Malavasi (Pd): “Stipendi italiani tra i più bassi d’Europa, la manovra non basta”
L’OCSE mostra un divario retributivo significativo tra l’Italia e il resto dei Paesi avanzati, sia per i medici sia per gli infermieri. È un divario che, se non colmato, continuerà a spingere fuori dal sistema pubblico migliaia di professionisti.
La legge di bilancio prevede alcune risorse, ma non costituisce una risposta strutturale. I 450 milioni di euro destinati all’assunzione di 6.300 infermieri e 1.000 medici rappresentano senz’altro un segnale, ma restano del tutto insufficienti se manteniamo in piedi lo stesso tetto di spesa che da vent’anni impedisce agli ospedali di assumere e programmare.
A questo si aggiungono 280 milioni annui per l’aumento delle indennità, con incrementi che tradotti in cifre reali significano circa 3.000 euro lordi all’anno per i medici e 1.630 euro per gli infermieri. Ma è evidente che con aumenti di questa entità non si recupera la distanza con le retribuzioni dei colleghi europei, né si rende il lavoro sanitario più attrattivo per i giovani. Parliamo di professioni che reggono il Paese e che meritano ben altro.
Restano poi misure minori: poche decine di milioni per altre indennità, incrementi limitati per dirigenti sanitari non medici e per alcune specificità professionali. Sono segnali piccolissimi che purtroppo non cambiano il quadro: i nostri professionisti continuano a lavorare con retribuzioni troppo basse rispetto a responsabilità enormi, turni massacranti e un carico di lavoro aumentato esponenzialmente negli ultimi anni.
Continueremo ad assistere alla fuga di personale verso l’estero e verso il privato, mentre i cittadini faranno i conti con liste d’attesa sempre più lunghe e servizi sempre più fragili. Senza un intervento vero sulle retribuzioni e sulle condizioni di lavoro non ci sarà alcun rilancio della sanità pubblica. Noi chiediamo di investire le risorse a disposizione sulla sanità; su un piano pluriennale per riallineare le retribuzioni del personale sanitario alla media OCSE; sull’eliminazione definitiva del tetto di spesa per il personale, che blocca assunzioni e programmazione da vent’anni; su assunzioni stabili e non straordinarie per ridurre il precariato e garantire continuità nei servizi.
Occorre, poi, una strategia nazionale per trattenere e valorizzare i giovani professionisti, evitando l’emorragia verso l’estero. Servono investimenti seri sul lavoro nei servizi territoriali e nell’assistenza di prossimità.
La sanità pubblica non può reggersi solo sulla buona volontà di chi la tiene in piedi.
Infine, drammaticamente, i dati OCSE confermano quanto denunciamo da tempo: gli investimenti complessivi sul Fondo Sanitario Nazionale rispetto al PIL sono in costante discesa e, se non interviene un aumento strutturale, scenderanno sotto la soglia critica del 6%. Senza un incremento significativo di queste risorse, non sarà possibile colmare il divario retributivo, ridurre il precariato e garantire la qualità dei servizi sanitari pubblici.
Come avverte OCSE, infatti, se la spesa sanitaria non crescerà da qui al 2045, almeno dell’1,5% sul Pil, non saremo più in grado di rispondere ai bisogni crescenti di una popolazione, peraltro, sempre più vecchia. Inoltre, nel report emerge come i finanziamenti sul Pil siano cresciuti quasi ovunque rispetto al pre pandemia tranne che da noi: spesa pubblica in sanità nel 2024 era al 6,3% del Pil, percentuale inferiore sia alla media Ocse (7,1%), sia a quella europea (6,9%).
Ogni manovra che non affronta questa realtà rischia di essere un palliativo inefficace. Chi ogni giorno cura e sostiene la salute degli italiani merita retribuzioni dignitose, prospettive chiare e condizioni di lavoro sostenibili. Occorrono risorse.
Ilenia Malavasi
Deputata Pd commissione affari sociali
14 Novembre 2025
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