Manovra. Farmacie, se il PD tifa per le grandi catene

Manovra. Farmacie, se il PD tifa per le grandi catene

Manovra. Farmacie, se il PD tifa per le grandi catene
Tutto inizia in Commissione Bilancio nella notte del 4 dicembre, quando passa il subemendamento a prima firma Giorgio Trizzino (M5S). Il testo, concordato con il ministero della Salute, prevedeva che la proprietà delle farmacie di capitali fosse affidata per una quota non inferiore al 51% a farmacisti iscritti all’albo. Ma il PD si mette subito di traverso, fino al colpo di scena della decisione del presidente Fico di espungere (su segnalazione del PD) quel comma dal testo perché di carattere "ordinamentale"

Il colpo di scena andato in onda ieri notte sul capitolo della manovra riguardante le farmacie di capitali merita alcune riflessioni. Andando oltre le scarne comunicazioni ufficiali che si limitano a registrare la decisione del presidente della Camera Roberto Fico di “espungere” dal testo anche il comma che conteneva quanto previsto da un sub emendamento 5 Stelle, che effettuava una sostanziale frenata all’ingresso in Italia delle grandi catene di farmacie sancito dalla legge concorrenza del 2017.
 
Ma andiamo per ordine. Tutto inizia in Commissione Bilancio nella notte del 4 dicembre, quando passa il subemendamento a prima firma Giorgio Trizzino (M5S). Il testo, concordato con il ministro della Salute Giulia Grillo, prevedeva che la proprietà delle farmacie di capitali fosse affidata per una quota non inferiore al 51% a farmacisti iscritti all’albo.
 
Un colpo terribile per le grandi catene che si sarebbero viste messe in minoranza e che probabilmente a quel punto avrebbero rinunciato o ridimensionato molto i loro investimenti in Italia dove hanno già iniziato ad espandersi acquistando molte farmacie sia private che comunali. E infatti la reazione dei grandi gruppi interessati e già presenti sul mercato italiano non si fa attendere e scrivono al premier Conte e ai vice premier Di Maio e Salvini denunciando come l’emendamento approvato comporti  “un grave ostacolo agli importanti investimenti già avviati negli ultimi mesi da numerose imprese, italiane ed internazionali”.
 
Ma prima che i tre destinatari della missiva decidano se e come prendere in considerazione la lettera arriva ieri notte il colpo di scena: su segnalazione dei deputati del PD (da sottolineare che nel dibattito in Commissione Bilancio erano intervenute esprimendo forti perplessità sia l’ex ministro Maria Elena Boschi che la parlamentare dem Elena Carnevali)  il presidente della Camera decide di espungere cinque commi del testo della manovra, tra i quali anche quello relativo all’emendamento Trizzino, in quanto “contenevano norme ordinamentali che il regolamento non consente di inserire nella legge di Bilancio”.
 
Valutazioni tecniche a parte – considerando che di norme ordinamentali, a guardar bene, la manovra (questa come le altre degli anni passati) ne è piena – resta la domanda del perché il PD abbia scelto, di fatto, di fare un favore alle grandi catene di farmacie.
 
Una mera scelta di coerenza con la legge concorrenza espressione dei precedenti esecutivi a guida Dem? Oppure l’ennesima prova che nel partito (o almeno in una parte di esso) sia ancora forte la convinzione che il nemico da abbattere sia il “vecchio” monopolio delle farmacie di farmacisti, come avvenne con le lenzuolate di Bersani che aprirono la porta nel 2006 ai corner nei Gdo e alle parafarmacie?
 
Non lo sappiamo ma resta il fatto che tra la piccola impresa del farmacista e la grande impresa delle catene internazionali il PD sembra aver scelto la seconda.
 
Cesare Fassari

Cesare Fassari

06 Dicembre 2018

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