La Commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid doveva servire a capire quali errori organizzativi non ripetere, come rafforzare la medicina territoriale, come garantire l’assistenza ai malati non Covid quando gli ospedali sono sotto pressione, come evitare che un’emergenza sospenda il resto della sanità; la commissione, insomma, avrebbe dovuto prepararci alla prossima pandemia: purtroppo, l’impressione è che stia servendo a regolare i conti politici con l’ultima.
Dopo mesi di audizioni, resta allora una domanda: che cosa abbiamo imparato, grazie ai lavori della Commissione, per affrontare meglio la prossima pandemia? Al di là della ricerca delle responsabilità individuali e politiche, quali indicazioni concrete sono emerse? Per ora, le risposte non si vedono.
Il baricentro, a giudicare dalle sedute, è un altro. Dimostrare che l’emergenza fu raccontata in modo esagerato, che si poteva fare diversamente e che i medici che curavano a domicilio in polemica con le indicazioni ministeriali rappresentavano la medicina autentica, mentre le istituzioni predicavano passività. “Tachipirina e vigile attesa” è diventato lo slogan di questa narrazione: una formula efficace, ripetuta fino a farne una verità autosufficiente, che nulla restituisce della complessità delle indicazioni e di ciò che si sapeva allora. Le raccomandazioni sulle cure domiciliari si possono e si devono esaminare con spirito critico: quello che non si dovrebbe fare, se si cerca di ricostruire la verità sulla base dei fatti, è trasformarle nella prova di un deliberato abbandono dei malati.
Lo stesso metodo vale per i vaccini. Si insiste sugli effetti avversi, sulle incertezze iniziali, sulle rassicurazioni che il tempo ha costretto a correggere. Elementi legittimi di un’indagine, purché collocati nel loro contesto e confrontati con i benefici documentati. Che i vaccini non bloccassero in ogni circostanza il contagio non significa che fossero inutili: a una protezione limitata dall’infezione si accompagnava una protezione ben più rilevante da forme gravi, ricovero e morte. Purtroppo, questo è il dato che sparisce dalla ricostruzione.
Prima della campagna vaccinale, gli ospedali avevano dovuto affrontare ondate epidemiche che assorbivano spazi, personale e risorse, comprimendo l’assistenza a tutti gli altri malati. Con la diffusione dei vaccini la situazione ha cominciato progressivamente a cambiare. I dati del Ministero della Salute mostrano che nel 2021 le dimissioni ospedaliere erano aumentate del 7,4%rispetto al 2020, passando da circa 6,5 a 7,3 milioni; nel 2022 erano poi cresciute di un ulteriore 4,5%, ovvero 7,6 milioni. Non si era ancora tornati ai livelli precedenti alla pandemia, ma la ripresa era evidente. E non è un caso che, secondo la Relazione sullo stato sanitario del Paese, tra maggio e dicembre 2021 la quota dei casi Covid che richiedeva il ricovero in area medica o in terapia intensiva si fosse dimezzata, passando dal 6,6 al 3,3%. Sebbene il Ministero attribuisca alla campagna vaccinale un ruolo determinante nella riduzione del rischio di ospedalizzazione, non si può certamente dire che tutto il recupero dell’attività ospedaliera sia stato prodotto dai vaccini: hanno inciso infatti anche l’evoluzione del virus, l’immunità acquisita, le terapie e il progressivo superamento delle misure emergenziali.
La vaccinazione di massa ha ridotto il peso della malattia grave e riportato gli ospedali a curare anche le altre patologie, e sono arrivati gli antivirali come Paxlovid. Il calo di decessi e ricoveri ha più cause: immunità acquisita, varianti, progressi clinici, nuovi trattamenti. Ecco perché raccontare quegli anni senza confrontare il prima e il dopo i vaccini è una ricostruzione deliberatamente incompleta. E pretendere che nel 2021 si sapesse tutto ciò che si è saputo negli anni successivi non è rigore retrospettivo: è un modo per sottrarre verità alla storia.
C’è poi un vizio di fondo nel giudizio sulle restrizioni. Quando una misura ha costi sociali, economici e psicologici, quei costi vengono presentati come la prova che fosse ingiustificata. Ma il conto dei danni, senza il conto dei benefici, non è un bilancio: è un atto d’accusa. Bisognerebbe chiedersi che cosa sarebbe accaduto senza quella misura: quanto avrebbe circolato il virus, quale sarebbe stata la pressione sugli ospedali, quante vite sarebbero state messe a rischio. Altrimenti ogni scelta, col senno di poi, risulta sbagliata, perché se ne valutano le conseguenze negative ignorando quelle che ha permesso di evitare.
