Europa. Metà delle diagnosi di Hiv è in ritardo: allarme per l’obiettivo 2030

Europa. Metà delle diagnosi di Hiv è in ritardo: allarme per l’obiettivo 2030

Europa. Metà delle diagnosi di Hiv è in ritardo: allarme per l’obiettivo 2030

Un nuovo rapporto dell’Ecdc e dell’Oma rivela che il 54% delle nuove diagnosi di Hiv avviene in fase avanzata, mettendo a rischio la lotta contro l’Aids. In aumento i casi tra migranti e per trasmissione eterosessuale.

L’Europa sta fallendo nella diagnosi precoce dell’Hiv, con oltre la metà delle persone che scopre di aver contratto il virus solo quando la malattia è già in fase avanzata. È l’allarme lanciato oggi dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc) e dall’Ufficio regionale per l’Europa dell’OMS, nel rapporto annuale sulla sorveglianza dell’Hiv/Aids.

Nel 2024, nella Regione europea dell’OMS – che comprende 53 paesi tra Europa e Asia centrale – sono state registrate 105.922 nuove diagnosi di Hiv. Sebbene il dato complessivo mostri un leggero calo rispetto all’anno precedente, il vero problema è un altro: il 54% di queste diagnosi è avvenuto in ritardo, ovvero quando il sistema immunitario della persona ha già subito danni significativi (conteggio di linfociti CD4 inferiore a 350 cellule/mm³).

Questa situazione non solo compromette l’efficacia delle terapie antiretrovirali, aumentando il rischio di sviluppare l’Aids e di morire, ma alimenta anche la catena di trasmissione del virus. Chi non sa di essere positivo, infatti, non può accedere tempestivamente alle cure e può inconsapevolmente contagiare altri.

Nell’UE/SEE sono state segnalate 24.164 diagnosi nel 2024, con un tasso di 5,3 ogni 100.000 abitanti. Anche qui, la percentuale di diagnosi tardive è allarmante: 48%. Il dato conferma che il sesso tra uomini rimane la modalità di trasmissione più frequente (48%), ma sta crescendo in modo preoccupante la quota di casi attribuiti a trasmissione eterosessuale (46%).

Quasi un terzo delle diagnosi nell’intera Regione europea riguarda persone nate al di fuori del paese in cui è stata fatta la diagnosi. Nell’UE/SEE, i migranti rappresentano oltre la metà delle nuove diagnosi, un dato che evidenzia la necessità di servizi di prevenzione e test accessibili, culturalmente appropriati e privi di stigma.

“Nell’UE/SEE, quasi la metà di tutte le diagnosi avviene in ritardo. Dobbiamo innovare con urgenza le nostre strategie di testing, promuovere i test nelle comunità e l’autotest, e garantire un rapido accesso alle cure. Possiamo porre fine all’AIDS solo se le persone conoscono il loro stato”, ha dichiarato Pamela Rendi-Wagner, Direttrice dell’Ecdc.

“I nostri dati dipingono un quadro contrastante. Dal 2020, i test per l’Hiv nella Regione Europea sono ripresi, con un volume più alto di test effettuati e un conseguente aumento delle diagnosi in 11 paesi nel 2024. Tuttavia, il numero di persone che convivono con l’Hiv non diagnosticato sta crescendo, una crisi silenziosa che alimenta la trasmissione. Non stiamo facendo abbastanza per rimuovere le barriere mortali dello stigma e della discriminazione che impediscono alle persone di fare un semplice test. Una diagnosi precoce non è un privilegio, ma un passaggio verso una vita lunga e sana e la chiave per fermare l’Hiv sul nascere”, ha affermato Hans Henri P. Kluge, Direttore regionale dell’Oms per l’Europa.

Ecdc e Oms/Europa chiedono sforzi urgenti per rendere il test per l’Hiv una pratica routine, normalizzarlo e potenziarlo. È fondamentale ampliare l’accesso all’autotest e alle opzioni community-based, che possono raggiungere quelle persone che non si rivolgono abitualmente ai servizi sanitari tradizionali.

L’obiettivo di porre fine all’AIDS come minaccia per la salute pubblica entro il 2030 è ancora a portata di mano, ma solo se l’Europa agirà subito per colmare il gap diagnostico. Il tempo stringe, e ogni diagnosi tardiva è un’opportunità persa per salvare una vita e fermare il virus.

27 Novembre 2025

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