La sanità nella trappola della medicina difensiva (dal diritto alla salute al diritto al risarcimento)

La sanità nella trappola della medicina difensiva (dal diritto alla salute al diritto al risarcimento)

La sanità nella trappola della medicina difensiva (dal diritto alla salute al diritto al risarcimento)

Gentile Direttore, ascoltavo in questi giorni un docente di diritto che sosteneva, in sintesi, tre cose: che norme a tutela dei medici già esistono, che il medico non è “automaticamente” perseguibile per colpa, e che in linea generale la responsabilità del sanitario rientra nelle regole comuni: si risponde quando ci sono i presupposti, non perché si è medici, ma come ogni normale cittadino

Gentile Direttore, ascoltavo in questi giorni un docente di diritto che sosteneva, in sintesi, tre cose: che norme a tutela dei medici già esistono, che il medico non è “automaticamente” perseguibile per colpa, e che in linea generale la responsabilità del sanitario rientra nelle regole comuni: si risponde quando ci sono i presupposti, non perché si è medici, ma come ogni normale cittadino.

È un richiamo corretto, ma serve più a spegnere una narrazione tossica: quella per cui in corsia varrebbe una specie di “caccia al camice” inevitabile e indistinta, che a rappresentare la realtà vista da chi è in un punto di osservazione diretto.

Perché proprio prendendo sul serio quel discorso, a me sembra che manchi il punto centrale: non basta dire che le regole ci sono. Bisogna chiedersi se il modo in cui oggi vengono applicate, e soprattutto il clima che si è creato attorno alla responsabilità, stia davvero aiutando la tutela della salute, oppure stia producendo l’effetto contrario. Perché tra la teoria e la pratica c’è un divario enorme: in ospedale non si lavora in un laboratorio ideale, ma in contesti spesso sotto pressione, con carichi alti, tempi stretti, risorse limitate, urgenze vere e spesso con appesantimenti amministrativi per tracciare ogni azione. E quando quel contesto viene governato principalmente con la paura del contenzioso, la qualità delle cure non migliora: si irrigidisce.

Negli ultimi anni, infatti, si è affermata una dinamica che pesa moltissimo: un contenzioso sempre più “organizzato” e seriale (esistono diversi studi specializzati in risarcimenti medici che si propongono gratuitamente, salvo poi guadagnare sul risarcimento). Non parlo del diritto sacrosanto del cittadino a essere risarcito quando subisce un danno ingiusto: quello non si discute. Parlo di un salto culturale, per cui in certi circuiti il diritto alla salute rischia di essere letto come una specie di diritto al risarcimento, quasi un automatismo: se c’è un disservizio, allora c’è un indennizzo; se c’è un esito non gradito, allora “qualcuno deve pagare”; se qualcosa non è stato perfetto, allora può valere la pena tentare la causa. In questa prospettiva il servizio sanitario non è più un bene comune da far funzionare, ma una controparte da colpire.

Il risultato è evidente a chi lavora in corsia: “la medicina difensiva”.

Non è una parola astratta, è un modo di pensare che entra nelle decisioni quotidiane. Non decidi più solo “che cosa serve davvero” al paziente, ma anche “che cosa mi mette al riparo”. E così aumentano esami ripetuti, consulenze a cascata, ricoveri “prudenziali”, burocrazia clinica ipertrofica. Si moltiplicano i passaggi non perché siano utili, ma perché “proteggono”. Solo che questa protezione ha un costo enorme: intasa i percorsi, gonfia le liste d’attesa, brucia risorse, produce inappropriatezza. E alla fine colpisce soprattutto chi è più fragile e chi non ha alternative. Altro che tutela della salute: è una tassa occulta sull’universalismo della salute stessa.

Ci sono poi episodi che, pur senza negare il rispetto dovuto in ogni circostanza, raccontano bene la deriva. Nel mio ospedale abbiamo ricevuto un atto di citazione perfino perché non sarebbe stato rimosso del tutto un catetere da una salma. È un fatto che, al di là del caso concreto, è rivelatore del fatto che non stiamo parlando di una scelta clinica difficile o di un danno alla salute di una persona viva, stiamo parlando di un’impostazione che vede il SSN anche come occasione per spillare un risarcimento, allargando il perimetro del “risarcibile” fino a farlo diventare quasi un riflesso automatico, dopo il diritto alla salute, il diritto al ristoro economico.

Ecco perché, quando sentiamo dire “le norme esistono, quindi basta così”, non ci può bastare. Il tema non è costruire una zona franca per i medici. Il tema è scegliere strumenti proporzionati. Il penale, per come funziona, ha un impatto che va oltre l’eventuale condanna: tempi lunghi, stress e soprattutto sospensione della serenità professionale. Perché anche quando l’esito finale è favorevole, il percorso produce comunque paura e irrigidimento, ed è lì che la medicina difensiva prende forza.

Per questo, secondo me, il sistema dovrebbe prevedere uno scudo penale stabile: in sanità la responsabilità penale dovrebbe essere limitata ai casi di colpa grave. Tutto il resto, che pure può essere rilevante e va gestito seriamente, dovrebbe trovare sede naturale nel civile, nel disciplinare, nella prevenzione del rischio e nell’organizzazione. Non è “impunità”: è mettere il penale dove ha senso, cioè dove c’è davvero una condotta gravemente colpevole o volontaria, e non dove c’è la fisiologica complessità di un lavoro ad alta incertezza.

A chi obietta “così si favoriscono i medici”, risponderei che la vera domanda è un’altra: che cosa favorisce i pazienti? Favorisce i pazienti un sistema in cui il professionista è costretto a ragionare prima da imputato potenziale e poi da medico? Oppure un sistema in cui il professionista può concentrarsi sull’appropriatezza, sapendo che il penale interviene solo nei casi davvero gravi, mentre gli errori e i danni vengono comunque gestiti e risarciti in modo serio e rapido attraverso altri canali?

La difesa dell’universalità non passa solo dalle grandi parole. Passa dal rendere praticabile, ogni giorno, ciò che la Costituzione promette. E questo richiede anche una scelta culturale: impedire che la sanità pubblica diventi un campo di battaglia e che il diritto alla salute venga lentamente riscritto come “diritto al risarcimento”. Perché quando succede, tutti si chiudono in difesa: i cittadini diffidano, i professionisti si proteggono, il sistema si ammala e il diritto resta scritto benissimo, ma diventa sempre meno reale.

Angelo Aliquò

Dg AO San Camillo Forlanini

13 Febbraio 2026

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