Un discorso a parte meritano le decisioni sull’obbligo vaccinale e sul Green pass, due delle decisioni più discusse della pandemia, sulle quali sarebbe importante ricostruire non soltanto le valutazioni sanitarie, ma anche le responsabilità politiche. Il governo Draghi introdusse l’obbligo vaccinale per gli over 50 ed estese progressivamente l’utilizzo del certificato verde. E poiché, come stabilisce l’articolo 95 della Costituzione, il presidente del Consiglio dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile, sarebbe singolare voler ricostruire compiutamente quelle scelte senza ascoltare chi era alla guida dell’esecutivo.
Se, però, finora, però, davanti alla Commissione sono stati convocati più volte Giuseppe Conte e Roberto Speranza, Mario Draghi non è ancora stato ascoltato. Il presidente Marco Lisei ha dichiarato di aver avviato interlocuzioni con l’ex premier, senza aggiungere altro. Sarà interessante vedere se, quando Draghi verrà ascoltato, il tono e il rigore dell’inchiesta saranno gli stessi riservati a Conte o a Speranza.
Le perplessità sul modo in cui la Commissione conduce i propri lavori, del resto, non si limitano alle audizioni degli ex membri del Governo. In primavera le opposizioni hanno lasciato i lavori e scritto ai presidenti delle Camere denunciando che due testimoni erano stati sentiti in una caserma da consulenti di Fratelli d’Italia, fuori dalla sede della Commissione. Lisei ha respinto l’accusa, parlando di una delega investigativa. Quanto alla seconda audizione di Speranza, il 6 novembre, ha restituito ancora l’immagine di un confronto dominato da scontri, contestazioni e interruzioni più che dalla ricerca di una ricostruzione condivisa.
A titolo di esempio, questo il modo di porre domande da parte di Galeazzo Bignami (FdI): “Ancora una volta, come faceva quando era ministro, l’onorevole Speranza mente, nasconde i dati agli italiani, lei nasconde i documenti. Cosa nasconde onorevole Speranza?”, La forma, infatti, non sarà sostanza, ma i toni utilizzati durante l’audizione, tra espressioni volgari, linguaggio aggressivo e continue provocazioni, restituiscono più l’idea di uno show utile alla divulgazione social che di un’inchiesta parlamentare condotta con il rigore e la serietà che il suo mandato richiederebbe.
A chi serve, allora, questa operazione? La lettura più benevola è che la Commissione cerchi di correggere una ricostruzione della pandemia ritenuta incompleta. Quella meno benevola è che stia offrendo una legittimazione istituzionale a una narrazione rimasta per anni confinata negli ambienti no vax e nelle comunità radicali dei social: il Covid non era così grave, le cure esistevano ma venivano ostacolate, i vaccini erano spacciati per sicuri, le restrizioni erano inutili e chi le decise ne dovrebbe rispondere. Una narrazione che non deve dimostrare ogni passaggio, perché trova nella Commissione stessa la prova della propria fondatezza.
Il problema non è che si indaghino le decisioni dei governi precedenti: questa stessa commissione d’inchiesta deve farlo, senza sconti e senza immunità, con il rigore di un’indagine che cerchi nelle audizioni gli elementi per arrivare a un giudizio, anziché le conferme di un verdetto già scritto. In questa logica, ogni incertezza diventa un sospetto, ogni correzione una confessione, ogni scelta difficile la prova di una colpa. E se dalle indagini non emergeranno responsabilità penali, si potrà sempre chiamare in causa la magistratura politicizzata. È una tesi impermeabile a qualsiasi esito: se emergono responsabilità, si aveva ragione; se non emergono, qualcuno le ha insabbiate.
La Commissione non è stata istituita per dare soddisfazione a una platea né per offrire a una parte politica la rivincita sugli anni della pandemia. Serve ad accertare fatti e responsabilità e a consegnare al Paese strumenti migliori per la prossima emergenza. Se alla fine resteranno solo polemiche, capri espiatori e una ricostruzione antiscientifica di quegli anni, sarà una sconfitta istituzionale. Il conto sanitario e sociale lo abbiamo già pagato. Sarebbe una beffa dover pagare, con le nostre tasse, anche il conto di una Commissione parlamentare d’inchiesta che rischia di non aver imparato nulla e di non averci insegnato niente.