Ripartire da ciò che si ha. Così fa un bravo manager
Il nuovo top manager della Regione Lombardia chiarisce la sua visione riformatrice della sanità meneghina. Come mi aspettavo, una visione chiara su ciò che è, su come dovrebbe essere, ma soprattutto da cosa deve passare per divenire quella ideale.
Assumere la fotografia dell'esistente – ripassando quanto avuto davanti agli occhi in quel di Brescia per il lungo e triste periodo di pandemia – per ragionare sul da farsi è cosa buona e giusta.
Ripartire da ciò che si ha – che ha comunque assicurato ai lombardi una risposta non propriamente ottimale ma adeguata ai mezzi e all'organizzazione a suo tempo posseduti – è un dovere manageriale ineludibile.
Il passo più importante che il Dg Trivelli dovrà quindi fare è da dove cominciare per arrivare a generare un insieme assistenziale, che passi da una nuova alleanza, quella che ha avuto modo di definire, tra «i medici ospedalieri e i medici di famiglia». Una alleanza che è invero difficile da rintracciare nei tempi, se non ricorrendo a qualche decennio fa.
I grandi problemi della cifra, invero non ottimale, dell'assistenza assicurata dal Ssn ai cittadini risiedono in tre generi di rapporti.
Il primo è quello di aver privilegiato per decenni l'ospedale rispetto all'assistenza sul territorio che costituiva la grande novità della riforma del 1978, istitutiva del Ssn.
Il secondo è stato quello di avere alimentato con politiche sbagliate l'asse differenziale tra quanto si costruiva al nord e quanto invece si trascurava al sud, per colpa soprattutto di una classe politica locale insensibile se non alle clientele che ha speso malissimo gli investimenti ex art. 20 della legge 67/88 e precedenti.
Il terzo è stato quello di avere incentivato una medicina convenzionata caratterizzatasi più per le progressive disattenzioni verso l'utenza che per la creazione di una rete assistenziale efficiente, della quale si è avuto modo di constatare i limiti con il diffondersi del coronavirus.
In tutta questa vicenda è da mettere in conto un'altra peculiarità della quale troppo spesso non si tiene affatto conto. Essa è rappresentata dal rapporto tra l'assistenza garantita dal sistema pubblico in senso stretto e da quello privato, trascurando in ciò le certezze garantite dagli Irccs.
Un mondo tutto loro – del quale hanno goduto tanto i cittadini in questa tremenda epidemia (basti pensare che lo Spallanzani è un Irccs, come tanti altri che hanno in questo periodo fortunatamente interagito tra loro) – venutosi a determinare con il loro riordino avvenuto in forza del d.lgs. 88/2003. Un provvedimento legislativo delegato che ha determinato la loro trasformazione in fondazioni di diritto pubblico ovvero di diritto privato.
Una differenza che la dice lunga sull'attuale consistenza delle stesse di ben 51 unità, distribuite prevalentemente nel Lazio (9), Emilia-Romagna (4), Puglia, Veneto e Sicilia. Di queste fondazioni/Irccs – alle quali l'ordinamento riconosce il godimento del finanziamento statale e quindi l'automatica attribuzione di soggetto giuridico accreditato e contrattualizzato per le prestazioni rese – 21 sono pubbliche e 30 private.
Ebbene, nella Lombardia sanitaria di Marco Trivelli gli Irccs sono la maggioranza relativa 19 su 51, dei quali 15 di natura privata e 4 di natura pubblica.
Dunque, un bel da farsi ma con dietro un grande patrimonio produttivo di salute da spendere: a) per riconfermare quello della Lombardia il migliore Ssr del Paese (e non solo); b) per esasperarne l'efficienza sì da farlo divenire l'esempio trainante per tutte le altre regioni; c) per implementare il sistema sanitario meneghino dell'assistenza territoriale che merita e che, francamente, sino ad oggi, ha trascurato, con le conseguenze negative registrate nell'affrontare il Covid-19.
Il mio augurio è che Marco Trivelli riesca nel suo intento nell'interesse del Paese e, spero, dell'Università della Calabria cui avrò modo di invitarlo a tenere una lezione al nostro tradizionale master in «Diritto e management nella salute», che quest'anno festeggerà i 18 anni in continuità.
Ettore Jorio
Università della Calabria
17 Giugno 2020
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