Occhi puntati su p53, la proteina del cancro

Occhi puntati su p53, la proteina del cancro

Occhi puntati su p53, la proteina del cancro
È presente nel 70 per cento dei tumori. Addirittura nel 100 per cento di quelli dell’ovaio. Un incontro organizzato a Roma dall’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena ha fatto il punto dei progressi della ricerca su questa proteina che potrebbe rappresentare il bersaglio definitivo delle terapie anticancro.

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Cronistoria di P53 1979 – Viene identificata da Arnold Levine della Princeton University (USA) e da David Lane, dell’Imperial Cancer Research Fund – Regno Unito.
1983 –  Il gene tp53 viene clonato per la prima volta da Moshe Oren del Weizmann Institute, Israele.
1989 – viene rivelato il carattere di p53 come gene soppressore tumorale da Bert Vogelstein della Johns Hopkins School of Medicine.
1993 – p53 è stata eletta molecola dell’anno dalla rivista Science.



Si chiama p53 ed è da un ventennio l’ossessione dei biologi molecolari impegnati nella ricerca sul cancro. Il motivo è semplice: da quando nel 1989 il gene responsabile della sua codifica è stato riconosciuto come oncosoppressore si sono accumulate cataste di prove sul suo coinvolgimento sia nella protezione dai tumori sia nella loro insorgenza.


Come è possibile?
La sua funzione più importante è quella di mantenere integro il genoma e di mandare in corto circuito la cellula se qualcosa non va come dovrebbe: se si sono verificati danni al DNA o se si instaurano dei processi proliferativi aberranti che porterebbero lo sviluppo della cellula verso forme tumorale. In questi casi spinge la cellula verso la morte.
Ma quando è mutata attiva meccanismi che vanno dalla resistenza ai trattamenti chemioterapici, all’instabilità genomica fino a favorire lo sviluppo delle cellule staminali tumorali da cui successivamente si sviluppano i tumori e l’aumento delle metastasi.
Una proteina double face, insomma: con funzioni protettive nei confronti dei tumori quando è sana, ma vera e propria benzina sul fuoco del cancro quando muta. Basti pensare che è noto che p53, nella sua forma mutata, è presente nel 70 per cento dei tumori. In alcuni casi, come quello dell’ovaio si riscontra sempre mutata. In altri ancora, si innescano meccanismi indiretti di blocco della funzione di p53, che possono variare nei diversi tipi di tumore e contribuire sia alla progressione tumorale sia alla resistenza alle cure.
Dati che fanno sì che p53 sia considerata la chiave per comprendere appieno i tumori e la rendono candidata ottimale per le future terapie anticancro. Una strada su cui la ricerca si è incamminata da tempo. Sono almeno un paio le sperimentazioni cliniche in corso sull’uomo e che hanno a oggetto molecole la cui attività è finalizzata a un unico scopo: interagire direttamente con p53 mutata al fine di cambiare la conformazione della proteina e ristabilire le sue funzioni oncosoppresive.  

26 Maggio 2011

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