Con il regionalismo differenziato rischia di “saltare” lo Stato

Con il regionalismo differenziato rischia di “saltare” lo Stato

Con il regionalismo differenziato rischia di “saltare” lo Stato

Gentile Direttore,
il dibattito sul regionalismo differenziato nelle ultime settimane si è notevolmente animato. Sulle pagine di QS si sono succeduti molti interventi autorevoli che hanno affrontato il tema da diversi punti di vista. Tutti, però, connotati da un elemento comune: la preoccupazione per la tenuta del Sistema Sanitario Nazionale.
 
Preoccupazione condivisibile che, a ben vedere, potrebbe comprensibilmente essere anche maggiore. Infatti, se si guarda all'orizzonte pieno della norma sul regionalismo che comprende ben 23 materie, si capisce che ciò che rischia di saltare, in realtà, è lo Stato. Nella audizione del ministro Erika Stefani alle Commissioni congiunte Affari Costituzionali si possono registrare una presa d'atto della complessità procedurale necessaria per garantire operatività al percorso (che è ancora tutto da attuare) ed un accenno a possibili metodi di approccio.
 
Aspetti che erano all'attenzione da tempo e non molto di più. D'altra parte, il numero crescente di Regioni che hanno chiesto e stanno per chiedere l'estensione dell'autonomia sembra essere la principale forza di accelerazione e di pressione attiva al momento. Sostanzialmente un allineamento progressivo di Governi regionali a guida politica di diverso colore che, fra il detto ed il non detto, potrebbe nascondere un vizio sostanziale: l'interpretazione unilaterale della norma stessa. Si tratta di un testo di legge in cui c'è scritto molto poco e che ha la peculiarità di essere improntato ad una dinamica pattizia.
 
Un elemento che per garantire la coesione sociale necessita di un rafforzamento dei rapporto Stato/Regioni; probabilmente il punto più critico nel mutato scenario politico nazionale. Inoltre, si tratta di operare in un terreno sul quale molti esperti hanno sollevato dubbi di costituzionalità. Fra questi, uno dei più autorevoli è sicuramente Andrea Morrone.
 
In estrema sintesi i dubbi principali di legittimità espressi sono relativi alla modifica del riparto delle competenze regionali ed al fatto che si tratterebbe di una legge che interviene sulla produzione normativa in sé.
 
A parte questo, ci sono tre considerazioni da mettere in grande evidenza e sulle quali riflettere.
 
La prima: è proprio scontato che l'automia acquisita debba essere intesa come condizione permanente? Oppure, come suggerito da alcuni costituzionalisti, è necessaria una norma recessiva da parte dello Stato?
 
La seconda: l'art. 32 della Costituzione recita “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività…”. Questo dettato imperativo viene normalmente declinato stressandone gli aspetti giurisprudenziali (il diritto). In realtà esprime anche il contenuto più forte di valore costituzionale a favore del singolo e di un soggetto particolare ma, comunque, unico (la collettività). Questo soggetto unico costituito da una pluralità di persone che si qualifica come tale tramite i rapporti sociali ed economici. Tutto questo è segmentabile sul piano territoriale?
 
La terza: la differenziazione potrebbe essere intesa opportunamente in senso bidirezionale. Cioè sia come estensione che come restrizione dell'autonomia in ambiti specifici. Su questo punto cruciale sembra concordare anche il governatore del Veneto, Luca Zaia.
 
Sul Corriere della Sera del 24 luglio scorso a Marco Cremonesi che gli domanda se “Trattativa significhi necessariamente rinunciare a qualcosa. O no?” risponde: ”Certo.”. Una partita aperta e complessa, quindi, nella quale potrebbe essere utile provare ad introdurre elementi di novità per spostare l'asse del confronto ed il linguaggio su contenuti sostanziali. L'iniquità di salute in Italia sussiste cronicamente fra le regioni e nelle regioni. Continuare a parlare di accesso è sicuramente importante ma è poco più di un prerequisito se non si riescono a cambiare le sperequazioni in termini di mortalità standardizzata e mortalità evitabile.
 
La strada da perseguire è quella di interventi mirati su problematiche di salute specifiche con strategie definite. Questo è realizzabile solo attraverso miglioramenti puntuali dei profili organizzativi e di riqualificazione (non valorizzazione) delle competenze di programmazione, gestione ed operatività. Mantenere uno sguardo unitario è importante. Ma anche questo è poco più di un preliminare.
 
L'esempio è il Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro. Unico sulla carta. Regionalizzato, subregionalizzato, aziendalizzato, dipartimentalizzato e da qualche parte anche personalizzato. A dimostrazione, ancora una volta, che un antico difetto nella splendida penisola italica è che ci si impegna molto ascrivere le norme (troppe!), moltissimo ad interpretarle e molto poco a sorvegliarne l'applicazione e gli effetti.
 
Corrado Catalani
Segretario Regionale FP-CGIL Medici e Dirigenza del S.S.N. della Toscana

25 Settembre 2018

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