La Medicina Generale non si salva tornando indietro

La Medicina Generale non si salva tornando indietro

La Medicina Generale non si salva tornando indietro

Gentile Direttore, c’è un momento, nella storia della Medicina Generale italiana, in cui denunciare ciò che non funziona non basta più: rischia di diventare adattamento alla sconfitta invece che strumento di cambiamento...

Gentile Direttore,
c’è un momento, nella storia della Medicina Generale italiana, in cui denunciare ciò che non funziona non basta più: rischia di diventare adattamento alla sconfitta invece che strumento di cambiamento. Molte critiche sono fondate: il rischio che la riorganizzazione trasformi la continuità di cura in incontri occasionali, che nuovi strumenti moltiplichino la domanda invece di ordinarla, che la professione venga caricata di compiti senza risorse. Ed è reale, soprattutto, la necessità di difendere il cuore della professione: il rapporto fiduciario fra medico e cittadino.

Un medico scelto non è un medico assegnato; la relazione continuativa non è un ornamento sentimentale ma parte essenziale del processo clinico, perché conoscere una persona orienta diagnosi, evita esami inutili, coglie ciò che nessun algoritmo può ricostruire. Ma difendere questo rapporto non può significare rifiutare l’evoluzione organizzativa.

L’errore sarebbe lasciare che altri costruiscano il nuovo sistema territoriale mentre la MG si limita a presidiare i confini del vecchio. Non è una scelta tra relazione e organizzazione: è pretendere che l’organizzazione venga costruita intorno alla relazione, che la rete rafforzi il medico scelto invece di renderlo superfluo. È riduttivo anche addossare alla MG la crisi dei Pronto Soccorso: il sovraffollamento è un fenomeno complesso, cui concorrono difficoltà di ricovero, carenza di personale, invecchiamento, multimorbilità e non può essere ricondotto semplicisticamente alla domanda impropria. Ma proprio per questo le cure primarie non possono restare organizzate come trent’anni fa: se l’assistenza si sposta sul territorio, serve una Medicina Generale più forte e organizzata a governarla, o la strada sarà la privatizzazione e la frammentazione dei percorsi. Strumenti come AFT, ambulatori di AFT, Case della Comunità, COT e 116117 vanno letti in quest’ottica. Nel modello emiliano-romagnolo il cittadino non è consegnato al medico di turno: l’accesso resta prioritariamente affidato al proprio medico e alla rete della propria AFT (associazionismo, ambulatorio di AFT), mentre l’accesso ad altri medici assume carattere residuale.

È una gerarchia clinica, non un dettaglio tecnico. Anche il 116117, se governato, orienta chi non conosce il sistema senza cancellare il riferimento prioritario del medico scelto. Anche il Ruolo Unico merita una lettura meno caricaturale: integra attività a ciclo di scelta e attività oraria, modulandole con la crescita del carico assistenziale e offrendo al giovane medico un accesso più strutturato alla professione, in un equilibrio tra attività territoriale e carico fiduciario che dovrà essere misurato nella pratica e, se necessario, migliorato con la contrattazione futura. Se ben governato, quel percorso — continuità assistenziale, AFT, Case della Comunità, domiciliarità, telemedicina — non è dispersione ma conoscenza diretta del percorso che il paziente compie fuori dallo studio: non solo un debito, ma un credito di esperienza. Resta però una responsabilità sindacale precisa: vigilare perché quelle ore non diventino manodopera generica a disposizione dell’Azienda. Essere dentro il sistema non è accettarlo passivamente: significa scrivere le regole, respingere ciò che altera il rapporto fiduciario, ottenere risorse.

La contrattazione non è acquiescenza, è lo strumento con cui un professionista convenzionato conserva la propria autonomia. È questo il senso della difesa del modello convenzionato: un libero professionista convenzionato con il SSN, scelto dal cittadino, ma capace di negoziare le condizioni che rendono quell’autonomia esercitabile perché autonomia senza risorse è solitudine. Il vero rischio di privatizzazione non viene dalle AFT o dalle Case della Comunità, ma dall’indebolimento della MG dentro il servizio pubblico: se il SSN non garantirà più un medico di famiglia autorevole e supportato, saranno i cittadini a cercare altrove. Per questo va evitata la tentazione di raccontare ogni novità come una minaccia: se ai giovani colleghi si dice solo che la professione non ha futuro, saremo noi a delegittimarla.

La Medicina Generale resta una delle poche discipline in cui il sapere scientifico deve confrontarsi con la biografia del paziente, accompagnandolo per anni. È questa continuità — non episodica, non prestazionale — che va portata dentro le nuove strutture, non lasciata fuori.

Se AFT e ambulatori di AFT, Case della Comunità, OSCO, COT e telemedicina rafforzeranno questo ruolo, saranno utili; se lo sostituiranno con prestazioni anonime, bisognerà opporsi. Ma non lo si può sapere restando fuori dal processo.

Non dobbiamo chiederci se il nuovo sistema sia perfetto — non lo sarà mai — ma se abbiamo ancora la forza di orientarlo. Un SSN impoverito ha bisogno di una Medicina Generale più forte, non marginale; più autonoma, non isolata; più capace di fare rete, non meno fiduciaria. Il cittadino continuerà ad avere bisogno di qualcuno che conosca la sua storia e se ne assuma la responsabilità nel tempo. Continuerà ad avere bisogno di poter dire “il mio medico”.

Se vogliamo che possa dirlo ancora fra dieci o vent’anni, non basta difendere ciò che abbiamo ereditato: dobbiamo avere il coraggio di costruire ciò che verrà.

Dott. Nicola Ragone
Medico di Assistenza Primaria a Ruolo Unico – AUSL Bologna
Vicesegretario provinciale FIMMG Bologna

31 Agosto 2026

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