La tavola rotonda. Ugenti (Min. Salute): “Con il progetto pilota su fabbisogno personale per la prima volta tutti gli attori intorno a un tavolo”
Il progetto pilota italiano “presenta il merito – fa notare – di mettere per la prima volta intorno a un tavolo tutti i soggetti coinvolti. Le banche dati ci sono, ma purtroppo non si parlano e non si integrano. Con la metodologia dello studio pilota si parte da una analisi che considera il sistema nella sua interezza, includendo sia la componente pubblica che quella privata. Nel complesso non possiamo continuare a sfornare professionisti senza sbocco lavorativo, la pianificazione è imprescindibile: per esempio per i farmacisti occorre iniziare a considerare l’ipotesi dell’accesso programmato”.
Per Stefania Basili, docente di Medicina Interna presso l’Università di Udine, “le università devono stare maggiormente al passo con i bisogni formativi e in questo senso la laurea abilitante diventa fondamentale. E’ poi evidente la necessità di aggiornare continuamente e in modo migliore le nozioni corrisposte agli studenti sulla base dei nuovi bisogni di salute. Allo stesso tempo servono investimenti più robusti verso i ricercatori, perché produrranno indubbiamente un notevole ritorno e un effetto moltiplicatore”.
“Il processo di regionalizzazione ha determinato eccessive differenziazioni nell’erogazione dei servizi – ha evidenziato Lucia Borsellino, responsabile del coordinamento dei programmi di sviluppo e ricerca dell'Agenas e della formazione manageriale – In questa ottica il nuovo metodo adottato per determinare i fabbisogni di personale è ottimo, ma deve essere applicato anche alle politiche in modo da garantire maggiore omogeneità e rimuovere i gap geografici. E’ poi importante assicurare la misurabilità dei sistemi e dei bisogni assistenziali, migliorando la qualità del dato. Ci sono troppe divergenze tra i meccanismi di rilevazione e manca una standardizzazione dei flussi per l’analisi del personale. E’ quindi necessario concentrare maggiori sforzi e investimenti in questo ambito”.
Massimo Casciello, direttore generale della digitalizzazione, del sistema informativo sanitario e della statistica presso il ministero della Salute, ha ricordato che “i meccanismi di rilevamento dei dati stanno cambiando in simultanea con le trasformazioni che caratterizzano le professioni. Sono comunque ottimista riguardo la costruzione di un sistema universale, soprattutto grazie all’impatto rivoluzionario esercitato dai big data in sanità. Da questo punto di vista resta, però, fondamentale l’elemento umano, che non potrà mai essere sostituito integralmente da alcun meccanismo robotico”.
“Senza dimenticare – ha osservato Alvisa Palese, docente nel corso di laurea in Infermieristica presso l’Università di Udine – che occorrono al più presto metodologie di riferimento totalmente trasparenti per la determinazione dei fabbisogni in Italia. Emerge poi il problema della formazione rispetto agli standard europei, dato che in Italia gli studenti che concludono il percorso nei tempi previsti sono davvero pochi e questo problema riguarda in particolar modo gli infermieri. La questione è anche relativa all’orientamento, poiché bisogna riuscire a indirizzare in maniera più efficace le attitudini e riallineare i protocolli di intesa per disegnare una formazione dei professionisti più omogenea”.
Per Giovanni Leonardi, direzione generale della ricerca e dell’innovazione in sanità presso il ministero della Salute, “è comunque innovativo soltanto ciò che si rivela effettivamente sostenibile. In Italia purtroppo è mancata una politica complessiva della ricerca soprattutto nell’ottica in cui al personale serve continuità da contemperare con l’imprescindibile flessibilità.Bisogna quindi costruire connessioni tra le filiere, per esempio quelle reletive alle asl e alle aziende ospedaliere.Conosciamo già elementi e strumenti di cui abbiamo bisogno, dobbiamo metterli a sistema".
G.B.
20 Maggio 2016
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