Taglio dei posti letto. Più rischi che risparmi

Taglio dei posti letto. Più rischi che risparmi

Taglio dei posti letto. Più rischi che risparmi

Caro Direttore
l’intervento di Bruno Schiavo sul taglio dei posti letto non accompagnato da una consensuale riduzione dei costi presso l’ospedale San Camillo – Forlanini di Roma riapre la discussione sulla pericolosità dei tagli lineari in sanità. Quotidiano Sanità ha più volte illustrato i dati relativi alla consistente riduzione dei posti letto in Italia negli ultimi 10-15 anni. Con l’applicazione della “Spending review” il taglio rispetto al 2000 dovrebbe arrivare a circa 71.000 posti letto (da circa 295.000 a 224.000 p.l.) per raggiungere il target del 3,7 per mille abitanti tra posti letti per acuti e postacuti (lungodegenza/riabilitazione).

Ma cosa succede nel resto d’Europa? I dati OECD pubblicati nel 2013, ma riferiti al 2011, fotografano una condizione che dovrebbe far riflettere. Se si considerano i posti letto per acuti, l’Italia con il suo 3,4‰ è ben al di sotto della media OECD (4,8‰). Il confronto con gli altri Paesi europei a noi vicini per condizioni economiche e sociali diventa imbarazzante. La Germania è all’8,3‰, l’Austria al 7,7‰, la Svizzera al 4,9‰, la Francia al 6,4‰. Solo l’Inghilterra ha una dotazione di posti letto inferiore alla nostra assestandosi sul 3 per mille abitanti.

Proprio in Inghilterra incominciano a manifestarsi forti dubbi sulle politiche sanitarie seguite negli ultimi decenni. In un editoriale pubblicato sul BMJ il 20 maggio 2013 viene sostenuto che le evidenze a supporto del concetto che l’incremento delle cure territoriali possa ridurre i ricoveri dei soggetti anziani e fragili e quindi la necessità di cure ospedaliere, sono scarse. Infatti le persone anziane, fragili e spesso poli-patologiche sono soggette a frequenti episodi di instabilizzazione che è difficile trattare in un ambito di cure primarie.
 
L’editoriale conclude affermando che “Nelle ultime decadi vi è stata una importante riduzione dei posti letto per acuti e molti ospedali ora lavorano con un indice di occupazione dei posti letto intorno al 90%. Ulteriori riduzioni nei posti letto nella vana speranza che aumentando i servizi territoriali si riducano i ricoveri potrebbe rivelarsi potenzialmente pericoloso per la cura dei pazienti”. Del resto è consolidato in letteratura il dato che lavorare con indici di occupazione dei posti letto ospedalieri superiori all’85% comporti un incremento della mortalità dei pazienti ricoverati sia per il rischio aumentato di infezioni ospedaliere sia per la minore attenzione con cui vengono seguiti dalle équipe i casi complessi in condizioni di stress lavorativo.

In Italia siamo nel pieno di una transizione demografica ed epidemiologica. I soggetti ultra sessantacinquenni passeranno dai circa 12 milioni attuali ai circa 18 milioni del 2050. I pazienti che si osservano oggi negli ospedali sono sempre più anziani, disabili, con diverse comorbilità spesso misconosciute. L’evoluzione demografica ci metterà sempre di più di fronte a questi pazienti clinicamente complessi e soggetti a instabilizzazioni anche per cause banali.

Pensare di riorganizzare ed efficientare il sistema sanitario attraverso politiche di tagli lineari su fattori produttivi importanti come i posti letto e le dotazioni organiche da cui dipendono i diritti di accesso alle cure dei cittadini merita un’attenta riflessione. Il rischio di ripetere con un decennio di ritardo gli errori del NHS non è trascurabile. Sprechi ed inefficienze si annidano ancora nel settore sanitario ma la speranza di scovarli senza l’aiuto dei medici e dei sanitari, o peggio contro di essi, è in realtà pura illusione.

Carlo Palermo
Coordinatore Segretari Regionali Anaao Assomed

16 Dicembre 2013

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