Nel 2023 le malattie croniche non trasmissibili hanno provocato 45 milioni di decessi nel mondo, di cui il 40% prima dei 70 anni. Queste patologie colpiscono di più le popolazioni socialmente ed economicamente svantaggiate, ma questa disuguaglianza non si limita alla prevalenza delle patologie, estendendosi fino alla possibilità di ricevere una diagnosi, accedere agli screening e ottenere una terapia specifica. A certificarlo la prima analisi globale realizzata dall’Organizzazione mondiale della Sanità (OMS) “State of inequality: Noncommunicable diseases and their risk factors”.
Il rapporto si concentra su quattro gruppi di patologie: tumori, malattie cardiovascolari, diabete e malattie respiratorie croniche, messi in relazione con cinque fattori di rischio: obesità e alimentazione non salutare, inattività fisica, tabacco e inquinamento atmosferico. Tra gli elementi di disuguaglianza sono stati analizzati sesso, età, condizione economica, istruzione, luogo di residenza, disabilità, situazione occupazionale e condizione migratoria.
Screening oncologici: l’influenza di condizioni economiche e livello di istruzione
Esaminando condizioni economiche e livello di istruzione, emergono differenze significative negli screening oncologici. Nei 22 Paesi esaminati attraverso le indagini Demographic and Health Surveys, la copertura mediana dichiarata dello screening per il tumore della cervice uterina tra le donne di 30-49 anni era del 29,6% nel quintile più ricco della popolazione, contro appena il 5,9% in quello più povero. La percentuale di donne sottoposte almeno una volta allo screening risultava circa cinque volte maggiore tra le più abbienti. Anche nello screening mammografico, la copertura mediana in 15 paesi tra basso e medio reddito risultava al 20% tra le donne più abbienti e il 6,2% tra le più povere.
Le disparità esistono anche nei paesi ad alto reddito. In 31 Paesi europei, la copertura dichiarata dello screening cervicale era del 91% nel quintile più ricco e del 79,8% in quello più povero. Il livello di istruzione mostra un andamento molto simile: le donne più istruite partecipano generalmente agli screening con maggiore frequenza rispetto a quelle con minori livelli di scolarizzazione.
Le differenze tra uomini e donne nell’accesso ai servizi sanitari
Tra gli elementi di differenza più evidente c’è il genere, soprattutto nell’accesso ai servizi sanitari. Per quanto riguarda l’ipertensione, la prevalenza risulta leggermente superiore negli uomini rispetto alle donne, ma il divario diventa molto più evidente quando si considera l’accesso alla diagnosi e al trattamento. Secondo le stime relative al 2019, il 58,9% delle donne con ipertensione aveva ricevuto una diagnosi, contro il 49% degli uomini. Analogamente, la copertura del trattamento era del 47,2% nelle donne e del 37,9% negli uomini, con una differenza di 9,3 punti percentuali. Anche la percentuale di persone con ipertensione sottoposte a un trattamento efficace risulta superiore nelle donne, con il 23,5% rispetto al 18,4% degli uomini.
Il divario è ancora più pronunciato per il consumo di tabacco. Nel 2024, la prevalenza stimata era del 32,5% negli uomini contro il 6,6% nelle donne, quasi cinque volte superiore. Anche il consumo attuale di alcol risulta più frequente negli uomini, con una prevalenza del 52,2% rispetto al 35,4% nelle donne, secondo i dati relativi al 2019.
Le donne presentano invece una maggiore prevalenza di obesità, pari al 18,4% rispetto al 13,8% degli uomini, una differenza particolarmente evidente nei Paesi a basso e medio reddito. Anche l’insufficiente attività fisica risulta più comune nella popolazione femminile, con una prevalenza del 33,8% rispetto al 28,7% negli uomini.
L’OMS sottolinea inoltre che l’età rappresenta un elemento importante nell’accesso alle cure. Le persone più giovani con ipertensione ricevono diagnosi e trattamenti meno frequentemente rispetto agli anziani, mentre l’utilizzo di farmaci ipoglicemizzanti tra le persone con diabete tende ad aumentare progressivamente fino a circa 70 anni. L’insufficiente attività fisica aumenta con l’avanzare dell’età, soprattutto dopo i 60 anni, mentre l’obesità raggiunge generalmente i livelli più elevati nella fascia tra 40 e 70 anni.
