Personalmente avrei voluto, per parafrasare quanto scritto da Roberto Saviano, che nel suo discorso per chiedere la fiducia (il testo del discorso al Senato e quello alla Camera, ndr), Matteo Renzi avesse concesso uno spazio, ancorché esiguo, alla sanità. Mi sarei accontentata anche di una citazione nelle conclusioni, come è stato riservato persino a ciò che da sempre questo Paese considera la sua Cenerentola, ovvero quella cultura con cui qualcuno ebbe l’ardire di affermare che non si mangia, dimostrando di quanto poco essa fosse suo patrimonio personale.
Mi sarei accontentata di un decimo dello spazio riservato alla parola fiducia, di un centesimo dell’enfasi posta su concetti quali innovazione, concorrenza, competitività per accennare a un Paese più equo, perché lo sviluppo non si crea e la disuguaglianza non si abbatte solo aprendo le porte agli investitori stranieri, ma anche riducendo il divario che si è fatto sempre più esteso tra la busta paga di un operaio e il guadagno di un dirigente, tra le opportunità di studio, lavoro e cura nelle varie regioni, tra chi paga le tasse e chi no, tra un’amministrazione che si fa spesso tiranna “costringendo” soprattutto chi lavora negli appalti a corrompere per ottenere una commessa, e che secondo i dati riportati nel primo rapporto sulla corruzione nella Ue corrisponde al 90% degli imprenditori italiani.
Ma anche di lotta alla corruzione non ho trovato traccia, eppure secondo una stima ricorrente, non nuova, che risale al rapporto presentato al Senato il 2 marzo 2009 dal Saet, il Servizio anticorruzione e trasparenza della Presidenza del Consiglio, succhia 60 miliardi di euro l’anno che rappresentano la metà del peso della corruzione in tutti i paesi della Ue e una tassa occulta a carico di ogni cittadino italiano che si approssima ai 1000 euro l’anno.
Molte voci autorevoli si sono indignate quando il mese scorso il commissario per gli Affari interni della Ue, Cecilia Malmström, ha presentato i dati del primo rapporto sullo stato di corruzione nei paesi dell’Unione affermando che la grave anomalia italiana è l’intrico tra “politici, mafia e imprese”. Persino Mario Pirani dalle colonne di La Repubblica ha scritto che “l’Europa potrebbe fare ben di più che elaborare rapporti ‘critici’ sullo stato della corruzione in Italia”. Io credo invece che più che indignarci per le parole di Bruxelles, dovremmo vergognarci di non essere capaci di gestire un Paese sottoponendo ogni giorno la parte onesta, che è di gran lunga prevalente su quella disonesta, ad una gogna che le sottrae energie vitali, e dovremmo scandalizzarci per aver raggiunto un tale livello patologico di malaffare che rende impossibile scindere una seria riflessione sul problema sanità, ma più in generale su qualsiasi settore a prevalente finanziamento pubblico, senza parlare di corruzione. Troppo forte è la zavorra che l’una carica sulle spalle dell’altra, per questo motivo siamo costretti a farle procedere su binari paralleli, affinché risulti più chiaro quanto i tagli indiscriminati siano i suoi figli degeneri.
Non è la crisi economica, alibi perfetto usato a mani basse per far digerire l’indigeribile come quei 25 miliardi euro che Tremonti prima e Monti dopo hanno sottratto alla sanità, ma la corruzione, l’evasione fiscale, l’economia criminale di cui parla Saviano che messe insieme fanno un valore stimato di 350 miliardi di euro l’anno.
Non leggere una riga di tutto ciò nel discorso di un presidente che si presenta come ribaltatore di meccanismi incancreniti che tolgono ossigeno a un Paese bellissimo distrutto da una politica pluridecennale bruttissima, la cui prima colpa è quella di avere gettato discredito proprio su se stessa, rendendo la parola “politica” una parolaccia, colpisce. Come colpisce che allo spazio dedicato al fisco anziché mettere al primo punto la lotta all’evasione, l’intervento in materia sia limitato a “inviare a tutti i dipendenti pubblici ed ai pensionati direttamente a casa, magari attraverso uno strumento di tecnologia semplice” la dichiarazione dei redditi precompilata.
“Essere seri con il nostro debito pubblico è il rispetto che dobbiamo ai nostri figli”, ha detto Renzi con un’espressione assolutamente condivisibile. Mi chiedo però in che modo affronteremo con serietà tale problema senza intervenire con coraggio, energia e strenuo impegno su quell’emorragia di 350 miliardi l’anno. Con un’altra spending review? Sappiamo bene ormai che in Italia questa parola non traduce lo studio delle risorse impegnate e da impegnare per una loro migliore distribuzione affinché la macchina dello Stato sia più efficiente, ma è diventato un eufemismo per nascondere un ben più reale e italianissimo termine di taglio indiscriminato di risorse pubbliche.
