Lettera aperta a Roberta Chersevani: “La partecipazione delle donne può fare la differenza”

Lettera aperta a Roberta Chersevani: “La partecipazione delle donne può fare la differenza”

Lettera aperta a Roberta Chersevani: “La partecipazione delle donne può fare la differenza”
Abbiamo tenacia e motivazione, abbiamo idee su come ridare impulso alla desertificazione delle sedi, su come raggiungere gli altri, in particolare le nostre colleghe, giovani e meno giovani, in ogni angolo del Paese. Sappiamo che c’è dappertutto bisogno di identità, cultura, e formazione

Cara Presidente,
le recenti elezioni degli Ordini dei Medici provinciali, organismi dal lento passo per definizione, non hanno potuto in questa tornata elettorale non tenere conto della matematica, anche se in misura ancora largamente insufficiente. E la crisi della rappresentanza al maschile ha portato a scegliere una donna, per la prima volta nella storia d’Italia, come Presidente Nazionale.
 
E’ stato finalmente ritenuto più utile candidare ed eleggere una donna alla più alta carica, con l’obiettivo non da poco di riavvicinare questa istituzione alla vita non solo professionale di tutti, curanti e curati. Per la prima volta quindi, grazie ai numeri, ma anche all’impegno di tante donne medico, e nonostante la storica tendenza conservativa, i luoghi della rappresentanza ordinistica sembrano più vicini e più disponibili a sentire le nostre voci ed accogliere i problemi cosiddetti “di genere”.
 
Se ad oggi le dottoresse ospedaliere o territoriali, attratte dal richiamo alla responsabilità nel mondo medico, sono ancora troppo poche, in contesti dominati ancora da modelli e linguaggi estranei, è altresì vero che la rappresentanza negli anni è andata via via modificandosi, e risente delle contraddizioni dell’età: anche questa rischia di non cogliere in tempo le mutate esigenze e la spinta a declinare nuovi paradigmi (Bianco).
 
A guardare infatti alle dichiarazioni del dopo voto delle più importanti associazioni mediche, i primi commenti a caldo parlano di “coraggio, grande visione, orgoglio, valore aggiunto, auspici di unità e sostegno alla professione, impegno per la categoria”…tanto che verrebbe da pensare come mai tutte queste carenze e queste qualità non siano state riconosciute ed utilizzate prima. Mancano, apparentemente, o sono stati più discreti, i commenti e le congratulazioni da parte delle donne, le tante a cui Lei stessa, appena eletta, si è idealmente rivolta, con un pensiero e l’augurio di servire da stimolo, nelle loro vite in futuro.
 
Finora in questi luoghi di rappresentanza, così maschili, così lontani, così impervi da scalare, si era mai pensato a come sono le vite delle donne in Medicina? Oggi dentro le vite delle donne in Medicina ci sono ancora le scelte, difficili da fare e da perseguire, i tempi, inconciliabili con quelli della riproduzione ma anche con tutti i lavori di accudimento ed assistenza, e, nella prospettiva della paventata “femminilizzazione”, il bisogno di una esistenza familiare e professionale serena ed appagante. Siamo tante, finalmente, e in tempi molto brevi saremo in maggioranza, in un Sistema Sanitario che si dice costoso e per molti versi da ridimensionare. Se è vero che nei prossimi anni a tante potrebbe capitare di occupare i molti posti apicali che rimarranno liberi, non è altrettanto scontato che l'occupazione di questi posti porterà ad una svolta, ad una Medicina appresa, pensata e praticata con uno sguardo femminile.
 
C’è bisogno di un empowerment che ci può venire solo dal di dentro, dalla piena consapevolezza della nostra diversità, in sala operatoria, in sala parto, o quotidianamente a contatto con la sofferenza, per arrivare a sentire i luoghi della Rappresentanza come casa nostra, quei luoghi da cui sembra che le donne (ma anche gli uomini) si sentano poco attratti, a giudicare dai numeri della frequenza e dalle Sue stesse parole: “Vorrei che gli Ordini diventassero dei luoghi di incontro, degli spazi in cui i colleghi si incontrano per discutere, per scambiare pareri e informazioni, come accade già in altri Paesi del Nord Europa. Gli Ordini fanno già molto per la professione, ma mi piacerebbe che fossero anche sentiti più vicini da tutti i medici”.
 
Perché questo avvenga, signora Presidente, osservando e lavorando fuori e dentro gli Ordini, pensiamo che la partecipazione delle donne possa fare la differenza: lo abbiamo affermato e richiesto in più occasioni e in più sedi. Abbiamo tenacia e motivazione, abbiamo idee su come ridare impulso alla desertificazione delle sedi, su come raggiungere gli altri, in particolare le nostre colleghe, giovani e meno giovani, in ogni angolo del Paese. Sappiamo che c’è dappertutto bisogno di identità, cultura, e formazione. Sono queste le sfide, che insieme a Lei (e in gran parte quindi a carico delle donne) si prospettano di questi tempi per una classe medica al meglio e al peggio della sua storia.
 
Sandra Morano
Ginecologa Ricercatrice Università degli Studi Genova

Sandra Morano

03 Aprile 2015

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