Ci sono numeri che dovrebbero indurre la politica a fermarsi prima di procedere con nuovi annunci. Quelli sulla progressiva perdita di attrattività del lavoro in farmacia appartengono a questa categoria. Perché riguardano le persone alle quali si vorrebbe affidare una parte crescente dell’assistenza territoriale, mentre si fatica a convincerle che proprio lì valga la pena costruire il proprio futuro.
Fenagifar riporta un dato che merita attenzione: a tre anni dalla laurea, la quota di laureati che lavora in farmacia è scesa dal 72,8% del 2010 al 48,1%. Lo stesso articolo segnala una contrazione dei laureati rispetto a dieci anni fa, pur con una recente ripresa. Fenomeni diversi, da tenere distinti: un conto è quanti completano la formazione, un altro quanti scelgono di utilizzare quel titolo in una farmacia aperta al pubblico.
Sarebbe peraltro improprio leggere ogni diversa destinazione professionale come una perdita. L’industria farmaceutica, la ricerca e gli altri ambiti di impiego hanno bisogno di queste competenze. Il problema nasce quando il lavoro in farmacia perde attrattività proprio mentre la programmazione sanitaria gli assegna compiti più impegnativi e una maggiore prossimità al cittadino.
La concorrenza si misura sulla qualità del lavoro
Le ragioni richiamate nell’articolo sono concrete: carichi di lavoro, difficoltà di conciliazione con la vita privata, limitate prospettive di crescita e attese sul versante contrattuale. Non basta, dunque, spiegare meglio agli studenti quante opportunità offra la professione. Occorre rendere quelle opportunità riconoscibili nell’esperienza quotidiana di chi la esercita.
Nella valutazione andrebbe considerata anche l’attrazione di percorsi diversi da quelli industriali. L’insegnamento, per chi possiede i requisiti e riesce ad accedervi, può rappresentare un’alternativa per l’organizzazione del tempo e la maggiore prevedibilità degli impegni. Senza ricorrere alla semplificazione dei tre mesi di ferie, che confonde la sospensione delle lezioni con l’assenza di obblighi professionali, il tema rimane: quanto pesano turni, festività e disponibilità richiesta nella scelta di un’occupazione?
L’incidenza di questa destinazione andrebbe misurata. Ma la domanda è già legittima. Un giovane confronta retribuzione, responsabilità, possibilità di avanzamento e tempo disponibile per sé e per la propria famiglia. Pretendere che la vocazione compensi stabilmente ogni squilibrio significa consumare proprio la motivazione sulla quale si vorrebbe investire.
Qui emergono le conseguenze della debolezza delle politiche formative e occupazionali: si promuovono percorsi di studio senza accompagnarli con una visione sufficientemente chiara delle condizioni nelle quali le competenze saranno impiegate.
Più servizi devono significare anche crescita professionale
L’esperienza della pandemia ha reso evidente il valore della presenza capillare delle farmacie. Quella lezione dovrebbe orientare le scelte sul loro futuro: un presidio facilmente raggiungibile acquista valore sanitario attraverso la preparazione, la continuità e la responsabilità delle persone che vi lavorano.
La farmacia dei servizi richiede perciò un investimento sul farmacista dipendente. Se aumentano le prestazioni, devono crescere formazione, organizzazione, riconoscimento professionale e trattamento economico. Diversamente, l’innovazione rischia di essere vissuta come un accumulo di incombenze dentro una posizione che rimane sostanzialmente immutata.
Occorre rendere possibile una carriera anche a chi non diventerà titolare. Competenze ulteriori, funzioni di coordinamento e responsabilità assistenziali devono trovare una corrispondenza concreta nell’inquadramento e nella retribuzione. Il futuro della farmacia dipende anche dalla possibilità di aspirare a una posizione migliore continuando a lavorarci.
La sostenibilità economica delle farmacie, soprattutto di quelle più piccole e rurali, è una questione seria. Proprio per questo deve entrare nella programmazione e nella remunerazione delle attività richieste. Il costo dell’ampliamento dell’offerta assistenziale non può essere assorbito indefinitamente dalla disponibilità dei dipendenti.
Le strutture hanno bisogno di persone
Il ragionamento riguarda l’intera assistenza territoriale. Le case della comunità saranno valutabili per la capacità di assicurare risposte, attraverso personale e servizi effettivamente disponibili. L’apertura di una sede, da sola, non garantisce assistenza.
In questo scenario, indebolire l’attrattività delle farmacie significa mettere a rischio una rete già presente nei luoghi della vita quotidiana. La questione va affrontata nella costruzione dei rapporti tra medici di medicina generale, infermieri, specialisti, servizi distrettuali e farmacisti, con responsabilità definite e percorsi realmente collegati.
Non avrebbe senso progettare nuovi punti di accesso lasciando contemporaneamente impoverire quelli esistenti. Né sarebbe ragionevole attribuire alla farmacia una funzione sanitaria crescente senza chiedersi quale forza lavoro dovrà sostenerla e a quali condizioni.
Il richiamo a Trilussa, davanti a questi numeri, viene spontaneo. Ma il limite non sta nella statistica: sta nell’uso di percentuali separate dalle cause e dalle conseguenze. Contare quanti laureati scelgono altre strade serve se poi si comprende che cosa li allontana e che cosa potrebbe convincerli a restare.
La domanda da rivolgere alla politica sanitaria è quindi precisa: quale futuro professionale si offre ai farmacisti dipendenti dai quali ci si attende una parte del futuro dell’assistenza? Finché questa risposta rimarrà incerta, anche i progetti più ambiziosi per la farmacia poggeranno su fondamenta fragili.