“Esistono numerosi provvedimenti, di cui abbiamo discusso in fase di consultazione, che non sono rientrati nell'ambito di questa relazione programmatica, per scelta” ha detto Renzi in chiusura del suo discorso al Senato. Dunque, volutamente la sanità è stata esclusa. Sarebbe allora interessante sapere il perché della volontà di ignorare uno dei diritti fondamentali della nostra Costituzione. Mancanza d’interesse tout court? Obiettivo non prioritario? Eppure, anche restando aderenti al percorso scelto dal neo presidente del Consiglio, di occasioni nel suo discorso, anche solo per accennare in scivolata alla sanità, ne ha avute. Cominciamo dai capitoli lavoro, pubblico impiego e investimenti che unisco perché interdipendenti tra loro. La salute pubblica non è un’ottima opportunità? E non mi riferisco all’aspetto sociale, ma proprio a quello economico visto che secondo i dati dell’Aies ogni milione di euro investito in sanità genera 23 posti di lavoro, contro i 18 del tessile e abbigliamento, i 14 della meccanica, o i 7 dei trasporti.
Passiamo all’altro tema che sta a cuore a Renzi: l’innovazione. I bisogni non più procrastinabili di un settore che innovandosi può – udite, udite – risparmiare senza tagliare, non sarebbero forse anche un’altra ottima opportunità? 15 miliardi di euro l’anno è la stima di una riduzione della spesa sanitaria se si investisse nelle Ict (Information and Communication Technology), secondo la Ricerca 2013 dell'Osservatorio Ict in Sanità del Politecnico di Milano, che invece con appena 1,23 miliardi di euro investiti ha dovuto registrare un’ulteriore flessione del 5% rispetto al 2012. Tanto per fare un esempio di quanto siano stime più che verosimili, là dove il coraggio di investire non è venuto meno dimostra che, ad esempio, per la gestione dei pazienti cronici da remoto, con un impegno finanziario di 8,3 milioni di sterline approntato dall’università di York se ne sono risparmiati 11 milioni.
Andiamoli pure a cercare questi investimenti, come incita il neo presidente, ma per favore mettiamo a frutto le nostre qualità, che lui stesso indica, di “genialità e intuizione” per trovarli anche in modi più moderni, innovativi e alternativi alle privatizzazioni perché, e concordiamo pienamente con lui, “l'interesse nazionale non è il lancio di agenzia del deputato o senatore in cerca di visibilità; l'interesse nazionale è il posto di lavoro che si crea; è una famiglia che riesce a uscire dalla situazione di disoccupazione. L'interesse nazionale, che ha questo Paese, è quello di migliorare la sua attuale postazione nella classifica internazionale: siamo al penultimo posto nella classifica Ocse per la capacità di attrazione”. Non capisco però molto bene come si possa migliorare la capacità di attirare investimenti senza intervenire pesantemente nella lotta alla corruzione che Transparency International ci ricorda costare in termini di riduzione della capacità di attrazione degli investimenti una percentuale del 16% per ogni grado di aumento del livello di corruzione.
E poi, restando in tema di classifiche internazionali, vorrei anche ricordare quella dell’Euro Health Consumer Index dove continuiamo a scendere passando dalla 15a posizione del 2009 alla 20a del 2013 su 35, superati da paesi neo membri dell’Unione europea come la Croazia. “Il rischio – si legge a commento del rapporto – è che la sanità italiana stia ormai scendendo per una china irrimediabile. I risultati mostrano ampie sacche di mediocrità e malfunzionamento rispetto agli altri grandi paesi dell’Unione Europea, ed enormi divari delle prestazioni fra nord e sud, che spiegano in larga parte i mediocri risultati medi. Quello che causa più costernazione è il fatto che l’attesa sta diventando un problema crescente, e che l’impresa pubblica è restrittiva, sia nei confronti dei servizi medici sia verso le cure per gli anziani”.
Il rischio è che escludere, o anche solo lasciare marginale, la questione sanità pubblica dall’azione immediata di governo, e ancor più da un programma di governo a medio e lungo termine, che ci si augura con tutte le nostre forze venga messo in atto, significa avere una visione monca del paese. Significa dare adito a chi crede che il degrado del servizio pubblico sia programmato, e traduca la più subdola forma di privatizzazione, perché occulta, indecifrabile dalla maggioranza dei cittadini fin quando non intacca la loro carne viva. Ma al punto ci siamo arrivati. Sono già nove milioni gli italiani che non riescono più ad accedere alle cure per questioni economiche, e il numero sale di anno in anno. A loro si aggiungono operatori allo stremo e con essi i malati e le famiglie su cui sempre più ricade il peso dell’assistenza.
Cosa vuole fare questo governo? Condivide il pensiero che il servizio sanitario così come lo conosciamo dal 1978 è una risorsa a cui non siamo disposti a rinunciare? È consapevole che – malgrado tutto – il SSN ha permesso a questo paese di avere la più alta aspettativa di vita della Ue? Che ci sono professionalità di altissimo livello che stiamo regalando a mezzo mondo perché incapaci di garantire loro, non una parola impegnativa come futuro, ma neppure il presente? Che nonostante i tagli e una programmazione degna di questo nome grazie all’abnegazione di molti operatori, ai loro turni massacranti, ancora la parola sanità pubblica garantisce dignità, oltreché cura e assistenza a milioni di malati? Sarebbe stato interessante ascoltare dalla viva voce del neo presidente del Consiglio il suo pensiero in merito perché lavoro, investimenti, innovazione, riforma del Titolo V ben si coniugano con sanità pubblica. Peccato si sia persa l’occasione storica di sottolinearlo.
Daniela Francese