Piria (MedNet): “I fondi pubblici nelle prestazioni devono poter garantire qualità”
“L’obiettivo sociale è condivisibile, ma l’impianto dell’‘Avviso pubblico di Manifestazione d’Interesse per l’iscrizione al Catalogo delle Strutture erogatrici delle prestazioni sanitarie a valere sulla Misura Buoni Servizi Sanitari’ (BSS) rischia di creare un mercato parallelo: chi è accreditato investe in requisiti e qualità; chi è ‘solo autorizzato’ può accedere comunque alle risorse. E, in riabilitazione, si finanzia la visita senza garantire la presa in carico riabilitativa”. Così, il fisiatra Mauro Piria, presidente dell’Associazione Operatori Sanitari (MedNet) e vicesegretario nazionale ANF, che interviene su Quotidiano Sanità per sollevare alcune riflessioni riguardo alla misura della Regione sui buoni servizi sanitari finalizzati ad assicurare alle persone economicamente più fragili la possibilità di curarsi.
“Contrastare la povertà sanitaria – spiega Piria – e garantire prestazioni gratuite ai cittadini più vulnerabili è un obiettivo non solo legittimo, ma doveroso. La misura “Buoni Servizi Sanitari” nasce con questa finalità e mette a disposizione risorse dedicate per prestazioni specialistiche ambulatoriali, con l’intento dichiarato di ridurre i tempi d’attesa. Tuttavia, un intervento pubblico non si valuta solo per la bontà dell’intenzione, ma per la solidità del modello: regole di accesso, standard di qualità, controlli, appropriatezza e tutela del cittadino. Ed è qui che emerge una criticità difficilmente ignorabile: l’Avviso include anche il privato accreditato. Il punto critico, tuttavia, è un altro: mette sullo stesso piano, ai fini dell’accesso a fondi pubblici, le strutture accreditate e quelle “solo autorizzate”, con requisiti e presìdi non sovrapponibili”.
“È una scelta esplicita già nell’impostazione regionale – prosegue il presidente MedNet -: la DGR 47/16 del 4 dicembre 2024 prevede l’utilizzo del buono presso strutture pubbliche e private “accreditate e/o autorizzate”. Proprio per questo la discussione non riguarda “chi è incluso”, ma quali garanzie di qualità e appropriatezza vengono richieste quando si impiegano risorse pubbliche. E nessuno sostiene che “si escludano patologie” per principio: la misura opera su un perimetro prestazionale definito, dunque va valutata su come quel perimetro viene erogato e governato, e con quali standard qualitativi”.
“Questa scelta produce un effetto distorsivo molto concreto. Le strutture accreditate (nelle macro-aree della fisiokinesiterapia, delle branche a visita, della diagnostica per immagini, dei laboratori di analisi e, più in generale, dell’assistenza specialistica organizzata) operano dentro un perimetro regolato: requisiti strutturali, tecnologici e organizzativi, standard di personale, procedure, tracciabilità, audit interni, governo clinico. In molti casi, inoltre, sono chiamate a dimostrare nel tempo una gestione della qualità formalizzata (con sistemi organizzativi, indicatori, gestione del rischio, percorsi, formazione, controlli), spesso anche attraverso certificazioni di qualità e strumenti di miglioramento continuo che comportano costi reali, non slogan”.
“Aprire l’accesso a fondi pubblici a soggetti che non sono sottoposti allo stesso livello di presidio equivale a dire: la qualità è importante, ma non è necessaria per entrare nel circuito dei rimborsi. A quel punto l’ironia è quasi involontaria: anni di regole per garantire appropriatezza e sicurezza, e poi la creazione di un canale “dedicato” in cui si può competere senza portarsi dietro lo stesso zaino di responsabilità, investimenti e verifiche. Non è una disputa semantica sul “dirottamento”: il punto è che risorse pubbliche remunerano prestazioni erogate anche da strutture non accreditate, e ciò impone regole di qualità, audit e responsabilità almeno comparabili a quelle richieste nel circuito SSR. Non è un tema corporativo; è un tema di garanzie per il cittadino e di uso responsabile delle risorse pubbliche”.
“C’è poi un nodo specifico, sempre trascurato, che riguarda il settore della riabilitazione. Tra le prestazioni che la misura intende sostenere rientra anche la Visita Fisiatrica, inserita nell’elenco delle prestazioni che vengono “promosse” con fondi ad hoc per ridurre la lista d’attesa. La Visita Fisiatrica è un passaggio indispensabile: è la porta corretta per una valutazione specialistica della disabilità e per la definizione del progetto riabilitativo (PRI), ma, da sola, non basta”.
“La riabilitazione non è una specialità che si esaurisce nella prescrizione di un farmaco o in un’indicazione generica. Nella maggior parte dei casi richiede una presa in carico, ovvero un trattamento articolato, coordinato dal medico fisiatra, con un team multiprofessionale (fisioterapisti, logopedisti, terapisti occupazionali, neuropsicologi e altre figure, secondo i bisogni), dentro un setting organizzativo specifico e in continuità diretta con la valutazione clinica. È esattamente questa continuità – visita → presa in carico riabilitativa – che rende la riabilitazione efficace e che il fisiatra, storicamente, garantisce come presidio di appropriatezza e continuità assistenziale”.
“Se si finanzia la visita senza costruire contestualmente un canale tempestivo per la presa in carico e l’avvio del programma riabilitativo, si rischia un risultato paradossale: si “vede” il paziente prima, ma lo si tratta tardi. E in riabilitazione il tempo non è un dettaglio amministrativo: è prognosi funzionale. Una presa in carico rinviata di mesi riduce drasticamente – talvolta annulla – le possibilità di recupero della disabilità. In altre parole: si interviene sul primo anello della catena e si lascia scoperto quello che, clinicamente, determina l’esito”.
“Riprendendo il discorso principale: la proposta è semplice e ragionevole. Se si impiegano fondi pubblici, occorre ancorare l’erogazione a criteri realmente qualificanti, coerenti con gli standard del sistema sanitario. In concreto: rafforzare l’accesso al Catalogo con requisiti organizzativi e di qualità almeno equivalenti a quelli delle strutture accreditate (inclusi modelli di gestione della qualità e del rischio), rendere trasparenti indicatori, audit e controlli, e – per la riabilitazione – prevedere esplicitamente voucher o pacchetti che includano presa in carico e trattamento in continuità con la visita fisiatrica, non solo la prestazione valutativa”.
“I fondi pubblici sono una leva potente: possono ridurre liste d’attesa e diseguaglianze. Ma senza un governo fondato su criteri stringenti di qualità e su una visione completa dei percorsi di cura – soprattutto riabilitativi – rischiano di trasformarsi in una scorciatoia: efficace sul piano comunicativo, molto meno su quello della tutela reale della salute dei cittadini” – conclude Piria.
E.C.
19 Dicembre 2025
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