Gentile Direttore,
Il 28 ottobre la Camera ha approvato in prima lettura il disegno di legge delega sulle professioni sanitarie, l’AC 2700. Lo ha fatto senza accogliere un solo emendamento delle opposizioni. Le leggi che riguardano chi lavora nella sanità sono sempre state costruite cercando la convergenza più ampia possibile, spesso l’unanimità, perché quando in gioco c’è la salute, bene primario per la coesione sociale e per il progresso del Paese, non dovrebbe esserci spazio per gli interessi di parte. Questa volta la maggioranza di destra-centro ha scelto un’altra strada.
Non è una questione di galateo parlamentare. Il punto è che cosa contiene, e soprattutto che cosa non contiene, questa legge. La delega nasce dal lavoro dell’indagine conoscitiva svolta in commissione Affari sociali sulle condizioni delle professioni sanitarie, a cui le deputate e i deputati del Pd e delle altre opposizioni hanno dato un contributo sostanziale. Quel lavoro aveva restituito una visione organica delle misure necessarie per qualificare il ruolo e le prospettive di chi lavora nel Servizio sanitario nazionale. Il testo approvato, invece, è un insieme di deleghe generiche, enunciazioni ovvie quanto vaghe, che il Governo potrà attuare per migliorare le condizioni dei professionisti ma anche, con la stessa facilità, per peggiorarle. E si chiude con la consueta clausola di invarianza finanziaria. Una riforma profonda dello status delle professioni sanitarie a costo zero non esiste: sostenerlo è una mistificazione.
L’Europa va nella direzione opposta. A settembre il Parlamento europeo ha approvato una relazione sulla crisi del personale sanitario che chiede più investimenti, condizioni di lavoro migliori, retribuzioni eque e misure per trattenere i professionisti, a partire dalle aree più svantaggiate. È il riconoscimento che la spesa per chi cura non è un costo da comprimere ma un investimento nella tenuta sociale ed economica dei Paesi, e che la salute è un fattore di competitività. Le stime richiamate nel dibattito europeo indicano che ogni euro investito in prevenzione può generare un ritorno fino a quattordici volte superiore, tra minori costi sanitari e maggiore produttività. È un principio elementare di politica economica, che qualunque governo dovrebbe mettere al centro delle proprie scelte.
Le proposte respinte
Vediamo allora a quali proposte la maggioranza ha detto no, quasi sempre senza motivazione. Proposte, va detto, largamente condivise dalle rappresentanze delle stesse professioni.
La prima era un principio da porre in apertura della legge: la Repubblica riconosce le donne e gli uomini che lavorano in sanità come risorsa centrale e strategica per attuare l’articolo 32 della Costituzione, e ne garantisce la partecipazione alla programmazione, all’organizzazione, al monitoraggio e alla verifica delle politiche della salute, a livello nazionale, regionale e aziendale. Un emendamento a costo zero, dal valore quasi costituzionale: il patto tra lo Stato e chi cura, fondato sull’idea che chi lavora ogni giorno accanto ai pazienti conosce i problemi del sistema e deve avere voce nelle decisioni. Collegato a questo, proponevamo un tavolo permanente presso la Conferenza Stato-Regioni, aperto ai sindacati più rappresentativi, per monitorare l’attuazione dei decreti legislativi e proporre i correttivi che inevitabilmente serviranno.
Abbiamo chiesto un Piano nazionale pluriennale delle risorse umane sanitarie, costruito su indicatori oggettivi, dal rapporto tra personale e popolazione ai tassi di permanenza in servizio, dai carichi di lavoro al benessere organizzativo, per arrivare a standard di organico sicuri e garantire la continuità dell’assistenza. La programmazione del fabbisogno resta oggi il grande vuoto del sistema.
