II primi risultati del progetto di ricerca-azione “OPS! Ospitalità nei Pronto Soccorso”, avviato nei primi mesi del 2026 nei Pronto Soccorso di Bologna e Imola, restituiscono un’immagine della fragilità che attraversa i servizi di emergenza, mettendo in luce in maniera inequivocabile come le fragilità sociali generino bisogni sanitari.
Promosso da Alma Mater, Azienda USL di Bologna, IRCCS Azienda Ospedaliero-Universitaria di Bologna, Istituto Ortopedico Rizzoli, Ausl Imola e Regione Emilia-Romagna, con l’ideazione e il coordinamento del Centro Antartide, il progetto coinvolge studenti e studentesse dell’Università di Bologna in un’attività di ricerca-azione nelle sale di attesa dei Pronto Soccorso per osservare, ascoltare e sperimentare modalità di umanizzazione dell’attesa. Un’attività finalizzata a prendersi cura dell’attesa degli utenti e dei loro accompagnatori (tramite attività di accoglienza ascolto e informazione), a raccogliere sul campo elementi utili sulle fragilità e necessità individuali (attraverso diari osservativi che tengono conto di tutte le interazioni in PS), a ipotizzare soluzioni e costruire un modello praticabile per umanizzare l’esperienza in Pronto Soccorso, con particolare attenzione ai soggetti più fragili.
Il progetto è attivo dal 2019 e con l’inizio di quest’anno ha ripreso la sua attività a pieno ritmo nei Pronto Soccorso dell’Ospedale Maggiore, del Policlinico di Sant’Orsola, dell’Istituto Ortopedico Rizzoli e dell’Ospedale Santa Maria della Scaletta di Imola, dando il via a una nuova fase della ricerca che approfondisce i temi delle fragilità, dell’aggressività e, più in generale, delle dinamiche relazionali nei contesti dell’emergenza-urgenza.
La fragilità che si incontra in un Pronto Soccorso non coincide sempre con la gravità della condizione clinica
“C’è chi va in PS perché “si sente più tranquillo” anche senza sintomi acuti. Chi ha necessità urgenti ma che nell’attesa vede aumentare la sua fragilità perché non ha nessuno con cui parlare. Chi trova molto complesso decifrare processi e percorsi sanitari, complici la preoccupazione e l’apprensione che accompagna questo tipo di accesso”, spiega l’Ausl di Bologna in una nota che fa un bilancio del progetto.
Una prima codifica esplorativa di 16 diari osservativi raccolti restituisce un quadro in cui la fragilità è una presenza costante, spesso silenziosa, e appartiene a due categorie: una fragilità che spesso risale a molto prima dell’accesso in PS, e una “situata”, paradossalmente acuita dalla situazione dei Pronto Soccorso.
Tutti i diari riportano come in PS siano presenti quotidianamente pazienti over 75 (in aumento proprio in queste ultime settimane a causa del caldo), pazienti con ridotta mobilità, disabilità o difficoltà cognitive e sensoriali, che rappresentano una quota notevole degli accessi. In 15 diari su 16 emergono già in sala di attesa forme di sofferenza emotiva o sociale – ansia, paura, solitudine, disagio psichico – preesistenti rispetto all’ingresso in PS. Coloro che manifestano maggiore fragilità in questo luogo sono le persone che hanno una grande carenza di reti sociali e una distanza dai servizi territoriali presenti. Si mostra molto fragile in questo primo lavoro di ricerca anche un’altra categoria di persone: quella dei caregiver, spesso figure singole di riferimento per una persona, loro stessi con necessità logistiche e umane molto profonde.
A questo si aggiunge una fragilità che invece si sviluppa dentro il PS: la necessità di comprendere i percorsi, spaziali e diagnostici, piccole esigenze pratiche che esulano da un contesto operativo ad alta intensità, dove gli operatori sanitari sono impegnati nella gestione clinica dei pazienti. (avere un caricabatterie per il proprio cellulare, mettersi in contatto con un familiare), un grandissimo bisogno di ascolto e di essere “visti”. In 13 diari compaiono disorientamento e difficoltà nel leggere i monitor, capire le chiamate, orientarsi tra i reparti. In 9 emergono barriere linguistiche o culturali.
“Sono fragilità che non si intercettano a un primo sguardo”, sottolinea la nota dell’Ausl. “Richiedono qualcuno che abbia il tempo di stare, di guardare, di chiedere e ascoltare in un tempo dedicato che, nel contesto del PS — caratterizzato da pressione costante e priorità cliniche — non sempre può essere garantito in modo continuativo”. La presenza degli operatori OPS! risponde a queste esigenze: ascolto, orientamento e piccoli aiuti concreti che fanno da ponte tra le persone in attesa e i servizi. Le precedenti rilevazioni del progetto hanno già documentato – durante la presenza di OPS! – un aumento della percezione di ascolto e accoglienza dal 64% all’80%, e delle valutazioni positive sulla qualità delle informazioni dal 43% al 55%.
I primi dati del 2026 confermano che umanizzare l’attesa non significa soltanto renderla più confortevole
“Significa riconoscere che dietro ogni codice colore c’è una persona, con una storia e una fragilità che spesso non compare in nessuna cartella clinica. Prendere atto che il Pronto Soccorso, con la possibilità di accedere e ricevere risposta ogni giorno ad ogni ora, raccoglie in maniera sempre più forte il bisogno non solo sanitario di un territorio ma l’insieme delle necessità sociali e sanitarie ampie di una comunità, impone una presa di coscienza su quanto sia opportuno offrire questa possibilità di ascolto in ogni momento della giornata e dell’anno e su quanto sia urgente lavorare in sinergia tra servizi sociali e sanitari sia a seguito di questo ascolto ma anche con anticipo sul territorio, per prevenire situazioni di rischio per contribuire alla possibilità di benessere di ciascuno”, conclude l’Ausl.