Diabete: il peso dell’istruzione e delle condizioni economiche
Per il diabete emergono differenze associate alle condizioni socioeconomiche. Nei 16 Paesi prevalentemente a basso e medio reddito analizzati attraverso le indagini STEPS, la prevalenza mediana del diabete tra gli adulti di 18–69 anni era del 14,8% tra le persone che non avevano completato l’istruzione primaria, contro il 7,4% tra coloro che avevano raggiunto un’istruzione secondaria o superiore. Si tratta di una differenza pari al doppio.
Nei Paesi europei ad alto reddito, i dati autoriferiti mostrano una maggiore prevalenza del diabete tra le persone più povere, meno istruite e con disabilità grave.
Obesità: nei Paesi ricchi colpisce soprattutto le fasce economicamente svantaggiate
Uno dei risultati più interessanti riguarda il rapporto tra obesità e condizione economica, che cambia in funzione del livello di sviluppo dei Paesi.
Nei Paesi a basso e medio reddito, l’obesità tende a essere maggiormente diffusa tra le persone più ricche, più istruite e residenti nelle aree urbane. Nei Paesi europei ad alto reddito, invece, il fenomeno presenta generalmente un andamento opposto, con una prevalenza maggiore tra le popolazioni economicamente e socialmente svantaggiate.
Secondo i dati europei, la prevalenza mediana di obesità autoriferita nelle donne raggiunge il 20,1% nel quintile più povero, contro il 12,4% in quello più ricco. La maggiore diffusione tra i gruppi svantaggiati è associata a diversi fattori, tra cui il costo degli alimenti salutari, le minori opportunità di praticare attività fisica e le condizioni materiali di vita.
Il rapporto richiama il fenomeno della transizione nutrizionale: nelle prime fasi dello sviluppo economico, obesità e consumo di alimenti ad alta densità energetica tendono a concentrarsi tra i gruppi più abbienti, mentre con l’evoluzione dei sistemi alimentari e delle condizioni sociali il peso dell’obesità può spostarsi progressivamente verso le fasce meno avvantaggiate.
Anche il consumo quotidiano di bevande zuccherate, nei Paesi europei ad alto reddito, risulta più frequente tra le persone più povere e meno istruite. I dati mostrano inoltre che il consumo è generalmente maggiore negli uomini e tende a diminuire con l’età.
Per quanto riguarda frutta e verdura, invece, la situazione appare critica in quasi tutti i gruppi sociali. Nelle indagini considerate dall’OMS, circa il 90% degli adulti dichiarava un consumo inferiore a cinque porzioni al giorno, con differenze generalmente limitate tra le diverse condizioni economiche e sociali.
Tabacco, alcol e inattività fisica: fattori di rischio distribuiti in modo diseguale
Il consumo di tabacco presenta uno dei gradienti sociali più evidenti. Nei Paesi a basso e medio reddito esaminati, tra gli uomini di 15–49 anni la prevalenza mediana del consumo attuale era del 25,5% nel quintile più povero e del 12,9% in quello più ricco.
L’OMS evidenzia inoltre che le persone con minori livelli di reddito e istruzione tendono a dichiarare una minore intenzione di smettere di fumare. Anche l’esposizione domestica al fumo passivo risulta più elevata nei gruppi svantaggiati, che riferiscono meno frequentemente di essere consapevoli dei gravi danni alla salute provocati dal fumo passivo.
Per l’alcol, la distribuzione appare diversa. Il consumo attuale e gli episodi di consumo eccessivo tendono a essere più frequenti tra gli individui con maggiori risorse economiche e livelli di istruzione più elevati. Tuttavia, il rapporto sottolinea che questa distribuzione non coincide necessariamente con quella dei danni sanitari: le conseguenze più gravi del consumo di alcol possono infatti concentrarsi tra i gruppi più poveri, che incontrano anche maggiori ostacoli nell’accesso ai trattamenti. I danni associati all’alcol non sono stati direttamente misurati nell’analisi.
Le differenze economiche risultano particolarmente evidenti anche nell’attività fisica svolta nel tempo libero. Nei Paesi europei analizzati, la prevalenza mediana di scarsa attività fisica ricreativa era dell’82,6% tra le persone più povere, contro il 63,2% tra quelle più ricche.
Il dato richiama l’importanza delle condizioni ambientali e sociali: la possibilità di svolgere attività fisica non dipende esclusivamente dalle scelte individuali, ma anche dalla disponibilità di spazi sicuri, infrastrutture accessibili, tempo libero e opportunità economiche.
