Carcere e Aids. Quintiplicato il ricorso ai test grazie al progetto peer to peer

Carcere e Aids. Quintiplicato il ricorso ai test grazie al progetto peer to peer

Carcere e Aids. Quintiplicato il ricorso ai test grazie al progetto peer to peer
Se a parlare di malattie virali in carcere va una persona con le stesse esperienze dei detenuti, il numero di test per l’Hiv quintuplica e si scoprono nuovi casi di epatite e Tbc. E questo grazie ai peer educator del progetto "La salute non conosce confini".

Talvolta, per far capire a qualcuno l’importanza di un argomento non è utile ed è anzi controproducente che a parlarne sia una persona tanto diversa dall’interlocutore. Può capitare, infatti, che i risultati migliori si ottengano quando l’esperto che ci parla è più simile a noi, e il dialogo è paritario. Questo è anche il caso di un nuovo “esperimento”, effettuato nel corso della Campagna di Informazione sulle patologie virali croniche all’interno degli Istituti Penitenziari Italiani – dal titolo "La salute non conosce confini" – i cui risultati sono stati presentati oggi a Roma. La ricerca vede l’innovazione dell’introduzione del cosiddetto peer educator: Un tutor sieropositivo, passato attraverso le stesse esperienze dei detenuti e che per questo ne parla la stessa lingua ed è in grado di comprenderne i problemi. Una figura, insomma, che presenta agli occhi dei partecipanti una credibilità maggiore di chiunque altro.
 
L’iniziativa è stata promossa dalla SIMIT (Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali), dalla SIMSPE (Società Italiana di Medicina e Sanità Penitenziaria), da NPS Italia Onlus (Network Persone Sieropositive) e dall’Associazione Donne in rete Onlus, e patrocinata dal Ministero della Giustizia e dal Ministero della Salute.
All’interno delle carceri, è stato distribuito del materiale informativo in diverse lingue, così da poter informare i detenuti ed incentivarli a fare il test per l’HIV e le epatiti. La campagna con il tutor si è poi sviluppata nel corso di 32 incontri nei 20 Istituti penitenziari con 1.546 detenuti. “Abbiamo fatto numerose riunioni nelle Carceri e l’affluenza è stata davvero entusiasmante , l’interesse è stato enorme. I risultati sono ottimali e speriamo però che il Progetto continui altrimenti rischiamo di non avere risultati definitivi”, ha detto Evangelista Sagnelli, Past President SIMIT. “L’iniziativa nasceva proprio dall’esigenza di aumentare la conoscenza e l’importanza dello screening delle malattie infettive all’interno del ‘sommerso’ delle carceri e, proprio per questo, si è pensato di usare il nuovo metodo del peer educator”, ha spiegato.
 
Il progetto di ricerca è dunque nato anche con l’obiettivo di scoprire a quanto ammonti il numero di coloro che non sanno di essere malati.”La presa di coscienza è fondamentale e viene prima di tutto il resto”, ha spiegato Sergio Babudieri, Presidente SIMSPE. “Ben 1.546 persone detenute sulle oltre 4.000 presenti sono state direttamente raggiunte dalle informazioni fornite dal Peer-Educator esterno di NPS e sono state sensibilizzate a trasmettere le stesse informazioni ai propri compagni qualora le ritenessero condivisibili. A conferma di questo arrivano oggi i dati sul tasso di esecuzione dei test, che sono passati per quanto riguarda HIV dal 11,1% pre-intervento al 56% attuale”. Nel periodo post-campagna sono infatti stati molti i detenuti che hanno effettuato i test per le principali malattie croniche infettive, e 130 di questi hanno avuto modo di prendere coscienza di una patologia attiva prima non nota. Diversi sono stati dunque i casi rilevati di contagio precedentemente mai diagnosticato: nei penitenziari di Roma Regina Coeli, Roma Rebibbia, Viterbo, Sassari, Cagliari, Torino, Genova Marassi, Firenze Sollicciano e Reggio Calabria (di quest’ultimo i dati sono solo parziali), sono stati riscontrati 4 nuovi casi di Hiv, 49 di Epatite B, 104 di Epatite C e 104 di tubercolosi. Tutte persone che da oggi potranno entrare in terapia. “L’idea è proprio quella di assicurare il pieno diritto alla salute di tutti i cittadini, soprattutto oggi che sono disponibili molti farmaci efficaci per la cura di numerose patologie virali croniche”, ha aggiunto Orlando Armignacco, Presidente SIMIT.
I dati elaborati nell’indagine fino ad oggi sono tuttavia ancora parziali, poiché si riferiscono solo a questi primi 9 Istituti Penitenziari. Questi hanno coinvolto per ora 4.072 detenuti, con una età media di 46 anni ed una percentuale femminile del 4,7%: l’82,8% dei detenuti era italiano e l’83,6% ha dichiarato di non essere tossicodipendente. Dai risultati è emerso che il comportamento a maggior rischio per HIV e HCV è considerato la tossicodipendenza rispettivamente per il 67% e il 53% degli intervistati, mentre per l’HBV è l’eterosessualità il comportamento ritenuto più a rischio dal 48% dei detenuti.
 
Tuttavia, seppure il progetto sia tuttora in corso e altri dati debbano ancora essere analizzati, qualche primo risultato si è raggiunto. Iprossimi obiettivi?“Far sì che il Sistema sanitario nazionale si occupi realmente dei detenuti, in modo che perdere i propri diritti politici non voglia dire perdere anche il proprio diritto alla salute”, ha affermato Rosaria Iardino, Presidente Onorario NPS Italia Onlus e Presidente Donne in rete Onlus. E poi chiaramente c’è la questione delle detenute: “Le donne in carcere sono molto meno degli uomini, ma ciò non vuol dire che non le consideriamo. Stiamo già preparando un tutor di sesso femminile, che possa parlare in maniera più efficace alle donne in carcere”, ha aggiunto.
L’impegno poi, deve essere anche quello della formazione di chi è a contatto ogni giorno con i detenuti. “Siamo convinti che anche gli operatori penitenziari (direttori, educatori, agenti di polizia penitenziaria) coinvolti nella presa in carico delle persone detenute necessitano di competenze specifiche che tengano conto dei determinanti sociali e culturali delle malattie infettive in carcere e, della necessità d'integrazione fra i ruoli delle diverse figure professionali e con gli operatori del servizio sanitario nazionale, per garantire l'efficacia di un così importante intervento di salute pubblica”, ha sottolineato Giulio Starnini, Responsabile Progetto "La Salute non conosce confini" Direzione Generale dei Detenuti e del Trattamento – Dipartimento Amministrazione Penitenziaria. Un concetto rilanciato anche da Roberto Calogero Piscitello, Direttore Generale dei Detenuti e del Trattamento – Dipartimento Amministrazione Penitenziaria: “I fattori implicati nella diffusione nelle carceri italiane delle infezioni virali croniche trasmissibili sono molteplici e di diversa natura. La Direzione Generale dei detenuti e del trattamento ha sempre manifestato la massima attenzione a tali fenomeni attraverso la massima collaborazione istituzionale con gli organi e le istituzioni preposte, le associazioni scientifiche e del privato sociale”.

17 Maggio 2012

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