European AIDS Conference. La cura dei pazienti “anziani”: raddoppia rischio cancro e fratture. Ma cresce anche probabilità di epatiti e altre malattie

European AIDS Conference. La cura dei pazienti “anziani”: raddoppia rischio cancro e fratture. Ma cresce anche probabilità di epatiti e altre malattie

European AIDS Conference. La cura dei pazienti “anziani”: raddoppia rischio cancro e fratture. Ma cresce anche probabilità di epatiti e altre malattie
Le terapie contro il virus dell’Hiv consentono al paziente infetto di vivere più a lungo, ma aumentano anche i rischi di contrarre altre malattie e proprio questo rappresenta la nuova direzione verso la quale si dovranno muovere gli esperti riuniti a Barcellona

È stato presentato oggi nella giornata inaugurale della 15 Conferenza Europea sull’AIDS, in corso a Barcellona fino a sabato 24, il supplemento alla rivista HIV Medicine, “Going beyond undetectable: A review of the unmet long-term health needs of people living with HIV”, che chiede un nuovo approccio alla gestione della patologia orientato verso la cura del paziente con più alta aspettativa di vita.
 
Oggi il malato di AIDS vive sempre più a lungo, ma l’assunzione per periodi prolungati dei farmaci usati per il trattamento possono amplificare e accelerare il normale processo di invecchiamento. Pertanto, mentre invecchiano, i pazienti accumulano fattori di rischio associati alla gestione a lungo termine e hanno maggiori probabilità di sviluppare altri disturbi – come le malattie renali, cardiache o epatiche – alcuni tipi di tumore e disturbi del metabolismo delle ossa. Comorbidità come queste, legate all’HIV, precisano gli autori, avranno un impatto sempre maggiore sulla malattia stessa.
 
“Che le persone affette da HIV possano aspettarsi di invecchiare è senz’altro un grande risultato”, ha dichiarato Antonio Antela uno degli autori del supplemento, del Dipartimento Malattie Infettive, dell’Ospedale universitario di Santiago di Compostela, Spagna. È quindi indispensabile “fissare nuovi obiettivi che vadano oltre il raggiungimento di una viremia non rilevabile, fino a includere la gestione proattiva delle comorbidità associate, in modo che i nostri pazienti possano godere di una buona qualità della vita, piuttosto che semplicemente vivere più a lungo”, prosegue Antela. Entro il 2030, circa l’84% di coloro che vivono con l’infezione avrà una comorbidità senile. Molte sono le patologie che mostrano una correlazione diretta tra età e virus dell’HIV, dall’ipertensione al diabete, dai disturbi mentali agli attacchi di panico, dai tumori alle malattie epatiche.
 
Chi convive con l’HIV, ha il doppio delle probabilità di contrarre un tumore rispetto alla popolazione generale (12% – 6%).Il paziente con HIV presenta ben l’8% in più di probabilità di sviluppare un’epatite cronica rispetto alla popolazione generale (8% – 1%). La percentuale per il rischio di fratture schizza la 50% in più, mentre per quanto riguarda le malattie cardiache  il rischio di ipertensione è del 43% in più contro 30% della popolazione geenrale e così per angina pectoris (6 % vs 4%), infarto miocardico (5% vs 1%) e insufficienza arteriosa periferica (4% vs 1%). Atro discorso invece è quello legato alle malattie neurodegenerative e ai disturbi dell’umore. Il disturbo neurocognitivo associato all’HIV (HAND) è costituito da una serie di problemi che, in alcuni pazienti – anche se trattati con terapia antiretrovirale (ART) – possono essere causati dall’HIV. La HAND si osserva nel 52-59% delle persone che vivono con l’HIV. Inoltre, in Europa il disturbo depressivo maggiore interessa fino al 26% delle persone con HIV, rispetto al 7% della popolazione generale.
 
In tutto il mondo, sono 36,9 i milioni di persone affette da HIV, 2,3 in Europa e quasi il 30% di coloro che convivono con la malattia nei Paesi sviluppati ha più di 50 anni. In un quadro del genere l’approccio alle terapie non può che cambiare. In primis occorre adottare una strategia di cura multidisciplinare; il coinvolgimento a 360° degli operatori sanitari di tutte le discipline specialistiche potenzialmente correlate all’HIV riduce il rischio di comorbidità associate all’invecchiamento con HIV. I piani terapeutici devono essere sviluppati intorno al singolo individuo che convive con l’HIV e devono incorporare un attento monitoraggio degli aggiornamenti delle linee guida sulle best practice. Sviluppare nuovi strumenti specifici per la popolazione con HIV sarà fondamentale nell’ottica del lungo periodo come anche sviluppare un’attenta valutazione medica dei pazienti, atta a garantire l’individuazione tempestiva delle patologie.
 
Infine, occorrono diagnosi più tempestive: si calcola infatti che con una diagnosi precoce e quindi un immediato trattamento permettono di ottenere una riduzione del 57% dei tassi di malattie gravi e di morte. Quindi approccio multidisciplinare e prevenzione. Per il paziente affetto da HIV, il punto non è vivere più a lungo, ma vivere più a lungo con una buona qualità di vita.
 
Marzia Caposio

Marzia Caposio

21 Ottobre 2015

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