Le differenze tra città e aree rurali: diagnosi e trattamenti meno accessibili lontano dai centri urbani
Il luogo di residenza rappresenta un’altra importante dimensione della disuguaglianza sanitaria, soprattutto nei Paesi a basso e medio reddito. I dati relativi all’ipertensione mostrano che la copertura mediana della diagnosi raggiungeva il 47,8% nelle aree urbane, contro il 33,7% nelle aree rurali. Anche il trattamento presentava differenze importanti, con una copertura del 33,1% nelle città e del 23,9% nelle zone rurali.
Un andamento simile emerge nello screening cervicale, la cui copertura mediana era del 26,4% nelle aree urbane rispetto al 15,7% in quelle rurali, secondo le indagini STEPS disponibili.
L’OMS sottolinea che le differenze territoriali non riflettono necessariamente una maggiore prevalenza delle patologie. Spesso riguardano la capacità dei sistemi sanitari di raggiungere le persone, assicurare personale sanitario, garantire l’accesso ai farmaci e mantenere la continuità assistenziale.
Inquinamento atmosferico: città più esposte al particolato, famiglie rurali più dipendenti da combustibili inquinanti
Le disuguaglianze ambientali seguono due direzioni differenti. Da un lato, nelle città è generalmente maggiore l’esposizione all’inquinamento atmosferico esterno. Nel 2023 la concentrazione media di particolato fine PM2,5, ponderata per popolazione, era stimata in 28 microgrammi per metro cubo nelle città, contro 15,7 nelle aree rurali.
Dall’altro, nelle zone rurali è più frequente l’impiego di combustibili e tecnologie inquinanti per cucinare. Nel 2024 il fenomeno riguardava il 44,9% della popolazione rurale, contro l’11,9% di quella urbana.
Ancora più marcata è la differenza legata alle condizioni economiche. Nei 54 Paesi prevalentemente a basso e medio reddito per i quali erano disponibili dati, la quota mediana di popolazione che viveva in famiglie che utilizzavano principalmente combustibili inquinanti per cucinare raggiungeva il 99,9% nel quintile più povero, rispetto al 21,4% in quello più ricco.
Il rapporto evidenzia quindi che l’esposizione all’inquinamento non può essere considerata soltanto una questione geografica, ma deve essere interpretata anche alla luce delle condizioni economiche e delle possibilità di accesso a tecnologie e fonti energetiche più sicure.
Le raccomandazioni OMS
Per ridurre le disuguaglianze nella diffusione delle malattie croniche e nell’accesso alle cure, l’OMS propone un approccio integrato che combini interventi universali di prevenzione e assistenza con misure mirate alle popolazioni più vulnerabili, richiamando i best buys, un insieme di interventi di sanità pubblica efficaci e sostenibili che si inseriscono in un quadro di 90 interventi e 22 azioni politiche trasversali. Tra le priorità figurano il rafforzamento degli screening oncologici organizzati, attraverso inviti attivi, promemoria e facilitazioni nell’accesso agli esami; il potenziamento dell’assistenza primaria, soprattutto nelle aree rurali e svantaggiate; una distribuzione più equa del personale sanitario e un maggiore accesso a farmaci essenziali, strumenti diagnostici e trattamenti per patologie come diabete e ipertensione.
Sul fronte della prevenzione, l’OMS raccomanda politiche fiscali e regolatorie per contrastare il consumo di tabacco e alcol, accompagnate da servizi di supporto e trattamento accessibili anche alle fasce meno abbienti. Per affrontare obesità e alimentazione non salutare, il rapporto indica interventi sull’ambiente alimentare, dalla regolamentazione della pubblicità alla riformulazione dei prodotti, fino a sussidi per rendere i cibi sani più accessibili, mentre la promozione dell’attività fisica richiede investimenti in spazi pubblici sicuri, trasporti attivi e infrastrutture adeguate.
Un ostacolo fondamentale resta tuttavia la carenza di dati sulle disuguaglianze: soltanto il 16% dei Paesi ha condotto un’indagine nazionale sui fattori di rischio delle malattie non trasmissibili nel periodo 2018–2025, anche a causa dei ritardi legati alla pandemia. L’OMS chiede quindi di rafforzare i sistemi informativi sanitari, raccogliendo dati disaggregati per sesso, età, reddito, istruzione, residenza e altre condizioni di vulnerabilità, così da individuare le popolazioni escluse, orientare gli investimenti e valutare l’efficacia delle politiche adottate. Il rapporto sottolinea infine che molte evidenze si basano su dati limitati, autoriferiti o raccolti in periodi differenti, e richiedono ulteriori approfondimenti per comprendere le cause delle disuguaglianze.