Da un “rifiuto sanitario” le staminali per rigenerare il cuore

Da un “rifiuto sanitario” le staminali per rigenerare il cuore

Da un “rifiuto sanitario” le staminali per rigenerare il cuore
Le cellule staminali mesenchimali derivanti dalla membrana amniotica sono in grado di trasformarsi in cellule cardiache funzionanti, non sono aggredite dal sistema immunitario del ricevente e non evolvono in cellule tumorali. Potrebbero essere la popolazione cellulare giusta per dare avvio all'impiego "in serie" delle staminali.

È al riparo da critiche di natura etica e, almeno su un modello animale, funziona la tecnica messa a punto da ricercatori della Keio University School of Medicine di Tokyo. Il gruppo è riuscito a impiegare cellule staminali estratte dalla membrana amniotica, lo strato più interno della sacca che avvolge l’embrione, per “riparare” il cuore danneggiato a seguito di un infarto. Inoltre, questa popolazione di cellule staminali mesenchimali è “un rifiuto sanitario che può essere raccolto e usato dopo il parto”, ha commentato Shunichiro Miyoshi, uno degli autori dello studio pubblicato su Circulation Research, uno dei periodici dell’American Heart Association.
Secondo il team la dimostrata efficacia di questa popolazione cellulare potrebbe risolvere molti dei problemi che avevano finora rallentato la ricerca di un’applicazione terapeutica delle cellule staminali in campo cardiologico. Infatti, spiegano i ricercatori, i diversi tipi di cellule staminali impiegati finora non riuscivano a rispondere esaurientemente alle tre condizioni essenziali per un impiego terapeutico: innanzitutto che le staminali siano capaci di evolvere in cellule cardiache funzionanti, poi che non siano aggredite dal sistema immunitario del ricevente e, infine, che, nel loro processo di differenziazione, non diventino cellule tumorali.
Ora la quadratura del cerchio sembra trovata: le cellule staminali mesenchimali derivanti dalla membrana amniotica umana rispondono infatti a queste caratteristiche. Negli esperimenti in laboratorio hanno mostrato di possedere una capacità di trasformarsi in cellule cardiache molto più alta rispetto alle altre cellule mesenchimali, come quelle derivanti da midollo osseo o dal grasso. Inoltre nel 33 per cento dei casi si contraevano spontaneamente. Quando sono state trapiantate a due settimane da un infarto in topi da laboratorio hanno dimostrato la capacità di migliorare la funzionalità cardiaca (in una proporzione variabile tra il 34 e il 39 per cento) e di ridurre l’ampiezza del tessuto cicatriziale nell’area infartuata del 13-18 per cento. Infine le cellule sono sopravvissute per più di quattro settimana senza provocare la risposta immunitaria dell’animale ricevente. E ciò senza la somministrazione di farmaci immunosoppressivi.
Quest’ultima proprietà, secondo i ricercatori, è dovuta a una specifica caratteristica di questa popolazione cellulare: è l’unica “che non esprime le molecole della classe I del complesso di istocompatibilità maggiore (HLA)”, quelle responsabili del rigetto. Ciò perché, rappresentando la membrana amniotica la barriera tra madre e feto, la presenza di proteine necessarie a identificare i corpi estranei potrebbe indurre un attacco del sistema immunitario dell’una nei confronti dell’altro.
I vantaggi derivanti da questa caratteristica in vista di un futuro impiego terapeutico sono enormi: “Se dovessimo creare una banca di cellule che copra tutti i tipi HLA, dovremmo stoccare una gran quantità di staminali, molte delle quali non sarebbero mai utilizzate”, ha spiegato Miyoshi. “Dal momento che le cellule staminali mesenchimali derivanti dalla membrana amniotica non necessitano di questo sistema, potrebbero essere meno costose e immediatamente disponibili per tutti i pazienti”.
La ricerca, quindi, potrebbe rappresentare una svolta nel campo della medicina rigenerativa. Nonostante ciò, in un editoriale pubblicato a corredo dello studio due ricercatori della Cleveland Clinic, Marc Penn, Maritza Mayorga, abbassano i toni.
Pur complimentandosi con il team per il “loro attento lavoro che ha fatto emergere un tipo di cellule realmente utilizzabile in una terapia «in serie» basata sui miociti”, ammettono che lo studio rappresenta soprattutto un incitamento per una più approfondita conoscenza degli effetti terapeutici delle staminiali: “lo studio offre un’ulteriore dimostrazione – scrivono – che i reali benefici associati alla terapia con cellule staminali rimangono vaghi”. Per questo, concludono, “dovremmo stare con la mente aperta”.
 
Antonino Michienzi

31 Maggio 2010

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