Il cuore delle nostre proposte riguardava il lavoro. Volevamo istituire una categoria speciale dei professionisti della salute, con un accordo quadro unico per chi opera nel pubblico e nel privato accreditato, così da avvicinare le regole e superare l’attuale frammentazione dei contratti, e un contratto nazionale articolato in un’area della dirigenza medica e degli altri professionisti della salute e in un’area delle professioni sanitarie. Volevamo che le assunzioni fossero di norma a tempo indeterminato, con i contratti flessibili limitati a situazioni eccezionali, e che fosse vietato coprire gli organici con agenzie, cooperative o lavoro interinale, fino a prevedere la decadenza del direttore generale in caso di violazione. È la risposta strutturale al ricorso ai gettonisti, che pesa sui bilanci del Servizio sanitario nazionale e ne impoverisce la qualità. Proponevamo inoltre compensi equi anche per chi lavora in regime libero-professionale nelle strutture pubbliche e accreditate, e una quota di retribuzione legata al raggiungimento di obiettivi di salute concordati, che tenga conto delle condizioni avverse, come la carenza di personale o di strumentazione.
Per i medici specializzandi chiedevamo un vero contratto di formazione-lavoro inserito nella contrattazione collettiva. E proponevamo incentivi economici, formativi e di carriera per rendere attrattive le specializzazioni che oggi i giovani medici scelgono meno, accompagnati da una programmazione seria per ciascuna disciplina.
Sul fronte delle competenze, chiedevamo un sistema nazionale di certificazione per le professioni infermieristiche, tecniche, della riabilitazione, della prevenzione e per le ostetriche, articolato in livelli progressivi, volontario e premiante; la disciplina della pratica avanzata, compresa la prescrizione infermieristica di presìdi e farmaci; il riconoscimento di odontotecnici e ottici-optometristi come professioni sanitarie; strumenti di riconoscimento e di formazione continua per i profili di interesse sanitario e le arti ausiliarie, che troppo spesso restano invisibili.
Infine, la formazione. Proponevamo nuovi protocolli tra università e Regioni, con il riconoscimento giuridico ed economico dell’attività di docenza e tutoraggio svolta dal personale del Servizio sanitario nazionale e ruoli congiunti tra accademia e sanità pubblica; una riforma dell’educazione continua in medicina che valorizzi davvero l’aggiornamento nelle progressioni di carriera; una Scuola di specializzazione universitaria in Medicina generale, di comunità e cure primarie, che consenta di formare medici di famiglia anche come dipendenti del Servizio sanitario nazionale, per le Case della comunità e le cure primarie. E percorsi di specializzazione per chimici, fisici, biologi, compreso l’embriologo clinico, veterinari, ottici-optometristi e psicologi, a partire dalla psicologia per l’assistenza primaria, con l’accesso agli impieghi nel servizio pubblico.
Una scelta politica
Sono proposte che avrebbero reso più attrattive le professioni sanitarie e contribuito a invertire la fuga dal Servizio sanitario nazionale, restituendo a chi ci lavora, ormai in larghissima parte donne, un’occupazione all’altezza delle proprie aspettative. Sono le condizioni necessarie per rilanciare il servizio pubblico nella sua funzione di tutela della salute individuale e collettiva, intesa come benessere biopsicosociale. La maggioranza le ha respinte tutte.
In compenso ha voluto mantenere la norma che consente ai sanitari radiati durante la pandemia di chiedere la reiscrizione all’albo. È un oltraggio alle vittime ed è uno schiaffo alla scienza. La radiazione è la misura più severa che un Ordine possa adottare, ed è stata decisa per tutelare i pazienti e il rigore scientifico della professione, mentre migliaia di medici, infermieri e operatori lavoravano allo stremo e tanti di loro perdevano la vita. Con questa norma la maggioranza delegittima gli Ordini, a partire dalla Federazione nazionale degli Ordini dei medici che si è espressa con chiarezza contro, e manda un messaggio pericoloso a tutti i professionisti che hanno fatto il proprio dovere. Una misura che divide la stessa maggioranza: vedremo se al Senato Forza Italia, che ha annunciato di volerla cambiare, sarà conseguente. Colpisce che, nella stessa legge, il Governo non abbia trovato un euro per chi tiene in piedi il Servizio sanitario nazionale, ma abbia trovato il tempo per riaprire le porte a chi ha voltato le spalle alla scienza.
Il provvedimento passa ora al Senato. Lì chiederemo di cancellare quella norma e ripresenteremo i nostri emendamenti. Non per spirito di bandiera, ma perché rappresentano la nostra idea di Servizio sanitario nazionale: un sistema pubblico che riconosce in chi cura la sua risorsa più preziosa.
Ilenia Malavasi, Capogruppo Pd in commissione Affari sociali della Camera