La riforma della medicina generale torna al centro dello scontro tra Regioni e sindacati. A riaccendere il confronto sono state le parole del presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca, che ha definito “difficile, ma necessario” l’accordo sul nuovo assetto dei medici di medicina generale e sul loro inserimento nelle Case di comunità. Una posizione alla quale la Fimmg ha replicato duramente, accusando le Regioni di voler usare il tema della copertura oraria delle strutture territoriali come “paravento politico” per modificare in profondità il ruolo giuridico della convenzione.
Rocca è intervenuto a margine dell’inaugurazione del nuovo pronto soccorso dell’ospedale San Camillo Forlanini di Roma, richiamando la scadenza del 30 giugno legata agli obiettivi del Pnrr. “È un accordo difficile, ma necessario”, ha detto il presidente del Lazio, sottolineando come le 21 Regioni abbiano elaborato “un documento unitario” e come, dunque, “non ci siano colori di destra o di sinistra”.
Il tavolo con le organizzazioni sindacali, ha spiegato Rocca, resta aperto. “Abbiamo chiesto alle organizzazioni sindacali di farci le loro proposte migliorative rispetto al testo. Credo che lunedì o martedì ci si rivedrà per vedere e valutare le proposte che arriveranno, anche perché la scadenza del 30 giugno è imminente”.
Uno dei nodi più delicati resta quello dell’eventuale rapporto di dipendenza dei medici di medicina generale con il Servizio sanitario nazionale. Su questo punto Rocca ha provato a circoscrivere il perimetro della proposta regionale, chiarendo che la dipendenza sarebbe pensata come soluzione residuale. “Il rapporto di dipendenza noi l’abbiamo inteso come residuale, da applicare laddove il sistema non è capace di dare risposte perché non si trovano medici in convenzione sufficienti per svolgere il ruolo del medico di medicina generale”.
Secondo il presidente del Lazio, il tema non sarebbe vissuto allo stesso modo da tutte le sigle sindacali. “A me sembra di aver colto che la dipendenza come forma residuale non sia un problema per alcune sigle”, ha aggiunto Rocca, indicando invece nel ruolo unico il vero punto critico del confronto. Il riferimento è all’unificazione della figura del medico di medicina generale con quella della continuità assistenziale, il cosiddetto medico di guardia.
Per Rocca, la questione centrale resta la possibilità per le Regioni di programmare in modo efficace i servizi territoriali. “Io devo sapere quali sono le risorse che ho realmente a disposizione sul territorio per fare una programmazione corretta”, ha affermato. “Nessuno vuole mortificare o gravare il medico di medicina generale, però loro ci devono mettere in condizioni di poter rispondere anche con lo strumento della dipendenza, laddove noi abbiamo difficoltà a reperire il personale con lo strumento della convenzione”.
La replica della Fimmg è arrivata a stretto giro ed è stata molto netta. Il sindacato parla di “singolare stupore” di fronte alle dichiarazioni di Rocca, soprattutto nella parte in cui il presidente del Lazio avrebbe aperto alla possibilità di modificare, se non eliminare, il ruolo unico in presenza di un accordo. Per la Federazione, infatti, il decreto portato al tavolo come posizione unitaria delle Regioni “impone esattamente quel ruolo unico a tutti i medici di medicina generale, con un debito orario obbligatorio uniformemente esteso all’intera categoria”.
Da qui l’accusa di incoerenza politica e normativa. Se il ruolo unico è oggi negoziabile, sostiene la Fimmg, “occorre che qualcuno spieghi al Paese e alla categoria per quale ragione esso sia stato presentato come pilastro irrinunciabile di una riforma motivata dalla necessità di coprire le ore delle Case di Comunità”.
Secondo il sindacato, il confronto avrebbe ormai fatto emergere la vera posta in gioco. Non si tratterebbe soltanto di garantire il fabbisogno orario delle Case di comunità, ma di intervenire sul rapporto convenzionale che lega i medici di medicina generale al Servizio sanitario nazionale. “Il vero obiettivo del provvedimento, per qualcuno, non è il fabbisogno orario delle strutture territoriali, bensì lo stravolgimento del ruolo giuridico della convenzione”, afferma la Fimmg.
La Federazione contesta anche la formula della “dipendenza residuale”, che legge non come una garanzia, ma come l’inizio di un progressivo ridimensionamento della convenzione. Nella ricostruzione del sindacato, il percorso sarebbe chiaro: prima l’introduzione del ruolo unico con debito orario universale, poi la disponibilità a rimuoverlo in cambio dell’apertura alla dipendenza nei territori dove la convenzione non basterebbe, infine il rischio di una riduzione dello spazio autonomo della medicina generale convenzionata.
La Fimmg rivendica invece l’esistenza di strumenti già disponibili nell’Accordo collettivo nazionale per rispondere alle esigenze delle Case di comunità, senza bisogno di una riforma strutturale del rapporto giuridico. Per questo chiede “chiarezza al Governo e alle Regioni”: se l’obiettivo è davvero la copertura delle nuove strutture territoriali, sostiene il sindacato, si usino gli strumenti contrattuali esistenti; se l’obiettivo è modificare la natura della convenzione, allora venga dichiarato apertamente.
Il botta e risposta conferma quanto il negoziato sulla medicina generale sia entrato in una fase decisiva e insieme delicata. Da una parte le Regioni rivendicano la necessità di strumenti più certi per programmare l’assistenza territoriale e rispettare le scadenze del Pnrr. Dall’altra la principale organizzazione dei medici di famiglia denuncia il rischio che, dietro l’esigenza di far funzionare le Case di comunità, si apra una revisione profonda dell’autonomia professionale e del modello convenzionale della medicina generale.
Il nuovo confronto annunciato per l’inizio della prossima settimana sarà quindi decisivo per capire se esistano margini di mediazione o se la distanza tra Regioni e Fimmg sia destinata ad allargarsi ulteriormente.