Polmoniti. Simi: “Quasi il 50% vengono contratte in ospedale e con un alto tasso di mortalità”

Polmoniti. Simi: “Quasi il 50% vengono contratte in ospedale e con un alto tasso di mortalità”

Polmoniti. Simi: “Quasi il 50% vengono contratte in ospedale e con un alto tasso di mortalità”
È il risultato di uno studio condotto su circa 2 mila pazienti di 55 reparti di Medicina Interna italiani e presentato durante del 112° Congresso nazionale della Società italiana di Medicina Interna, in corso a Roma.

Il 18% delle polmoniti è “nosocomiale” ossia si contrae per un’infezione acquisita in ospedale; il 30% insorge in soggetti che hanno frequenti contatti con le strutture sanitarie: day hospital, istituti di riabilitazione o per malati cronici anziani; solo il 61,6% dei pazienti si ammala fuori dagli ospedali, “in comunità”. Dato ancora più allarmante è il tasso di mortalità di chi contrae la polmonite nosocomiale (Hap) pari al 18%, molto simile a quello dei soggetti che vengono contagiati durante un day hospital o altre procedure sanitarie (Hcap), che raggiunge il 17%. Da sottolineare, invece, come la mortalità di chi si ammala di polmonite fuori dall’ospedale (Cap) sia bassissima: il 7%. Chi, infine, prende la polmonite durante un ricovero impiega più tempo per guarire: 19 giorni contro i 15 di chi contrae la malattia in comunità.
È quanto risulta dallo studio sulle Polmoniti, condotto su circa 2.000 pazienti di 55 reparti di Medicina Interna d’Italia e presentato al 112° congresso nazionale della Società Italiana di Medicina Interna (Simi) a Roma.

“La polmonite nosocomiale (Hap) e quella che insorge in comunità ma che è associata a procedure sanitarie (Hcap) sono le più gravi, in quanto causate dagli stessi batteri che si sviluppano negli ambienti ospedalieri e si selezionano, diventando molto più resistenti agli antibiotici che qui vengono usati in dosi importanti”, ha spiegato Mario Venditti del dipartimento di Sanità Pubblica e Malattie Infettive al Policlinico Umberto I e professore associato della Iª Facoltà di Medicina e Chirurgia all’Università La Sapienza di Roma.
 “Durante un day hospital, per esempio – ha precisato Venditti -, si possono acquisire germi che poi vengono portati a casa, con il pericolo di contagiare anche gli altri di questa stessa grave forma della malattia che, per guarire, ha bisogno dell’uso di molti più farmaci”. “La polmonite associata alle cure sanitarie (Hcap) dovrebbe quindi essere considerata una forma distinta e più pericolosa di quella comunemente intesa – ha chiarito l’esperto – poiché  comporta disturbi più gravi, una degenza maggiore in ospedale e un tasso di mortalità più alto. Bisognerebbe perciò distinguere i due tipi di pazienti e applicare loro terapie antibiotiche diverse e studiate ad hoc per le due differenti forme della malattia”.

“Dovremmo tutti finalmente capire che rimanere in ospedale a lungo è pericoloso, perché è un ricettacolo di batteri – ha commentato Francesco Violi, presidente Simi, e direttore della I Clinica Medica al Policlinico Umberto I -. I ricoveri più lunghi del dovuto possono complicare le degenze con malattie e infezioni che portano fino alla morte”. “E’ meglio  – ha concluso Violi – frequentare l’ospedale meno possibile e lo stesso vale per i visitatori, soprattutto per i bambini. Dovremo cercare di orientarci sempre più verso le cure domiciliari”.

24 Ottobre 2011

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