Fondi integrativi: le banche si fanno avanti
Dottor Ciaccia, qual è la proposta di Intesa Sanpaolo per un maggiore coinvolgimento delle banche nel sistema sanitario?
Quando parliamo di sanità, parliamo di filiera della salute, che è una parte importante dell’economia italiana, tanto che in termini di partecipazione al Pil occupa un valore che si aggira intorno al 10% e rappresenta il terzo maggiore settore economico dopo il manifatturiero e quello delle banche e assicurazioni. È quindi un valore, che va considerato come un campo di investimento e non uno spreco che non produce. Ma perché sia così è necessario mettere in campo due armi: da una parte un efficientamento del sistema per eliminare gli sprechi – senza per questo procedere ad irrazionali tagli e riduzione delle strutture, perché l’universalità delle cure deve essere assicurata, seppure rivisitata e corretta secondo un modello di welfare sostenibile – e dall’altra introducendo nuove forme di sostentamento, cioè il privato.
Noi stiamo marciando verso un incubo, una lievitazione della spesa a 400 miliardi che il settore pubblico potrà coprire al massimo per 250. Per mantenere garantire la sostenibilità del sistema e il livello di prestazioni bisogna richiamare l’apporto del privato per 100 miliardi. Occorre, insomma, mettere in concorrenza i privati con il pubblico per quanto riguarda l’erogazione delle prestazioni, assicurando che queste vengano pagate in parte dal Ssn e in parte dai fondi integrativi sanitari. Le banche sono pronte a scendere in campo e ad implementare e gestire i Fondi integrativi. Ma questi ultimi posso essere rilanciati solo se allocheremo delle risorse per l’incentivazione fiscale. Credo che già a partire dal triennio 2011-2013 sarà possibile ottenere un risparmio da dedicare a questo obiettivo e che, attraverso l’efficentamento, potrebbe aggirarsi intorno agli 8 miliardi di euro all’anno.
Il potenziamento del ruolo del privato all’interno della sanità ha sempre suscitato forti perplessità in Italia.
Non si tratta di sanità privatizzata, ma di sanità per tutti. Non vogliamo un sistema dedicato a una fascia privilegiata di soggetti, ma una diversa ripartizione della spesa, cioè fare collaborazione pubblico-privato per dare le stesse, anzi migliori prestazioni a tutti.
Le banche si fanno avanti in un periodo in cui quel sistema, in alcune Regioni, è in forte deficit. Qual è la vostra posizione su questa realtà?
La banca non detta l’agenda della politica, ma indica delle prospettive e offre la propria disponibilità ad essere attivatore e gestore dei Fondi integrativi sanitari. È presente per poter dar fiato alle imprese che sono in credito con le Regioni. Per quanto riguarda la razionalizzazione, i costi standard e tutto il confronto in atto per il federalismo e la responsabilizzazione delle Regioni, le banche non possono che auspicare un esito positivo per il raggiungimento di tutti gli obiettivi di bilancio e di efficienza.
In cosa consiste il ruolo di Banca Intesa per quanto riguarda i debiti delle Asl?
Banca infrastrutture innovazione e sviluppo del gruppo Intesa Sanpaolo è presente affinché i crediti vantati dalle aziende fornitrici nei confronti delle Asl possano essere ceduti alla banca, che se ne assume il rischio, ma sulla base di specifiche delibere regionali che assicureranno che i fondi che perverranno saranno destinati man mano all’assorbimento degli obblighi giuridici. Siamo un punto di riferimento per le Asl e per le aziende affinché il circuito non si interrompa e i cittadini possano continuare ad avere una sanità efficiente.
La banca è presente. Lo è sempre stata e lo sarà, in tutto il Paese.
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20 Ottobre 2010
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