozioni sono uno strumento centrale per rafforzare i legami e correggere i comportamenti. Non a caso esiste in giapponese un termine che non ha corrispettivo nella nostra lingua – “Amae” – che indica l’emozione connessa al profondo senso di interdipendenza che pervade la cultura di quel popolo”, spiega la nota.

Inoltre, non è raro che quando un bambino si comporta male l’adulto punisca con uno sguardo deluso o un invito a “pensare a come si è sentito l’altro”. E infatti, quando ai bambini di entrambi i paesi viene chiesto di mettersi nei panni del trasgressore, immaginando di essere loro a non condividere o a rubare, le differenze culturali si attenuano. Tutti iniziano a provare più emozioni negative: disagio, senso di colpa, empatia. Ma anche qui, i bambini giapponesi sembrano sentire tutto più intensamente. Per loro, anche un robot può diventare un “altro” verso cui provare empatia o colpa.

“In sintesi, la morale c’è anche nei più piccoli ed è potente. Ma prende forme diverse a seconda della cultura. In Italia sembra più legata alla regola e all’esito; in Giappone più al sentimento e alla relazione”, conclude la professoressa. “Questa ricerca ci invita a guardare i bambini con occhi nuovi: non come piccoli adulti in costruzione, ma come giudici morali già attivi, con una bussola interiore, emozioni vere e uno sguardo sorprendentemente lucido e profondo anche sulle macchine”.

15 Aprile 2025

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